Ankara: “L’accordo sui migranti è finito”. E mentre Rutte gode in vista del voto, il PD punta al suicidio

Di Mauro Bottarelli , il - 70 commenti


Già nel mio articolo di domenica avevo evidenziato come Germania e Olanda stessero usando strumentalmente la crisi diplomatica con la Turchia per ragioni di politica interna, strettamente legate agli appuntamenti elettorali in programma. Non ci voleva molto a capirlo, visto che fino alla scorsa settimana a nessuno in Europa fregava assolutamente nulla del referendum costituzionali turco che permetterà, in caso di vittoria, ad Erdogan di restare al potere fino al 2029 con deleghe pressoché totali, stato di emergenza in testa. Nessun summit ad hoc convocato a Bruxelles, nessuna presa di posizione ufficiale: tutti sapevano, nessuno aveva di che ridire. Strano caso, si avvicina il voto in Olanda e la visita di due ministri di Ankara (tra cui quello degli Esteri) presso la comunità turca olandese diventa un caso di Stato, capace di portare – di fatto – alla rottura delle relazioni tra Turchia e L’Aja.

Divieto di sorvolo degli aerei olandesi, espulsione dell’ambasciatore come persona non grata, minaccia di sanzioni dirette e richiesta di intervento dell’UE: la Turchia ci è andata giù pesante, anche perché questo sentimento anti-europeo e anti-occidentale porta acqua al mulino elettorale di Erdogan. Ma ora c’è qualcosa di più, come vi avevo anticipato. In un’intervista rilasciata questa mattina, il vice-premier turco, Numan Kurtulmus, dopo aver ribadito accuse e passi diplomatici verso l’Olanda, è andato oltre: “C’è una crisi in atto ed è molto profonda. Non l’abbiamo creata noi, né portata a questo livello”. Poi, la bomba, ancorché da verificare nei fatti: “L’Europa non ha mantenuto le promesse relativamente all’accordo sui migranti, per quanto ci riguarda quel patto è finito”. Boom, circa 2 milioni di rifugiati siriani attualmente bloccati all’interno dei confini turchi sarebbero quindi pronti a inondare la Grecia e portare pressione insostenibile sulla rotta balcanica, di fatto blindata da muri come quello ungherese o serbo ma decisamente a rischio di fronte a una pressione potenziale di quel genere.

Si sta facendo sul serio o siamo al gioco delle parti per fini meramente elettorali? Dal punto di vista economico, giova ricordare che gli investimenti diretti olandesi in Turchia rappresentano la maggiore fonte di intervento estero con il 16% del totale, mentre l’export turco verso l’Olanda ha totalizzato 3,6 miliardi di dollari nel 2016, di fatto tramutano l’Aja nel decimo mercato in assoluto per le merci turche, stando a dati del Turkish Statistical Institute. Dal canto suo, Ankara ha importato beni olandesi per 3 miliardi di dollari lo scorso anno: insomma, se la crisi diplomatica portasse a un collasso totale delle relazioni e a un embargo, una recessione per l’economia turca potrebbe essere non esclusa. In compenso, quanto accaduto sta facendo la fortuna del premier olandese Mark Rutte, da tre giorni presente in ogni media locale ed estero, proprio a ridosso del voto di domani.

E grazie alla tensione innescatasi con Ankara, Rutte ha potuto virare decisamente a destra nei toni, andando a competere con Geert Wilders sul suo terreno: prima ha infatti detto che “se ai cittadini turchi non va bene la democrazia olandese, posso andare altrove”, poi ha sottolineato come l’irrigidimento della crisi sia stato necessario perché “pensavano di venire a dettare le regole a casa nostra”. Insomma, siamo ai livelli di Borghezio ma l’Europa intera ha applaudito, perché il nemico è il satrapo e despota Erdogan. Lo stesso a cui si sono garantiti 3 miliardi di euro per bloccare i profughi turchi, soppesando anche le virgole ogni volta che c’era da trattare: ipocrisia all’ennesima potenza. Intervistato dalla NRC rispetto al fatto che la crisi gli abbia permesso di giocare il ruolo del leader forte, Rutte ha risposto che “non stavo certo aspettando un situazione simile… Mi sta costando ore e ore di campagna elettorale ma è il mio lavoro, essere primo ministro arriva prima di tutto”. Che martire della causa! Questa tabella

ci mostra l’ultimo sondaggio compiuto ieri da Pein.nl, il quale vede il partito di Geert Wilders alle soglie della vittoria ma che, soprattutto, certifica per la prima volta come i supporter del partito nazionalista non abbiano più paura di rivelarsi e ammettano di votare senza dubbio per il PVV domani. Ma il sondaggio ci dice anche altro, visto che tra i 2mila interpellati, ben l’86% ha dichiarato di ritenere come Rutte si sia comportato molto bene nel corso della disputa con Ankara. La questione, a questo punto, è tutta e soltanto di percezione e di segnali. Il proporzionale puro in vigore in Olanda, infatti, preclude al PVV l’arrivo al potere (salvo una performance bulgara, alquanto improbabile) e quindi Rutte potrà scegliere la via del compromesso e del governo di coalizione, escludendo fin da ora l’ipotesi di accordo con Wilders: “No, non faremo un patto di governo con lui. Già una volta, quando la crisi si è fatta più profonda, è scappato via”.

