Rivendico il mio diritto alla non accoglienza per i migranti. Lo stesso che esercita l’ipocrita Merkel

Di Mauro Bottarelli , il - 59 commenti


La notizia non l’ha rilanciata qualche blog populista o qualche sito di fake news, bensì una fonte autorevole come “La Stampa”. Da ieri Berlino concederà fino a 1.200 euro ai richiedenti asilo che torneranno volontariamente nel loro Paese di origine. Il programma di incentivi, a cui il governo destinerà quest’anno 40 milioni di euro, punta a convincere i migranti che hanno scarse chance di ottenere asilo a lasciare la Germania. In particolare, coloro che ritireranno la loro richiesta d’asilo e andranno via dalla Repubblica federale riceveranno 1.200 euro, mentre chi si è già vista respinta la domanda d’asilo, non presenterà ricorso e abbandonerà la Germania entro i tempi previsti dalla legge potrà contare su 800 euro, la stessa somma destinata a chi dovrebbe lasciare il Paese ma per varie ragioni – ad esempio per motivi di salute – non è stato ancora espulso.

Gli aiuti valgono per i migranti dai 12 anni in su privi di mezzi finanziari: per i ragazzi e i bambini sotto i 12 anni, le cifre vengono dimezzate. E’ previsto inoltre un incentivo extra di 500 euro per le famiglie composte da più di quattro persone che aderiscono al programma. Per timore di abusi, la Germania ha escluso dal piano i migranti originari di alcuni Paesi, tra cui quelli dei Balcani occidentali. Non solo. Già oggi Berlino promette degli incentivi ai richiedenti asilo che decidono di tornare a casa ma la loro entità è molto più bassa: il programma REAG (Reintegration and Emigration Program for Asylum-Seekers in Germany) prevede ad esempio la copertura dei costi di viaggio e un contributo per il viaggio di 200 euro, cui si aggiungono da 300 a 500 euro a persona per i migranti che arrivano da 45 Paesi, tra cui Afghanistan, Egitto, Iraq e Libia. L’anno scorso 55mila migranti a cui non era stato concesso l’asilo hanno lasciato volontariamente la Germania (mentre sono stati 25mila gli stranieri espulsi), in netto aumento dai circa 37mila del 2015.

E a confermare l’ipocrisia criminale in materia ci ha pensato ieri il presidente del Consiglio europeo, lo stesso Donald Tusk che l’altro giorno ha dichiarato guerra a mezzo mondo, il quale ha fatto sapere che l’Ue “chiuderà le rotte irregolari dell’immigrazione, in particolare la rotta dalla Libia all’Italia”. L’annuncio in una conferenza stampa dopo l’incontro a Bruxelles con il premier libico Fayez Sarraj: “L’Ue ha dimostrato di essere capace di chiudere le rotte di migrazioni irregolari, come ha fatto nella rotta del mediterraneo orientale. Ora è tempo di chiudere la rotta dalla Libia all’Italia. Ho parlato a lungo col premier Gentiloni ieri e posso assicurare che possiamo riuscirci. Quello che serve è la piena determinazione a farlo. Lo dobbiamo prima di tutto a chi soffre e rischia la vita, ma lo dobbiamo anche agli italiani e a tutti gli europei”, ha detto Tusk. Detto fatto, ieri sera all’ora di cena, firma di un’intesa tra Gentiloni e lo stesso Serraj che oggi sarà al centro del vertice europeo di La Valletta. Non sarà che l’approssimarsi del voto in Olanda, Francia e Germania sia il motivo principale di questo improvviso attivismo?
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Ma come, non c’era l’obbligo morale dell’accoglienza? L’UE, poi, non ha negato fino a ieri che esistesse un’emergenza? E Berlino non è stata la campionessa mondiale di solidarietà? E come mai adesso è disposta a pagare pur di rimandare a casa un po’ di risorse, le stesse che la Merkel ha accolto in massa? Forse perché a settembre si vota e, nonostante a parole la Cancelliera rivendichi la sua politica di accoglienza, nei fatti il giro di vite è già in atto? Forse perché l’emergenza era reale, non il frutto delle inclinazioni fascistoidi di qualcuno? Altrimenti, perché incentivare ulteriormente i rimpatri volontari? Forse anche perché il piano di sfruttamento della manovalanza a costo pressoché zero è fallito, visto che nei cinque mesi che hanno portato all’incontro tra la Merkel e gli amministratori delegati delle principali aziende tedesche lo scorso settembre, erano stati solo 54 gli assunti tra i migranti nell’ambito dell’iniziativa pubblico-privata “Wir zusammen” (“Noi insieme”): per la precisione, 50 alla Deutsche Post, 2 alla SAP e 2 alla Merck.

