Il sogno di una notte di mezza età: la pensione

Di Francesco Simoncelli , il - 14 commenti

di Francesco Simoncelli

L’ambiente economico in cui ci troviamo ad operare le nostre scelte non è qualcosa che è possibile scindere dalle manipolazioni dei pianificatori monetari centrali. Purtroppo per noi, sebbene le scelte volontarie dei vari attori di mercato riescano a contrastare efficacemente la presunta onniscienza di suddetti ingegneri, la mano pesante dei loro interventi riesce pure sempre ad inficiare la completa validità delle scelte dettate dall’ambiente di mercato. In questo modo il futuro proiettato dalla lungimiranza degli attori di mercato viene distorto inevitabilmente dalla saccenza di un manipolo di individui che ritiene d’avere la formula magica per un Eden economico. Non è così e la persistenza della crisi economica, nonostante una pseudo-ripresa sventolata dai media mainstream, ne è la prova. Non esiste conoscenza nelle decisioni prese dai policymaker, bensì esiste l’asservimento a benefici di breve termine. Non esiste un piano per raggiungere la prosperità consono con le esigenze dei vari attori di mercato, esiste la convinzione di un manipolo di persone che l’economia nel suo complesso dovrebbe eseguire delle linee presumibilmente salutari dal punto di vista economico.

In sintesi, non esiste un focus ai bisogni dei vari attori di mercato poiché materialmente impossibile da realizzare; esiste invece la distruzione dei singoli piani individuali che avrebbero apportato miglioramenti significativi al futuro del panorama economico. Col passare del tempo questa distruzione erode progressivamente il bacino dei risparmi reali, andando a compromettere seriamente quelle attività che, in assenza d’intromissione centrale, avrebbero prosperato sfornando beni e servizi domandati genuinamente dalla popolazione e migliorando la divisione del lavoro. Invece le risorse economiche scarse vengono ridistribuite ad attività che invece le sprecano, incanalando la società lungo una strada costituita da un lento ed inevitabile declino, qualora tale meccanismo dovesse persistere.

In questo contesto va ad inserirsi uno dei temi che su questo blog è stato spesso riproposto. Perché? Perché rappresenta l’ultima colonna grazie alla quale il parassitismo dello stato viene ancora accettato. Sto parlando del sistema pensionistico pubblico. Esso si presume che metta da parte i soldi che i contribuenti pagano in tasse e li investa in titoli sicuri. L’obiettivo è quello di ottenere più soldi affinché si possano pagare quei contribuenti che vanno in pensione. L’immaginario comune, infatti, presuppone l’esistenza di una qualche cassetta di sicurezza in una qualche banca famosa che conserva i loro soldi fino alla pensione. Non solo, ma a ciò suddetto immaginario aggiunge anche la fantasia che tali soldi siano investiti in asset “sicuri” che alla fine renderanno un capitale maggiore. Alla fine non funzionano così anche tutti gli altri fondi pensione? Quelli privati probabilmente, ma quelli pubblici no.

Lo stato è l’unica istituzione talmente stupida nella società da prendere in prestito a breve termine e spendere a lungo termine. Alla fine questa consuetudine lo manderà in bancarotta, ma non perirà senza provare a sopravvivere un giorno in più. Questo significherà operare raid nei fondi pensione per decurtare le prestazioni che aveva promesso nel momento in cui riscuoteva i contributi. Il CBO degli Stati Uniti, ad esempio, prevede (in modo ottimistico) che entro il 2033 lo zio Sam sarà in grado di garantire solo i tre quarti delle prestazioni pensionistiche. Attenzione, perché qui stiamo parlando di cifre on-budget, visto che se si considerano anche quelle off-budget abbiamo a che fare con una bomba finanziaria ben oltre i $200,000 miliardi. Queste sono passività non finanziate nel presente, ovvero, passività di bilancio esistenti ora; ciò a sua volta vuol dire che i pianificatori centrali devono tirare fuori questa somma adesso e sperare che gli investimenti in cui verranno gettati renderanno, come minimo, il 5%. E questo solo per rendere sostenibile l’attuale quantità di baby-boomer che sta andando in pensione.

