I cani da guardia del potere abbaiano a Trump, mentre i neo-con cercano la guerra con Mosca

Di Mauro Bottarelli , il - 33 commenti


La giornata era cominciata bene, perché quando il direttore della Reuters, Steve Adler, scrive quanto segue ai suoi redattori che si occupano di Stati Uniti, significa che questo blog aveva ragione e la Botteri torto marcio: “Questa è la nostra missione, negli Usa come altrove, dappertutto. Noi facciamo la differenza nel mondo perché pratichiamo un giornalismo professionale che è al tempo stesso intrepido e imparziale. Andate a conoscere la nazione e imparate di più su come vive la gente, cosa pensa, cosa la aiuta e cosa la colpisce e come le azioni del governo appaiono loro. Non come appaiono a noi”. Fortuna che le fake news e la post-verità erano un retaggio dei blog, questa è una delle più clamorose sconfessioni del giornalismo cosiddetto autorevole di sempre. E parliamo della Reuters, non di La7.

Ma siccome la legge di Murphy è sempre in agguato, ecco che il sorriso viene immediatamente spento da un paio di notizie decisamente sconfortanti. Prima di parlarvene, vi spiego il senso della foto di copertina di oggi. Immagino che tutti voi avrete visto “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick e quindi avrete riconosciuto la scena immortalata nell’immagine: dopo una vita a praticare violenza e illegalità, il drugo Alex fa un patto con lo Stato in nome del comune nemico, la verità. Alex infatti dovrà dimostrare la bontà della cura Ludovico che lo scrittore che lo ha quasi ucciso intendeva sbugiardare, condannando il governo alle dimissioni.

In cambio, il governo si occuperà di tacitare l’uomo (a cui Alex, dopo aver violentato la moglie, ha provocato invalidità permanente a suon di botte) e chiuderà un occhio sulle malefatte dell’importante alleato. Insomma, il cattivo diventa buono agli occhi dell’opinione pubblica perché c’è qualcun’altro che deve essere additato di cattiveria assoluta, semplicemente perché pone a rischio lo status quo. Non vi ricorda quanto sta accadendo con Donald Trump e le sue prime decisioni da presidente?

Ed ecco le notizie. La prima è quantomeno sconfortante. Chi conosce un po’ la storia americana degli anni Sessanta sa che l’università californiana di Berkeley è passata alla storia per due, grandi battaglie: quella contro la guerra in Vietnam e la ferma obbligatoria e quella per la libertà di parola.


Furono manifestazioni di massa, sentite e contro cui il governo andò con la mano pesante, non lesinando la minaccia dell’uso della armi da fuoco, quando manganelli e lacrimogeni sembravano impotenti nel fermare la protesta montante. Bene, in questa stessa università, l’altra sera, gli studenti hanno dato vita a scontri violenti con la polizia per vietare l’intervento del direttore di Breitbart, Milo Yiannopoulos, ritenuto un fascista e un fiancheggiatore di Trump. Queste immagini


ci mostrano l’accaduto: porte e finestre sfasciate, incendi appiccati in varie parti del campus e confronto diretto con la polizia, accorsa in massa. Insomma, chi accusa Trump di fascismo, probabilmente non sapendo nemmeno cosa sia stato il Ventennio, ingaggia una guerriglia per vietare a un giornalista di esporre il suo punto di vista. Il tutto nell’università passata alla storia recente per la sua battaglia senza quartiere in favore della libertà di parola. Non siamo alla perfetta riproposizione della sindrome del drugo Alex? Costoro, i movimenti, i contestatori della globalizzazione da Seattle in poi, il contro-potere a loro dire, sono diventati i ringhianti cani da guardia dei vari Soros, Gates, Obama e di tutta quell’America corporate che si schiera a prescindere contro il presidente eletto. La perfetta nemesi del male che trova sempre il modo di rinascere come una fenice che risorge dalle sue ceneri: contestano la globalizzazione, sfasciano le vetrine di banche e fast-food ma ora sono al fianco di Starbucks e Nike contro le politiche migratorie di Trump. Utili idioti. O servi.