Il motivo? Bassa scolarizzazione, pressoché nulle professionalità e specializzazioni richieste e totale ignoranza della lingua tedesca. Eh già, perché la retorica dell’integrazione e degli stranieri che ci pagheranno le pensioni è efficace, soprattutto grazie alla cassa di risonanza dei media ma, alla prova dei fatti, si dimostra questa sì, una bufala. Per questo, io rivendico il diritto alla non accoglienza e alla non integrazione, esattamente come fa ipocritamente la Merkel con i rimpatri volontari. Certo, una quota di immigrazione è fisiologica e anche necessaria nei Paesi avanzati ma tra minoranza qualificata e invasione di massa, a casa mia passa una bella differenza. Perché il Regno Unito può pianificare i suoi flussi in base alle necessità del mondo del lavoro britannico, garantendo una corsia preferenziale alle varie professionalità richieste (vedi il boom di assunzioni di stranieri come tecnici informatici, soprattutto indiani o infermiere nel sistema sanitario nazionale) ed evitando arrivi di persone indesiderate e nessuno sbraita al razzismo contro Westminster?

Perché i governi del Nord Europa, quelli che si sono mostrati fari di accoglienza negli anni, ora stanno tutti alzando muri e procedendo a espulsioni su base volontaria, ovvero pagando con soldi dei contribuenti l’allontanamento di chi non ha diritto di stare nel Paese? Perché costa enormemente meno dell’assalto alla diligenza del welfare compiuto da questa gente, la quale nella stragrande maggioranza dei casi non ha alcun requisito, se non quello del malato senso di colpa occidentale. Lo stesso che ha visto l’UE pagare la Turchia per tenersi i profughi siriani, gli unici ad avere davvero diritto, salvo poi sfoltire i rami dell’accoglienza anche al proprio interno con le incentivazioni alle partenze. Ma non solo, perché ci sono anche gli interessi.

Migrants scamming the German welfare systems 1080p

Non quelli degli immigrati ma del mondo della cosiddetta accoglienza che specula sull’emergenza e sugli arrivi. E non parlo soltanto delle coop e delle organizzazione che gestiscono i centri di accoglienza e nemmeno dei soggetti privati che mettono a disposizione le proprietà in convezione con lo Stato: c’è dell’altro, terribilmente legale. Ontologicamente. Perché si tratta del business che sta dietro i ricorsi, una manna per alcuni studi legali. Molti di questi, infatti, si occupano dei ricorsi che i richiedenti asilo presentano in Tribunale contro la decisione della Commissione territoriale di non concedergli lo status di rifugiato. A pagare le spese legali ai migranti – che si dichiarano nullatenenti – sono ovviamente i cittadini italiani attraverso il patrocinio gratuito a spese dello Stato. Si parla di circa 600 milioni di euro all’anno.

Ma l’ultimo scandalo riguarda la gestione degli avvocati iscritti nelle liste del consiglio dell’ordine. Stando a quanto scrive “Libero”, infatti, spesso i migranti che devono presentarsi al ricorso finiscono negli stessi studi legali. Alcuni assistono solo 4-5 persone al mese, altri arriverebbero anche a gestire 60-100 ricorsi. Cosa significa? Che questi avvocati (che spesso userebbero tirocinanti pagati poco più di 500 euro) incasserebbero qualcosa come 100mila euro al mese. Una manna. E vale solo per il primo grado, dove ogni migrante costa al contribuente qualcosa come 1000 euro, poi c’è l’Appello con altri 1200 euro e la Cassazione con altri 3mila euro.

E cosa dire dei comuni e degli enti locali? Diciamo che è in voga una specie di federalismo dell’accoglienza, stando ai dati presentati pochi giorni fa nella relazione della Corte dei Conti sulla gestione del sistema di protezione e accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, il famoso Sprar. Ad esempio, il comune di Ostuni (Brindisi) e quello di Ercolano (Napoli) hanno ottenuto un finanziamento pubblico per 15 posti per l’accoglienza di profughi e richiedenti asilo, il primo di 279.195 e il secondo di soli 146.170 euro. Stessa durata di permanenza, stessi servizi. La differenza – il 91% – “appare chiaramente sproporzionata”, dicono i giudici contabili, così come quella tra i 304.037 euro richiesti dal comune di Licata (Agrigento) e i 460.337 del comune di Chiaromonte Gulfi (Ravenna): +51%. Insomma, la rete di servizi che sta a valle della prima accoglienza, progetti e strutture che vengono portati avanti dagli enti locali con forme di integrazione (corsi di lingua) e di avviamento al lavoro, è una manna di sprechi e ruberie.