Secondo il Wall Street Journal i baby-boomer hanno risparmiato nei loro conti di risparmio circa $10,000 miliardi, ma se pensiamo che esistono circa 75 milioni di persone che ricadono in questa categoria, allora abbiamo a che fare con $133,000 a persona. Una cifra che difficilmente potrà sopperire a circa 20 anni di pensionamento. Senza contare che il panorama economico per i loro figli è diventato a dir poco duro. Inoltre la prima ondata di baby-boomer è andata  in pensione nel biennio 2013-2014, e guardate cosa è accaduto nel contempo:

Esatto: i contributi in entrata non basteranno a sorreggere la quantità di prestazioni in uscita.

In passato i fondi pensione potevano “contare” su investimenti sicuri come le obbligazioni del Tesoro o le obbligazioni societarie con rating elevato. I rendimenti di questi titoli “sicuri” avrebbero aiutato i fondi pensione a far crescere i loro conti quel tanto che bastava per pagare i pensionati. Ma tutto questo è cambiato da quando la FED ha abbassato i tassi d’interesse e li ha tenuti inchiodati allo zero bound per quelli che sono ormai 94 mesi.

EUFORIA INGIUSTIFICATA

La FED, così come le altre principali banche centrali, hanno sostenuto alacremente il settore finanziario dell’economia, presentando la tesi secondo cui un presunto “effetto ricchezza” a cascata si sarebbe materializzato nell’economia grazie alla trasmissione di presunta ricchezza reale dal mercato azionario/obbligazionario al resto dell’ambiente economico. Questa teoria, purtroppo, è tratta direttamente dal libro magico del keynesismo, secondo il quale non esistono mai bilanci che si possono saturare e la domanda aggregata è solamente una funzione monetaria. Indovinate un po’ invece? La baldoria del credito facile terminata nel 2008, almeno per Main Street, ha fatto raggiungere alla maggior parte degli americani il livello di Picco del Debito. In questa condizione sono tornati a spendere alla vecchia maniera: in base al reddito corrente. Nonostante i pungolamenti da parte degli economisti keynesiani, la banca centrale ha fatto ben poco per migliorare l’occupazione reale o il consumo per la stragrande maggioranza degli americani.

Quindi il denaro di nuova creazione è rimasto principalmente intrappolato nel sistema finanziario, andando a gonfiare i prezzi degli asset. Le uniche realtà che hanno potuto godere di questa manna sono state quelle i cui asset finanziari sono stati comprati in massa. In questo modo le grandi imprese, invece di sviluppare settori cruciali per la produzione, hanno riciclato il denaro nei casinò finanziari del mondo, cedendo in ostaggio i loro bilanci alla speculazione selvaggia di robo-trader e amanti della leva finanziaria. Quindi la pseudo-ripresa di cui siamo stati testimoni nell’ultimo periodo è stata sostanzialmente una funzione dell’espansione del credito e dell’ingegneria finanziaria, uccidendo l’innovazione e spianando la strada ad un mercato drogato dal credito e disposto ad alzare l’asticella dell’azzardo morale ad un nuovo livello.

La prossima recessione segnerà quindi la fine dell’efficacia delle banche centrali di calciare il barattolo lungo la strada. Main Street, l’elemento motore dell’economia, non sarà in grado di diventare ancora una volta la discarica in cui scaricare pattume finanziario attraverso il credito facile per mandare avanti la baracca.

C’è una grande differenza tra una ripresa economica supportata dalla forza economica sottostante al contrario di un’inflazione dei prezzi degli asset derivante da iniezioni di liquidità. La prima è sostenibile, mentre quest’ultima è “sostenibile” solo finché ci sono bilanci puliti da saturare. Gli interventi delle banche centrali sono finiti, soprattutto perché c’è un limite al numero di bond che possono essere scambiati per contanti prima che il mercato del credito si inceppi del tutto. C’è anche un limite alla capacità del mondo di funzionare nel contesto di un ambiente permeato da tassi d’interesse negativi. L’economia non è un macchinario che può essere guidato dalla presunta lungimiranza di un manipolo di individui che presumibilmente possono muovere le leve monetarie in una banca centrale. L’economia è un complesso stratificato di decisioni individuali che mirano a migliorare il benessere e la vita degli attori di mercato. Ognuno di loro ha un piano specifico per giungere alla migliore conclusione che considera soddisfacente per la sua persona.

