Perifrasi della costituzione italiana: art.27

Di JLS , il - 14 commenti

Non sono un esperto di diritto, e per fortuna. Disponendo invece di senso critico, scrivo dell’unico contratto che non ho mai firmato. Alla sconfinata armata di chierici del diritto e di sancta romanae kostitutionem, che si adirano quando qualcuno attenta alla mistica finto soprannaturale del loro corano, mando a dire: tenetevelo caro e sacro il vostro corano che non ho firmato e che nessuno ha mai firmato. Testo di idolatrie moderne di cui farei volentierissimo a meno. E visto che la rinomata tolleranza della vostra merdokrazia non ammette questa libertà, rivolgo a voi il mio più caloroso, sincero e sprezzante: AFFANKULO.

Tanto per essere chiari.

 

ART. 27.

La responsabilità penale è personale.

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte. 3

 

Gli enunciati dell’art.27 sembrano scontati ad una lettura distratta, ma non lo sono affatto. Infatti se la responsabilità penale è personale, della responsabilità civile che diremo? E’ Collettiva, comunitaria? Se ad esempio, ricevo una sanzione pecuniaria per il codice della strada, oppure non ho pagato un’imposta comunale, la responsabilità a chi viene attribuita? A mio nonno, alla mia famiglia, ai miei eredi, alla parrocchia che frequento, ai fedelissimi della curva sud?

Questa apparente lacuna riguardante la responsabilità civile, lascia spazio all’autorità dello stato e ai suoi apparati per assegnare alla bisogna, la responsabilità civile. Facendo pagare col patrimonio, i beni e il reddito, congiunti e quanti a vario titolo hanno legami familiari col “colpevole”. Riassumendo:

Colpe penali: un colpevole, un condannato

Colpe civili: un colpevole, tanti condannati. Alla bisogna, appunto

Formidabile.

Quanto vuote siano le enunciazioni costituzionali sulla presunta innocenza fino a condanna definitiva, a parte i chierici della premessa, lo capiscono anche gli scemi. Lo vivono tragicamente invece le decine di migliaia di persone all’anno, rovinate dagli avvisi di garanzia. Ho cercato qualche statitistica sul tema “avvisi di garanzia” ma non ho trovato nulla. Al gregge si sa bastano le solite rassicurazioni retoriche del legislatore. Coi numeri la merdocrazia infatti si squaglierebbe come neve al sole. Molto meglio allora superstizioni e credenze.

Il terzo e ultimo capoverso (le pene non possono consistere…) collega la pena al senso di umanità che è del tutto soggettivo e mutevole. Varia infatti da individuo a individuo, da religione a religione, da società a società, da epoca a epoca. Quindi? altra aria fritta.

Con la pretesa rieducazione del condannato, si manifesta un’altro oscuro lato del paternalismo del dio stato. Finzione sociale della compassione individuale, l’unica vera, originale, concreta. Grazie a questa ennesima enunciazione costituzionale, lo stato vanta in esclusiva la rieducazione del condannato.

Sorgono spontanee alcune domande:

  1. cosa è l’educazione per lo stato?
  2. cosa è quindi la rieducazione?
  3. non può esservi un’educazione personale, familiare, religiosa, razziale, altrettanto degna ma differente da quella di stato?
  4. per quale principio lo stato vanta in esclusiva la rieducazione?
  5. se la pena è l’ergastolo, in cosa consisterebbe questa presunta rieducazione?

Sul rifiuto della pena di morte considero come tragica leggerezza il finto dictat liberatorio della costituzione, buono solo per anime pie. Vi sono infatti questioni cruciali che restano senza risposta:

Cosa è la morte? Solo, l’arresto definitivo e irreversibile delle funzioni fisiologiche di un essere umano, o qualcosa di più?

Cosa è la vita? Solo l’insieme delle funzioni vitali o qualcosa di più?

E se la pena di morte non è ammessa, cosa diremo della pena dell’ergastolo, che sebbene non corrisponda all’arresto delle funzioni fisiologiche coincide con la morte di ogni speranza per una persona?

Come si giustifica allora la pena di morte inflitta a centinaia di migliaia di Italiani messi sul lastrico, disoccupati, fatti emigrare, espropriati, indotti al suicidio, con un sistema di estorsione e predazione fiscale senza eguali al mondo?

Come si giustifica la pena di morte inflitta a a un essere umano nell’utero materno, colpevole di un bel nulla?

Non posso che confermare il distaccato, caloroso, sincero e sprezzante invito del prologo. AFFANKULO.

Nota dell’autore: se vuoi leggere i precedenti 26 articoli della costituzione italiana, li trovi sempre qui su RC, digitando su Google “Rischio Calcolato Perifrasi Costituzione”

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