Di fatto, il rischio di instabilità politica post-elettorale resta molto alto, traducendo il voto per il PVV in qualcosa di più dell’atto di testimonianza: se una buona affermazione di Wilders porterà l’impasse a L’Aja, il segnale per gli elettori euroscettici francesi e tedeschi sarà decisamente chiaro. E diverrà una forte tentazione in vista del voto: anche non andando al potere, si può infilare il brechtiana granello d polvere nel meccanismo di potere reale europeista, creando le condizioni di ingovernabilità o instabilità politica. In ogni caso, grazie alla crisi ad hoc con Ankara, Rutte potrebbe evitare il disastro, limitando il risultato a una brutta gatta da pelare.

E attenzione, perché ieri sera nell’ultimo dibattito televisivo, Geert Wilders è stato molto chiaro rivolgendosi a Mark Rutte: “Sei stato preso in ostaggio da Erdogan, chiudi i confini olandesi. Tutto ciò che dobbiamo fare per proteggerci è non fare accordi come quello che abbiamo fatto con Ankara”. Come dire, basta compromessi, blindiamo le frontiere e che il costo lo paghi qualcun’altro: chi sarà quel qualcuno, a vostro modo di vedere? Noi e la Grecia, visto che già oggi i dati del ministero dell’Interno e di Frontex parlano di oltre 15.800 sbarchi dall’inizio dell’anno sulle nostre coste, un secco +66% rispetto allo stesso periodo del 2016.

Se contiamo il fatto che ormai siamo alle soglie della bella stagione, che il governo di Al Serraj in Libia non sta facendo assolutamente per contrastare le partenze e che incombe il rischio di apertura dei confini turchi con Grecia e Bulgaria, capite bene quale rischio potenziale corra il nostro Paese. E la politica cosa fa, a parte scannarsi su mozioni di sfiducia contro Luca Lotti e dibattere su chi abbia ragione fra De Magistris e Salvini? Nulla, tanto più che con l’Europa in piena implosione (ora è arrivata anche la mina scozzese sul Brexit), l’Italia vanta il ministro degli Esteri più silente e irrilevante del continente. In compenso, come ci ricordava la prima pagina dell’Unità di oggi,

il resuscitato Walter Veltroni, lo stesso che il giornale fondato da Antonio Gramsci lo ha affossato sotto il peso di videocassette e album delle figurine, rilancia ancora la proposta del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, di dare vita a una marcia pro-migranti per unire il PD, scelta già sposata dal candidato alle primarie e ministro della Giustizia, Andrea Orlando e dall’assessore alle Politiche sociali del comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, il quale ha già anche avanzato il 20 maggio come data delle kermesse da tenersi nel capoluogo lombardo. Insomma, stanno facendo di tutto per suicidarsi da soli, per spianare la strada ai Cinque Stelle nel voto del 2018 e alla troika subito dopo, quando l’impossibilità di trovare una formula di governo di minoranza o con l’appoggio esterno in sede di incarico manderà il nostro spread sull’ottovolante. Non scherzo, all’appuntamento renziano del Lingotto dello scorso weekend questa era la road-map più accreditata dagli stessi seguaci dell’ex premier: insomma, tanto peggio, tanto meglio, almeno i grillini li spazziamo via del tutto.

Ma qualcosa pare muoversi anche a sinistra, visto che poco fa a “Omnibus” su La7, Elisabetta Gualmini, vice-presidente PD dell’Emilia Romagna e assessore al welfare e alla politiche abitative, ha rispedito al mittente l’ipotesi in tal senso avanzata in studio da Corradino Mineo, facendo notare che l’aria nel Paese è cambiata e l’emergenza immigrazione è reale e sentita, a tal punto da rendere un’iniziativa come quella della marcia pro-migranti poco digeribile ai cittadini ma anche agli amministratori che sul territorio devono lottare ogni giorno per trovare soluzioni a un flusso oramai senza fine e senza controllo. Ma non è l’unico caso di amministratore locale PD che esce dal seminato del politicamente corretto, pur scadendo nel ridicolo per cercare di salvare le apparenze. E’ infatti scattata l’emergenza sanitaria fuori dalla stazione ferroviaria di Ventimiglia, utilizzata come bagno pubblico “en plein air” da decine di migranti che, soprattutto di notte, bivaccano fuori e dentro lo scalo ferroviario, in attesa di trovare un modo per raggiungere la vicina Francia.

E se da una parte i netturbini hanno più volte minacciato di incrociare le braccia, se non saranno messi nelle condizioni di lavorare in sicurezza per la propria salute, dall’altra l’amministrazione comunale retta dal sindaco Enrico Ioculano (PD) ha investito 4mila euro (per il periodo tra marzo e giugno 2017) per disinfestare la piazza. Ma attenzione: l’aspetto più assurdo, alla fine, è che se tutti si lamentano – stando all’acuto ragionamento dell’amministrazione – la colpa è dei giornalisti, accusati di amplificare il disagio dei cittadini, scrivendo che la stazione è sporca. E l’affermazione è contenuta, a chiare lettere, nel testo della Determinazione numero 244, con la quale il Comune mette a bilancio l’impegno di spesa. L’avesse fatto un comune retto da Lega Nord o Forza Italia, avremmo già qualcuno che scomoda lager e Zyclon B ma se si tratta del PD, c’è sempre la scusa pronta e la colpa da scaricare su altri. Ancora per poco, stavolta il redde rationem sta davvero arrivando. E noi abbiamo un Parlamento che litiga su Lotti.

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