Infatti in un mercato privo di ostacoli la redditività delle imprese, ad esempio, deriva dalla loro capacità di soddisfare al meglio i desideri degli attori di mercato. Sebbene il valore sia nell’occhio del consumatore, l’imprenditore di successo è colui che riesce ad intuire ed anticipare questo valore in base ad un calcolo economico effettuato in base a fondamentali di mercato genuini. La progressione sociale, tecnologica ed economica derivante da questo asseto è decisamente elevata, perché se pensate ad esempio a quanto sia utile per voi un’automobile o il vostro portatile e moltiplicate questa utilità per tutte le persone nel mondo, il risultato eclisserà totalmente i profitti monetari registrati dalla varie imprese. Discorso diverso, invece, se di mezzo ci sono privilegi, protezioni, barriere all’entrata, sussidi statali, ecc. In questo panorama economico i benefici sono ad esclusivo appannaggio delle imprese coinvolte, perché non, essendo in grado di soddisfare le necessità degli individui, si abbeverano alla fonte del monopolio statale per impedire alla concorrenza di spodestarle dal loro trono.

In un mondo come quello attuale, in cui il capitalismo clientelare è imperante, la spia del profitto non rappresenta più un segnale genuino che determina quale impresa deve “sopravvivere” e quale “perire”, bensì rappresenta una corsa sfrenata a sfruttare gli aiuti statali ed è in questo modo che i pochi prosperano a scapito dei molti. E questo è particolarmente vero quando pensiamo al recente rally nell’azionario guidato dall’elezione di Trump. La sua inclinazione al protezionismo ed al clientelismo può benissimo far salire in borsa determinate società legate al settore industriale che potrebbe essere “stimolato” da una politica fiscale allentata, ma questo significa un arricchimento esclusivo ed artificiale di quelle realtà inondate dal denaro pagato in tasse dagli americani. I ponti e le autostrade in America non stanno crollando. È così che il mercato diventa un gioco a somma zero, in cui alcuni traggono profitto mentre altri vengono lasciati in condizioni peggiori.

Il rally nell’azionario ed il sentimento positivo lascerà profonde ferite all’interno del tessuto economico americano, soprattutto perché soffocherà lentamente quel tipo d’imprenditoria dedito alla soddisfazione dei desideri degli attori di mercato per prosperare, unico modo attraverso il quale passa una ripresa economica genuina e sostenibile. Man mano che i profitti diventano sempre più arbitrari e legati a favoritismi, anche quelle aziende che continuano a creare valore avranno più difficoltà a giustificare i loro profitti. Questa perdita di fiducia nella base etica del mercato eroderà il supporto per mercati veramente competitivi, confondendo le persone e facendole finire per supportare abomini sociali partoriti dalla pianificazione centrale.

Gli utili e l’aumento dei prezzi delle azioni in mercati veramente liberi, riflettono una creazione di valore reale connesso alla soddisfazione dei desideri degli attori di mercato. Gli utili e l’aumento dei prezzi delle azioni in un sistema di nazionalismo economico e clientelismo, riflettono la soddisfazione dei desideri di chi ha il potere politico. Le imprese e gli attori politici possono guadagnare più potere ed influenza, ma la maggior parte degli individui, molti dei quali hanno creduto alle loro parole suadenti in periodo elettorale, saranno i grandi perdenti.


