Decrescita felice?

Di Lo Ierofante , il - 56 commenti

 

 

 

 

Gerardo Gaita

 

 

 

 

Tutte le critiche (negative) all’ordine di libero mercato possono essere descritte come il frutto di un eccessivo razionalismo (come avrebbe sostenuto von Hayek) oppure come il frutto di una rivolta contro la ragione (come invece avrebbe sostenuto von Mises).

Quello che in ogni caso c’è di univoco è che il libero mercato ha dovuto praticamente da sempre scontrarsi con opposizioni scientificamente insostenibili.

In tal senso, è doveroso ricordare che l’economia è una scienza, ma in quanto appartenente al mondo delle scienze dell’azione umana e non al mondo delle scienze naturali il suo procedimento d’indagine non può essere lo stesso di questo secondo mondo.

Una delle critiche più recenti all’ordine di libero mercato è quella che va sotto il nome di “decrescita felice”.

La prima apparizione di questo termine viene fatta risalire alla pubblicazione in lingua francese, nel 1979, di una raccolta di saggi dell’economista rumeno Nicholas Georgescu-Roegen, ma è solo con l’arrivo del ventunesimo secolo che la decrescita prende l’aspetto di una corrente di pensiero ed inizia costantemente ad entrare nel dibattito pubblico.

A portare sotto le luci della ribalta la decrescita, attraverso una vera e propria elaborazione del concetto, è stato il professore francese Serge Latouche, da considerarsi il deus ex machina di questa corrente di pensiero.

Latouche espone la decrescita come serena e conviviale, mentre il più celebre aggettivo felice è stato introdotto dal saggista italiano ed anch’esso teorico della decrescita Maurizio Pallante.

Quella della decrescita è una scuola di pensiero senz’altro non totalmente uniforme al suo interno, ma comunque i suoi autori presentano molti punti in comune.

I maggiori punti in comune riscontrabili sono una disapprovazione per l’esistenza di un’autonoma dimensione economica della vita umana ed appunto un’avversione nei confronti dell’ordine di libero mercato.

Prendendo in esame in particolar modo il pensiero di Latouche, iniziamo con il dire che questo autore descrive la modernità come un enorme processo di economicizzazione della vita umana e di occidentalizzazione del mondo e dedica una monografia all’invenzione dell’economia, definita come culturale e storica.

Per Latouche, l’economia, come ambito autonomo della vita umana, nasce tra il sedicesimo ed il diciassettesimo secolo e con la sua nascita l’essere umano si riduce progressivamente ad homo oeconomicus, vale a dire ad essere capace solamente di far proprie quelle motivazioni legate alla massimizzazione della sua ricchezza materiale in virtù di un utilitarismo unidimensionale.

Latouche comprime tutta l’economia dentro una scienza degli aspetti “strettamente economici” dell’azione umana, una teoria della sola ricchezza materiale.

L’avversione di Latouche al libero mercato avviene soltanto in seconda battuta rispetto a questa critica verso l’economia così inquadrata dallo stesso autore.

Questa visione di tutta l’economia porta Latouche a considerare libero mercato e socialismo reale come due varianti dello stesso fenomeno da condannare, ossia “la società della crescita”, ma nel libero mercato Latouche vede, in aggiunta, un ordine che finisce per distruggere il pianeta – libero mercato visto come sistema di dilapidazione irreversibile dell’ambiente e delle risorse – così come la società e tutto ciò che collettivo – libero mercato visto come sistema di distruzione antropologica degli esseri umani ridotti in bestie produttrici e consumatrici.

Ora, nel continuare ad analizzare il pensiero di Latouche e la società della decrescita, iniziamo anche smontarne i ragionamenti ed a vedere “l’incongruenza” tra metodi scelti e fini (cioè serenità, convivialità e felicità) cercati.

Latouche si scaglia contro l’occidentalizzazione del mondo, ma qui Latouche sembra proprio confondere la parola occidente con imperialismo, vale a dire con l’atto (o il propugnare tale atto) deliberato di acquisire e conservare il controllo politico, diretto od indiretto, da parte di uno Stato su qualsiasi altro territorio abitato.

L’imperialismo pertanto è un fenomeno da stigmatizzare in quanto incentrato sull’uso e sulla minaccia d’uso della forza a priori, ma sicuramente questo fenomeno non può essere associato come prerogativa esclusiva dell’occidente, bensì è prerogativa che può essere fatta propria da ogni potere politico, non importa a quale influenza culturale sia sottoposto.