Due ore prima dell’intervento di Milo Yiannopoulos presso l’edificio dell’unione studentesca, i manifestanti hanno abbattuto le barricate metalliche, distrutto porte e finestre dell’edificio e dato fuoco a un generatore nell’atrio: sicuramente hanno arrecato un danno enorme a Donald Trump. La polizia ha intimato agli studenti di disperdersi e messo il campus in lockdown ma questo non è servito: sono partiti fumogeni e mattoni all’indirizzo degli agenti, i quali hanno risposto con proiettili di gomma. Intervistato dalla sempre attenta CNN, un manifestante ha espresso così il senso della serata: “Abbiamo fatto in modo che l’evento non ci fosse. Missione compiuta”. Il tutto in nome della lotta al fascismo di Trump.

Il rettorato dell’università ha subito condannato quanto accaduto, sottolineando di essere “orgogliosi della nostra storia e legacy di casa della libertà di parola negli anni Sessanta” ma le immagini comparse su molti social mostrano come la guerriglia sia stata scatenata da circa 150 provocatori mascherati su un totale di 1500 persone che stavano protestando fino ad allora in maniera pacifica. Domanda: non sarò che gli agitatori mascherati dell’altra sera sono gli stessi che hanno dato vita a disordini a Washington nel corso dell’Inauguration Day, i quali casualmente sono risultati essere a libro paga delle varie ong e associazioni di George Soros?

Trump protesters admit george Soros pays them to protest and get tattoos

Milo Yiannopoulos, il cui account twitter è stato sospeso lo scorso anno perché accusato di partecipare a molestie telematiche contro un attrice di colore, ha dichiarato che “la sinistra è assolutamente terrorizzata della libertà di parola e farà letteralmente di tutto per sopprimerla”. E Trump come ha reagito? A modo suo, con un tweet immediato: “Se all’università di Berkeley non è consentita la libertà di parola e si pratica la violenza contro persone innocenti che hanno un punto di vista differente – niente fondi federali?”.

E se mercoledì è stato il turno di Berkeley, il giorno prima la protesta anti-Trump è andata in scena a Seattle. In questo video

BLM Anti-Trump Protest In Seattle: ‘We Need To Start Killing People’ (VIDEO)

si sente il comizio tenuto da una militante per la giustizia sociale, la quale si qualifica oltretutto come insegnante di asilo (auguri ai genitori di chi lo frequenta): “Lo sapete… Dobbiamo cominciare a uccidere la gente… per prima cosa dobbiamo uccidere alla Casa Bianca… la Casa Bianca deve morire… fottuta Casa Bianca… se ne deve andare…”. Ma non basta il tirannicidio, anche i bianchi che guadagnano soldi con il loro lavoro, devono pagare un prezzo: “I bianchi… dateci i vostri fottuti soldi… dateci la vostra fottuta casa… le vostre fottute proprietà… dovete riparare il danno fatto ai bianchi e agli indigeni adesso… Pagate il fottuto dovuto”. Ora, io non conosco la legislazione statunitense che regola il reato di istigazione a delinquere ma penso che qui siamo ben oltre la libera espressione del proprio dissenso verso le politiche del presidente.

Qui siamo alla rivolta razziale contro tutti gli americani – bianchi, a loro dire – che hanno votato Trump e che in questi anni si sono permessi addirittura il lusso di comprare casa e auto con il frutto del loro lavoro. Compiuto, tra l’altro, sotto la presidenza di un nero per otto anni, se la rincoglionita di Seattle non se ne fosse accorta. Qualcuno spinge per la guerra civile negli Usa, forse? Tocca cominciare a controllare se la FEMA monta strani accampamenti o sposta body-bags con i camion? Perché l’aria che tira sembra, con il passare dei giorni, sempre più quella.