LA PALUDE ITALIANA TRASCINERÀ A FONDO L’EUROPA

Sebbene mi sia focalizzato principalmente sugli Stati Uniti per portare avanti il mio punto, diamo anche un breve sguardo all’Italia e a come può rappresentare la goccia che farà traboccare il vaso europeo. Il seguente grafico è emblematico:

In esso è rappresentato il motivo per cui alla fine la BCE perderà il controllo della situazione europea. I front-runner, cavalcando inizialmente l’euforia fuoriuscita dalla stampante monetaria di Draghi, stanno tornando ad essere quello che erano una volta: bond vigilantes, araldi di morte della sconsideratezza fiscale baldanzosamente sfoggiata dagli stati. La crisi bancaria in Italia sta giocando un ruolo chiave in questa “resurrezione”. Il problema principale è l’alto tasso di prestiti non performanti (NPL) del settore bancario commerciale italiano. Circa il 17% di tutti i prestiti delle banche italiane è in sofferenze secondo l’Autorità Bancaria Europea. La banca messa in condizioni peggiori è Monte dei Paschi di Siena, con €45 miliardi di NPL ed altri incagli.

Il fallimento del dicembre scorso la dice lungo sullo stato reale della banca senese, ed è per questo che lo stato italiano s’è fatto avanti per salvarla, sborsando €6.6 miliardi degli €8.8 miliardi necessari per tenerla a galla. Il 29 luglio dello scorso anno è risultata la peggiore nell’Unione Europea dopo gli stress test condotti dalla BCE. Da allora MPS è finita sotto la lente d’ingrandimento per la sua incapacità di gestire i suoi prestiti tossici. In virtù di ciò la BCE intimava l’urgenza di una “ricapitalizzazione”, rivedendo le cifre iniziali di altri tre miliardi di euro dopo il fallimento della cordata di privati ed il fondo Atlante nel voler salvare MPS.

Il fatto che l’Europa sia tornato alla politica fallimentare dei salvataggi bancari, dopo che a Brisbane nel 2014 s’era deciso d’implementare il bail-in, rischia di far perdere molti soldi agli investitori e, soprattutto, rischia di erodere il pilastro su cui si fonda l’attuale sistema finanziario: la fiducia. Infatti quando MPS infine fallirà, perché questo è il destino delle doline finanziarie, altre banche italiane verranno colpite dal cosiddetto “effetto contagio” ed i €20 miliardi stanziati dal parlamento italiano per assistere le banche in difficoltà non saranno affatto sufficienti.

Non solo, ma questo “effetto contagio” non sarà contenuto alla sola Italia, perché, ad esempio, le banche degli Stati Uniti hanno un’esposizione superiore ai $2,000 miliardi nei confronti delle banche europee. Ciononostante stiamo già vedendo sotto i nostri occhi la prossima recessione prendere forma. Voglio dire, il fallimento della cordata di privati per la ricapitalizzazione, i soldi pubblici per salvare le banche, il ritorno dei bond vigilantes, lo stato pietoso in cui versano altre banche europee (es. Deutsche Bank, Banco Popolare in Spagna, ecc.)

Nel frattempo ecco cosa ha avuto il coraggio di dire Padoan: “[…] Ciò che ci distingue da molti interlocutori è la ricetta per perseguire l’obiettivo: mentre altri pensano che l’austerità sia il modo migliore se non addirittura l’unico per ridurre il debito, noi siamo convinti che l’enfasi debba essere messa sulla crescita e l’occupazione.”

Quindi, ancora oggi, il fantasma di James Tobin ancora aleggia tra di noi. Non c’è da sorprendersi se tra i posti di comando ci siano economisti di stampo neo-keynesiano che ancora credono alla favoletta della vasca da bagno, rappresentata dalla nazione nel suo complesso, la quale deve essere riempita di domanda aggregata. In questo modo si raggiungerà il nirvana della piena occupazione e della presunta crescita economica. Se non sbaglio in periodo di presunta crescita economica il vate di questi cialtroni ricordava come il deficit dovesse essere ridotto piuttosto che aumentato. Invece ogni santissimo giorno si chiede flessibilità perché il mercato del lavoro è fiacco e bisogna raggiungere il PIL potenziale.