Tant’è che negli ultimi 10 anni i posti a disposizione sono passati da 1.365 a oltre 27mila, mentre nel giro di due anni i comuni coinvolti sono saliti da 382 a 574 e i progetti finanziati da 434 a 674: anche la dotazione del Fondo nazionale erogato dal Viminale (Fnpsa) è lievitata, passando da 206 milioni nel 2014 a 213 nel 2015. Analizzando a campione i contratti tra comuni e gestori, inoltre, emerge che per alcuni non è stato dato luogo a procedura pubblica del bando, anche quando gli importi erano superiori alla soglia comunitaria, alla faccia di ogni principio di economicità, trasparenza e concorrenza. Il tutto, senza obbligo di rendicontazione per i soggetti che gestiscono le strutture ed erogano i servizi. Lo dice la Corte dei Conti, non il sottoscritto: che i giudici contabili siano tutti dei pericolosi xenofobi?

Alla luce di tutto questo, da cittadino che paga le tasse e che non gode di alcun benefit, non dovrei rivendicare il diritto a non accogliere e non integrare? Integrare chi, oltretutto? La prima generazione di sudamericani giunta a Milano si è integrata perfettamente, si è davvero rivelata una risorsa nella cura delle abitazioni, dei bambini e degli anziani di una Milano troppo indaffarata a correre dietro a successo e carriera. Ma quelli erano altri tempi. Tempi in cui la sinistra non correva dietro alle desinenze lisergiche della Boldrini o ai piagnistei gender di Vladimir Luxuria, tempi in cui se uno si comportava da stronzo, era solo stronzo e si poneva rimedio alla faccenda. Oggi invece abbiamo le sfumature di stronzaggine in base al colore, l’orientamento politico e sessuale, la religione e via di minoranza in minoranza. Se sei bianco, etero e non di sinistra, sei stronzo a prescindere. Come Donald Trump: ciò che fai, sbagli.

Com'è ridotta via Padova?

Ed ecco che grazie a questa deriva, la seconda generazione, quella degli attuali ventenni che sono italiani a tutti gli effetti in moltissimi casi, ci ha messo poco a dar vita al fenomeno delle gang di latinos, non esattamente un problema da poco, chiedere referenze in Questura e Procura. Per quale ragione si sente la necessità di dar vita ad aggregazioni sociali su base etnica, oltretutto con altissima propensione a delinquere e all’uso della violenza? Forse perché non si sentono integrati e allora si rifugiano nel richiamo del sangue? Non diciamo cazzate, per favore. Lo fanno perché viviamo in un mondo che consente loro di farlo, che se li arresta li scarcera subito dopo (quando vedono la galera), che li giustifica perché Milano è cattiva e razzista e allora è normale che vadano a sublimare la rabbia dell’esclusione nel richiamo etnico del rituale di gruppo. Avete rotto i coglioni con il determinismo sociale: o accetti le regole del vivere civile o ti levi dalle palle, vai dove sono in voga i rituali che ti piacciono tanto e ti fanno sentire accettato dal gruppo.

E’ normale vivere in quartieri ghetto, dove essere italiano significa far parte di una minoranza assoluta? E poi, chi ha deciso di dovermi imporre una società multi-etnica e il fatto che io debba subirla? Cosa ho da spartire con un afgano o un nigeriano? Le anime belle risponderebbe “la natura umana” ma queste troiate lasciamole a Roberto Saviano: io non ho niente in comune con loro. Posso conviverci forzatamente ma nulla mi accomuna. Né cultura, né modo di vivere, né lingua, né tradizioni, né ideali, né idea della società, né tradizioni. Niente. E vale per il 70% dei casi, lo sappiamo tutti. Sono normali le occupazioni di case popolari da parte di cittadini stranieri, i quali già beneficiano di parecchi favori nelle graduatorie ufficiali, a loro volta ampiamente pilotate e inquinate (da italiani, meglio sottolinearlo)? E’ normale lo spaccio a cielo aperto in corso Como, quella che dovrebbe essere la via chic della Milano post-Expo? Fatevi un giro appena cala la luce del sole e vedrete le gang di africani all’opera per offrirvi sostanze di ogni tipo: la polizia? Cosa li arresta a fare, dopo un’ora sono a spasso. E i rom che chiedono il pizzo per parcheggiare a Porta Venezia, altrimenti ti trovi la macchina sfregiata o con lo specchietto rotto? Perché devo pagare i costi sociali ed economici dei campi nomadi: se sei nomade, devi muoverti, altrimenti sei protagonista di un ossimoro.