Anzi, peggiore. Perché mentre il 90% dei media mondiali mettono sulla graticola Trump per la questione del bando ai cittadini dei sette Paesi – quando lo fece Obama con l’Iraq, non disse un cazzo nessuno – al Pentagono i neo-con, ancora saldamente al potere, fanno di tutto per far deragliare il piano della Casa Bianca di migliorare le relazioni con la Russia. Mentre a Seattle, la primate berciava le sue minacce contro il mondo, il comandante in capo della forze armate Usa in Europa, generale Ben Hodges, allineava i tank statunitensi da 62 tonnellate sul confine tra Polonia e Russia e dava ordine di far partire dei colpi a salve. Ecco le sue parole al riguardo: “Siamo seri, questo non è soltanto un esercizio di addestramento. Siamo qui per consegnare un messaggio strategico sul fatto che non puoi violare la sovranità di un membro NATO. A Mosca arriverà il messaggio, sono fiducioso di questo”. Questi video,

US Army Tank Gunnery – Live Fire In Poland

WW3 Watch: Russian Response to US Tanks in Poland

parlano una lingua chiara: mentre a Washington si pensa a una distenzione con Putin, il capo dell’esercito Usa – di cui Trump è comandante in capo – gioca alle prove generali di Terza Guerra Mondiale contro la Russia. E Mosca, dal canto suo, reagisce a giorni di provocazioni. E se qualcosa dovesse sfuggire di mano? Oltretutto, stranamente da quando Trump è subissato di polemiche a sfondo razziale, il conflitto in Donbass si è riacutizzato pericolosamente, con Mosca costretta a chiedere in via ufficiale a Kiev che cessino le provocazioni dell’esercito ucraino. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, parlando alla Tass, ha sottolineato come “il governo ucraino con le sue azioni infrange il protocollo di Minsk e che l’aggravarsi della situazione richiede la ripresa della cooperazione Usa-Russia il più presto possibile”. E come cooperi, se al confine polacco l’esercito Usa spara a salve per provocare? Tanto più che la NATO ha reso chiara la sua posizione: per il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, “nell’Ucraina dell’est, la Nato vede il più grave incremento di violenza da lungo tempo, specialmente ad Avdiivka e nei dintorni, dove la tregua non è rispettata e la situazione umanitaria è disperata. Ventimila persone affrontano il gelo, senza riscaldamento, elettricità ed acqua”.

Quando sento “situazione umanitaria” il ricordo va al Kosovo e non sono bei ricordi. Poi, la chiusa: “Chiediamo alla Russia di usare la sua considerevole influenza sui separatisti però mettere fine alla violenza. Tutte le parti dovrebbero mettere pienamente in atto gli Accordi di Minsk”. In compenso, sempre ieri, parlando all’ONU, il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha dichiarato quanto segue: “L’Ucraina oggi si assume una nuova e importante responsabilità al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove terrà la presidenza per il mese di febbraio. Alle Nazioni Unite continueremo ad usare ogni occasione per difendere l’Ucraina dall’aggressione della Russia”.

Unite a questo il fatto che la Germania proprio in questi giorni sta spostando i suoi tank Leopard 2 in territorio lituano e capite da soli quale sia la strategia del Pentagono e della NATO: guerra contro la Russia, sia essa di nervi al confine polacco oppure guerra vera nel Dobnbass. Un false flag o un bel casus belli è alle porte, statene certi. E se questo non bastasse, il portavoce del Pentagono, colonnello John Dorrian, ieri ha reso noto che sono stati inviati veicoli corazzati ai ribelli moderati in Siria: di fatto, non riuscendo a bloccare la vittoria militare e politica di Mosca, gli Usa tornano alle vecchie strategie anti-Assad. E anti-Putin, soprattutto. Ma il vero problema sono i divieti per gli stranieri e il muro con il Messico. Si sta scherzando con il fuoco.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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