Secondo questi imbecilli economici ridurre la mole dell’interventismo dello stato nel settore produttivo della società equivale ad una bestemmia accademica. Soprattutto perché la loro misura di crescita preferita, il PIL, contiene la fantomatica G, ovvero, la spesa pubblica. In questo modo si può spacciare la storiella che c’è fiacchezza nei dati in entrata e quindi stimolare la domanda aggregata attraverso la spesa pubblica è un percorso auspicabile. Inutile dire che siamo di fronte ad una tautologia economica. La spesa pubblica sottrae risorse economiche scarse dal settore privato e le alloca in un modo avulso da un calcolo economico genuino, perché lo stato è incapace di rispettare le leggi economiche fondamentali. Non è in grado di operare un calcolo economico in accordo con le forze di mercato perché non deve comportarsi come una impresa per incamerare le proprie entrate, ad esempio.

Questo significa, a sua volta, che all’aumentare della distruzione delle risorse economiche scarse, finirà sotto pressione il bacino della ricchezza reale, impedendo ulteriormente l’emersione di una crescita economica genuina. Quindi, no, caro Padoan, una “vera” austerità (cosa mai vista finora), una diminuzione della spesa pubblica e delle tasse, è l’unico modo per permettere ai mercati di pulirsi e far emergere quelle realtà più in linea con le forze di mercato. Ma questo pare proprio non accadrà, soprattutto perché il mese scorso l’Italia ha ottenuto l’approvazione da parte della Commissione Europea affinché il governo italiano possa stanziare fino a €150 miliardi per le sue banche in difficoltà. Questo in un momento in cui il prezzo delle azioni Monte dei Paschi è crollato oltre l’80%.

Senza contare che se non dovessero bastare i fondi stanziati dal governo italiano, allora dovrebbe entrare in gioco l’Unione Europea stessa. Infatti se il parlamento tedesco dovesse accettare questa disposizione per salvaguardare lo status quo, questo significherebbe un maggiore peso sui contribuenti tedeschi che fino ad ora hanno rappresentato la garanzia collaterale dietro il progetto europeo.

Il piano di salvataggio statale per le banche italiane potrebbe essere un forte indicatore: il 2017 potrebbe essere l’inizio di un trend molto preoccupante per la zona Euro. Aggiungeteci la dolina finanziaria per eccellenza all’interno dell’UE, ovvero la Grecia, che continua a sprofondare nella melma dei prestiti-ponte, ed avrete ben chiara la lenta agonia che attende il futuro del progetto europeo. Monte dei Paschi non rappresenta altro che il domino che innescherà una nuova serie di salvataggi bancari e l’inizio della perdita di fiducia nell’infallibilità delle banche centrali.

IL SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ETÀ: LA PENSIONE

Dopo aver analizzato il panorama economico di questo inizio anno, possiamo tracciare un bilancio di quello che si trovano di fronte coloro che sperano di ottenere una pensione ed i manager stessi che gestiscono i fondi pensione. Questi ultimi, infatti, si trovano davanti la triste biforcazione di continuare ad investire in bond statali “sicuri” (ottenendo rendimenti in capaci di garantire le prestazioni future), oppure investire in asset più rischiosi (ottenendo rendimenti nel breve termine congrui coi piani di pagamento, ma esponendo la loro attività ad un rischio incompatibile con la loro missione). La FED, in questo modo, ha innalzato il livello di ferocia della sua guerra contro i risparmiatori, incoraggiando l’ambiente economico a ritenere un’opportunità quella d’investire in un mercato azionario drogato di credito a buon mercato.

Come abbiamo visto finora, l’euforia nel ristretto mondo finanziario è stata un parto delle banche centrali e del loro presunto “effetto ricchezza a cascata”. Non c’è niente di genuino negli attuali fondamentali di mercato che possa giustificare il rally nel mercato azionario statunitense. Ed ora, per la terza volta in questo secolo, si sta cercando di vendere la balla agli investitori retail di un mercato azionario crescente all’infinito e di un ambiente economico senza una recessione per 207 mesi di fila. Non è un caso se i pesci grossi stiano vendendo azioni, scaricando il pattume azionario gonfiato dalla stampante monetaria ai cosiddetti “sciocchi più sciocchi”. Di conseguenza questo è un pericolo per gli investitori retail, ma soprattutto per i fondi pensione.