Quel campo, quindi, deve servirti come un’area di sosta temporanea. Altrimenti, se sei stanziale, col cazzo che vivi con gli allacci abusivi e senza pagare nulla allo Stato: cerchi lavoro, prendi una casa in affitto e ti mantieni, smettendola di rubare e ti non mandare i figli a scuola: o accetti di vivere come si deve, altrimenti puoi tornare nei Balcani e vedere come ti accolgono da quelle parti. Non devo pagare io la tua non-integrazione, scegli: ma quelle baraccopoli, destinate a diventare epicentro di degrado, non devono esistere. Punto. E’ normale che la stazione Centrale di Milano (ma il ragionamento vale anche per Termini a Roma), di fatto il biglietto da visita della città per chi la raggiunge in treno, sia un bivacco a cielo aperto di clandestini, spacciatori e perdigiorno di varia risma ed etnia?

Migranti, far west in stazione Centrale a Milano

E’ possibile che una donna debba aver paura ad andare da sola a prendere il treno, non solo la sera ma anche in pieno giorno? Ormai è una situazione di degrado strutturale che pagano gli abitanti del quartiere, i milanesi che usufruiscono dello scalo ferroviario e anche chi arriva e parte in treno: pensate che a Victoria Station di Londra o alla Hauptbahnhof di Monaco di Baviera si assista a simili spettacoli, nonostante i problemi legati all’immigrazione esistano anche in quei Paesi, senza che le autorità preposte intervengano? E non sto esagerando, perché questo video

MIGRANTI, ROZZA: "SERVE LUOGO PER RIMPATRI, ANIME BELLE NON SI STRACCINO VESTI"

ci mostra come anche l’assessore ai Lavori pubblici e all’arredo urbano del comune di Milano, Carmela Rozza, non certo una di destra, dica chiaramente che le anime belle della buona borghesia meneghina è meglio che non si straccino le vesti: occorre individuare luoghi dove ospitare gli stranieri che devono essere espulsi. Certo, dietro questa conversione al buon senso c’è la svolta Minniti in tema di immigrazione, tutta elettorale ma tant’è, meglio tardi che mai, ancorché non sincera fino in fondo.

E basta anche con le panzane in base alle quali senza i lavoratori stranieri l’economia italiana crollerebbe e non si potrebbero più pagare le pensioni, visto che il Pil degli immigrati viene da più parti paragonato a una multinazionale. Parlando in termini economici, si presenta un fatturato come fosse un ricavo? Io posso guardare al fatturato di un’azienda ma se di spese ho 200 e di ricavi solo 100, fallisco. Stando ai dati della Fondazione Leone Moressa, non esattamente degli epigoni di Kappler, gli stranieri pagano 6,7 di tasse a fronte di 5 milioni di persone: fate un calcolo rapido rapido e vedrete che abbiamo un versamento di tasse pro capite di 1.340 euro. Se però prendiamo i dati Eurostat, altro ente non particolarmente vicino al Terzo Reich, scopriamo che il costo pro capite solo della sanità in Italia è di 2.400 euro: quindi, chi mette la differenza per ogni immigrato rispetto a questo mismatch fra entrate e uscite? Lo Stato. Cioé noi. Inoltre, sapete – sempre in base ai dati Eurostat – a quanto ammontano le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia, ovvero il denaro che guadagnano ma che fanno uscire dal nostro Paese per spedirlo nei Paesi d’origine?

A qualcosa come 6,4 miliardi, questo a fronte di costi enormi che gravano sul welfare italiano. E’ razzismo questo o dire le cose come stanno? Ma fino a quando non ammetteremo, tutti, che si è perso il controllo di un fenomeno critico, lasciando che i timori delle accuse di razzismo obnubilassero quello che è semplice buon senso, non ne usciremo e la gente sarà sempre più esasperata. Rivendico il mio diritto alla differenza e al non voler accogliere, integrare e convivere con certe persone. Lo so, questo fa di me un fascista. Non importa, lo appunto come medaglia al petto nella lotta all’ipocrisia imperante. Poi, però, non lamentatevi se l’80% degli italiani interpellati per un recente sondaggio di “Repubblica” ammette di volere “l’uomo forte” al potere, citando Putin come esempio. Siete stati voi borghesi buonisti e illuminati ad aver creato le condizioni per questa guerra fra poveri, oltretutto schierandovi apertamente con il diseredato non autoctono per una supposta superiorità morale e snobismo culturale. E, soprattutto, stando comodamente seduti, indossando eleganti giacche in tweed, in caldi ed eleganti salotti di appartamenti in centro. Pieni di allarmi e videocamere.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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