Le piazze rumene anti-corruzione sono solo uno strumento anti-russo di Soros, UE e Stati Uniti?

Di Mauro Bottarelli , il - 51 commenti


Per giorni, giornali e telegiornali ci hanno informato con grande enfasi sulla mobilitazione popolare in atto di Romania contro la legge che avrebbe garantito un colpo di spugna sui reati di corruzione, di fatto depenalizzandoli con la scusa del sovraffollamento carcerario nel Paese. Oltre a sottolineare la vastità numerica delle mobilitazioni, proseguite per 12 giorni di fila, i media occidentali hanno più volte rimarcato come la gente in piazza chiedesse più integrazione con l’Europa, tanto che in molti casi la bandiera rumena veniva affiancata a quella blu stellata dell’UE. Davvero è stato tutto frutto di spontaneismo, quasi una riproposizione di massa della solidarietà che la gente offrì a inizio anni Novanta al pool “Mani pulite” di Milano?

No, quelle piazze ricordavano tremendamente le “primavere colorate” già vissute altrove nell’Est europeo, dalla Serbia all’Ucraina fino alla Georgia e alla Macedonia. Sono tante le cose che non tornano, in primis il fatto che il presidente della Repubblica, Klaus Iohannis, si sia posto alla guida delle proteste, nonostante faccia sì parte dei partito liberale e sia stato eletto nel 2014 con un’agenda anti-corruzione ma debba anche mantenere un ruolo super partes. Certo, il suo interventismo non è nuovo – basti ricordare la sua campagna dell’ottobre 2015 per ottenere la testa dell’allora premier, Victor Ponta, dopo che un incendio in una discoteca di Bucarest portò alla morte di 27 studenti – ma qui siamo alla trasformazione dell’uomo politico per antonomasia che diviene paladino dell’anti-politica della piazza.

La Romania, oltretutto, è andata recentemente alle urne, visto che il mandato del premier, Dacian Ciolos, è scaduto lo scorso mese di gennaio: le nuove elezioni hanno confermato una maggioranza socialdemocratica e, dopo il fallimento della candidatura al ruolo di primo ministro di Sevil Shhaideh, donna appartenente alla minoranza tatara-musulmana, il nuovo governo è guidato da Sorin Grindeanu, il quale ha detto chiaro e tondo che il provvedimento tanto contestato dalla piazza è stato preso su suggerimento dell’UE. Quindi, la piazza che contesta quella legge, inneggia a maggior vicinanza con il soggetto che l’ha consigliata al governo e con il presidente della Repubblica che guida le manifestazioni. Sarà. Ma c’è un nome che ci rimanda a precedenti “primavere colorate” dell’Est Europa e, stranamente, è collegato a quello del presidente Iohannis, ovvero Sandra Pralong.

Chi è costei? In esilio a New York durante il regime comunista, collaboratrice della rivista “Newsweek”, una volta tornata in patria è stata rappresentante della Open Society Foundation di George Soros ma anche referente di altre ong ricollegabili al “filantropo” ungherese e nel suo curriculum fanno bella mostra collaborazioni con l’OCSE e un ruolo di alto funzionario internazionale all’interno dei programmi di sviluppo dell’ONU negli anni 2000. E, soprattutto, dal 27 agosto del 2015 è Consigliere di Stato, nonché una delle collaboratrici più vicine e ascoltate dal presidente Iohannis. Che possa esserci lei e le ong della galassia Soros dietro ai numeri strabilianti delle manifestazioni anti-corruzione e filo-Ue dei giorni scorsi, le quali stanno proseguendo nonostante il ritiro della legge, le dimissioni del ministro della Giustizia, Florin Iordache e il no della Corte di Cassazione al ricorso presentato dal presidente del Senato, Calin Tariceanu, il quale verrà ora processato per falsa testimonianza?

Per capirlo, è necessario fare un passo indietro. Esattamente nel maggio del 2016, quando in Romania è entrato in funzione il primo complesso antimissile della NATO in Europa. Un altro simile, entro il 2018, verrà dislocato in Polonia, mentre tutto il sistema di difesa missilistica arriverà entro il 2020. L’Alleanza ha affermato che il dispiegamento del sistema è associato con il programma missilistico dell’Iran e non è diretto contro la Russia ma Mosca ha più volte sottolineato che il programma di Teheran non rappresenta una minaccia per i partner della NATO in Europa e la distribuzione della difesa missilistica è invece una minaccia per la sicurezza nazionale, in grado di sovvertire la stabilità strategica nella regione. Cosa c’entra tutto questo con le manifestazioni? Il timing di una dichiarazione passata sotto silenzio.

Visto che giovedì scorso, il direttore del Quarto dipartimento europeo del ministero degli Esteri russo, Alexander Botsan-Kharchenko, ha sentito il bisogno di mandare un messaggio nemmeno troppo in codice a Bucarest: “Per quanto riguarda la Romania, si tratta ormai di un avamposto che pone una palese minaccia nei nostri confronti. La parte romena a questo proposito si è espressa pubblicamente. Da parte di Bucarest si osserva un palese sentimento anti-russo e una linea apertamente russofoba, sia in sede di implementazione delle sanzioni sia attraverso la retorica anti-russa che viene utilizzata dai loro esponenti politici”. A Mosca di sente forse puzza di manovra sotto copertura? Ovvero, un palese ancorché sottotraccia tentativo da un lato di destabilizzare il governo rumeno attraverso la piazza e dall’altro di suscitare sentimenti di solidarietà e simpatia verso la Romania nell’opinione pubblica occidentale, rendendo ogni possibile minaccia o atto di Mosca un casus belli anti-russo?


Non sarebbe la prima volta che si usano strategie simili e con la situazione nel Donbass sempre più tesa, tanto che il Pentagono ha sospeso i colloqui con il governo di Kiev sull’implementazione dello scudo missilistico in Ucraina, proprio per evitare di irritare troppo Mosca, qualcuno potrebbe essere tentato dal creare false flag verso un Paese UE, facendo ricadere le responsabilità su Mosca, di fatto obbligando l’Unione Europea a una dura presa di posizione. E con le truppe Usa dislocate in Polonia e nel Baltico in massa, l’aumento dei rischi e dei possibili “incidenti” aumentano. Staremo a vedere. Nel frattempo, oggi il New York Times pubblicava commenti e corrispondenze dalla Romania, una delle quali – quella di Palko Karasz – era postata sul sito del giornale sia in inglese che in rumeno, arrivando a prefigurare per il Paese uno scenario pre-rivoluzionario. Déjà vu?

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