È notizia recente che il rally azionario alimentato dall’elezione di Trump, abbia consentito ai fondi pensione di ridurre il loro fiume d’inchiostro rosso di $116 miliardi. Ora, sebbene questo fiume sia ancora nel range dei $414 miliardi e questi sono soldi necessari affinché si possano ottemperare a tutti gli obblighi pensionistici, il fatto cruciale è che suddetta riduzione è figlia di stime: maggiori aspettative circa rendimenti superiori dagli investimenti futuri. In sostanza questa gente si aspetta che il rialzo dei tassi d’interesse permetterà loro di tornare ad investire in bond statali con rendimenti decenti e che le azioni nei loro portfoli non incapperanno in perdite.

Gente, solo gli sciocchi si stanno bevendo la favoletta del Dow a 20,000 proiettato verso i 30,000. L’era della contabilità fantasiosa è destinata a concludersi in modo rovinoso, poiché ormai gli errori economici accumulati sono un quantitativo esorbitante. A nessuno è venuto in mente che se le stime di suddetta riduzione sono troppo ottimistiche, i fondi pensione dovranno mettere più soldi per proteggere le loro posizioni? Con quali prestiti in un mondo in cui sta vedendo un aumento dei costi dei finanziamenti? Davvero lo stato può permettersi il fallimento di uno di questi fondi e rischiare una rivolta per le strade? Con quali soldi può salvarli visto che la FED sta tirando il freno a mano?

L’unico modo che i pianificatori monetari centrali hanno per tamponare temporaneamente questa situazione è raddoppiare la posta in gioco, inglobando una quantità maggiore di azioni. Secondo il WSJ questo piano è proprio quello a cui stanno pensando le banche centrali.

Ma se questa strada verrà perseguita ulteriormente i tassi negativi faranno a pezzi ciò che rimane di Main Street e del bacino della ricchezza reale, mentre il mercato azionario alla fine sperimenterà una crisi della fiducia che renderà insolventi le banche centrali. E sebbene non possano diventare insolventi teoricamente, possono diventarlo praticamente.

Fortunatamente, in questo caos pianificato, per gli investitori retail e per coloro che aspirano ad avere un piccolo gruzzolo per la vecchiaia, ci sono ancora opzioni. Nel momento storico in cui ci troviamo la maggior parte degli investitori non ha capito che esiste un tempo per investire ed un tempo per proteggersi. Quest’ultima opzione viene presa in considerazione al margine quando si stilano i piano di portfolio, ma comunemente affiancata da posizioni significativamente “propositive” nei confronti degli investimenti. Il caos monetario e politico di cui siamo testimoni ci ricorda come quello attuale sia un periodo storico in cui conta la protezione, poiché essa stessa rappresenta, ora, un investimento per il futuro. (Ovviamente non dovete prendere i seguenti consigli come un invito “sicuro” all’azione, bensì come integrazione alle informazioni che già avete in possesso, in modo da poter avere una panoramica a 360° riguardo come muovervi in questa palude finanziaria.)

Di conseguenza il breve periodo offre grandi occasioni per posizionarsi short nei confronti del mercato azionario, soprattutto all’appropinquarsi del 15 marzo. In secondo luogo il proprio portfolio dovrebbe contenere come minimo un 10% d’allocazione in oro fisico. La proverbiale scritta sul muro è data dall’enorme esposizione che Russia e Cina hanno sfoggiato nei confronti dell’oro. Negli ultimi dieci anni la prima ha aumentato le sue riserve d’oro del 280% (da 386.5 tonnellate nel 2006 a 1,498.7 tonnellate nel 2016), mentre la seconda del 203% (da 600 tonnellate a 1,823.3 durante lo stesso periodo). Aumenti simili si sono visti anche in Turchia, Iran, Kazakistan, ecc.

In India l’appetito per l’oro fisico è aumentato in vista della folle tentativo del presidente Mobi di scoraggiare l’uso del denaro contante. Con una produzione mineraria piatta, vendite da in Occidente ormai esigue ed acquisti spropositati in Oriente, è solo una questione di tempo prima che la catena delle delivery salti una consegna generando una corsa all’oro. Il tutto nonostante le costanti manipolazioni di prezzo. Cosa guardare per individuare l’inizio di questa corsa? Innanzitutto il dumping dei titoli di stato dello Zio Sam da parte dei creditori esteri, i quali stanno lentamente sbarazzandosi del pattume obbligazionario americano. Lentamente perché sanno in cosa potrebbero incappare se smobilitassero tali investimenti tutti in una volta: una legge del 1977 permetterebbe al presidente statunitense di bloccare i conti di coloro che posseggono suddetti titoli.

L’altro indicatore è mostrato nei seguenti due grafici, dove vengono mostrati i possedimenti da parte di Cina e Arabia Saudita di titoli di stato statunitensi.

E, come abbiamo visto prima, gli acquisti d’oro sono aumentati. Ovviamente non è opportuno mettere le proprie fiches tutte in un’unica scommessa, poiché il mondo della tecnologia ci sta venendo incontro per apportare una buona dose di decentramento ad un ambiente economico pesantemente distorto dalle contorsioni dei pianificatori centrali. In particolare, un futuro promettente l’avrà Bitcoin, grazie alla sua caratteristica che permetterà agli individui di custodire la propria ricchezza in uno strumento che non solo ne manterrà il valore, ma lo aumenterà vertiginosamente man mano che l’esperimento monetario delle banche centrali fallirà inevitabilmente. Privacy ed anonimato permetteranno di avere per le mani una succulenta scommessa da cui trarre profitto nel futuro prossimo. Ciò servirà anche ad evadere ai controlli di capitali che gli stati metteranno in piedi per controllare quanto più possibile la ricchezza degli individui e sfruttarla per sopravvivere ancora un giorno in più. Cina e India, e più in generale la lotta al contante, sono un monito da non sottovalutare; rappresentano le misure oppressive insite nel futuro economico dominato da una pianificazione top-down.

Al giorno d’oggi la capitalizzazione totale dei vari mercati finanziari totalizza i $300,000 miliardi, come possiamo vedere dal seguente grafico (il quale, però, non tiene conto dei mercati immobiliari, altrimenti staremmo parlando di circa $500,000 miliardi).

Quindi immaginate per un momento quando decine di migliaia di miliardi inizieranno a cercare un’alternativa agli investimenti canonici qui sopra raffigurati. Oro e argento hanno rappresentato porti sicuri, ma non è detto che gli investitori non cerchino alternative e vogliano differenziare ulteriormente i loro portfoli. E Bitcoin, in un mondo in cui gli stati si stanno affannando per restare in vita, può rappresentare oltre che un valido modo per emanciparsi dalle follie dirigiste, anche il punto di partenza verso quel decentramento verso cui il libero mercato ci sta proiettando.

Con una attuale capitalizzazione di mercato di $14 miliardi, immaginate cosa potrebbe rappresentare per il prezzo dei Bitcoin un flusso anche solo dell’1% dai suddetti $300,000 miliardi. Anzi, volendo essere “pessimisti”, immaginate cosa potrebbe rappresentare per il prezzo di Bitcoin un flusso dello 0.1%. Un’infusione di $300 miliardi farebbe schizzare in alto la capitalizzazione di mercato di 20 volte, e dato che i bitcoin in circolazione sono limitati nell’offerta (circa 18 milioni, tenendo anche conto di quelli persi e di quelli ancora da minare), il prezzo si moltiplicherebbe per la stessa cifra. E anche se considerassimo un flusso di denaro dello 0.05%, staremmo parlando di un balzo in su di dieci volte.

Prestate quindi attenzione ai segnali, cari lettori e lettrici, e preparatevi adeguatamente al prossima tempesta finanziaria, i cui venti stanno già soffiando nelle sale dei casinò finanziari. Fate in modo che il futuro dei vostri risparmi rimanga nelle vostre mani e non in quelle di enti terzi che lo dilapideranno.


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