Il mondo è la storia hanno, infatti, conosciuto e continua a conoscere imperialismi di ogni genere e solo alcuni di essi possono essere collegati all’occidente inteso come area storico-culturale-geografica.

Se poi ci sono beni e servizi tipicamente occidentali particolarmente apprezzati in tutto il mondo questo certamente non può essere considerato per l’occidente un peccato, giacché piacere ed essere ammirati non può essere una colpa ed il libero mercato non impone niente a nessuno.

L’economia, come ambito autonomo della vita umana, nasce come interazione sociale non programmata e non come risultato di una volontà comune diretta alla sua costituzione come ci vuol far credere Latouche.

L’economia è innanzitutto una conoscenza tacita, e tale conoscenza diviene consapevole, analizzata e strutturata teoricamente soltanto negli stadi successivi della storia dell’umanità, dunque una società dell’economia non è una tardo-invenzione dell’essere umano, ma è un qualcosa che ha accompagnato l’umanità sin dagli inizi del suo agire.

Inoltre, la dimensione economica della vita non ha come fondamento ultimo il desiderio di ricchezza materiale, bensì la condizione umana di scarsità: economici sono i mezzi e non anche i fini ultimi dell’azione.

Siamo quindi costantemente chiamati ad economizzare i mezzi della nostra azione e se non fosse stato per questa capacità dell’essere umano di economizzare non saremmo mai riusciti a risolvere problemi complessi.

L’essere umano è soprattutto un produttore creativo e non un dilapidatore di risorse, o meglio “è un produttore creativo fintanto che si circonda di istituzioni capaci di favorire la creatività umana”.

Pur agendo in condizione di scarsità, la capacità umana di economizzare è in grado, infatti, di “trasformare l’entità delle risorse disponibili da limitate ad incerte”, poiché la risorsa fondamentale per mezzo della quale possono in seguito trovare utilizzo tutte le altre risorse è la mente umana.

La storia dell’umanità dimostra che l’uomo, mediante le sue invenzioni ed innovazioni tecnologiche, è riuscito non solo a spostare sempre un po’ più in là la frontiera delle possibilità produttive ed a scoprire nuove risorse nonché a sfruttare meglio quelle già conosciute, ma, allo stesso tempo, è riuscito ad affrontare e risolvere gradualmente le problematiche ambientali che di volta in volta si ponevano.

Di conseguenza, dichiarare che l’essere umano è un dilapidatore irreversibile di ambiente e risorse è un’affermazione ottusa e disapprovare l’esistenza di un’autonoma dimensione economica della vita non ha alcun senso se non quello di porre l’essere umano dinanzi alla sua auto-distruzione.

Con ciò non si vuole, nel contempo, sostenere che l’essere umano sia capace di massimizzare in senso stretto e che la sua vita si esaurisca nell’idealtipo dell’homo oeconomicus.

Non siamo in grado di massimizzare in senso stretto niente, dal momento che non possiamo accedere alla conoscenza di tutti i dati rilevanti: non si può dire, infatti, del processo di competizione e cooperazione che esso porti alla massimizzazione di un qualche risultato misurabile, ma soltanto all’uso, in condizioni favorevoli, di maggiori capacità e conoscenze rispetto a qualsiasi altra procedura.

L’essere umano non può esaurirsi nel soggetto idealtipico dell’homo oeconomicus, il cui scopo è solo la ricerca della massimizzazione della ricchezza materiale, perché questo modello è scorretto in quanto parziale: tale soggetto, infatti, non tiene in conto quelle preferenze che possono emergere diverse dal guadagno materiale, come, ad esempio, il valore affettivo che una persona può conferire ad un determinato bene.

Se l’essere umano non può esaurirsi nell’homo oeconomicus, allora si deve dedurre che il concetto di utilitarismo non può essere unidimensionale.

Una corretta visione della scienza economica, infatti, tratta dell’azione umana non solo nella misura in cui questa è attuata da ciò che viene descritto come motivo del guadano materiale.

I problemi “strettamente economici” devono essere inseriti in una scienza più generale, quella della scelta umana, e non possono essere scissi da questa.

L’economia pertanto possiede da sempre un ambito di autonomia, ma in quanto scelta tra mezzi scarsi per poter raggiungere un determinato fine e non e come mera scienza degli aspetti “strettamente economici”.

Il libero mercato, fondandosi sulla soggettività del valore, va al di là dell’orizzonte degli sforzi umani e della lotta dell’uomo per i beni ed il miglioramento della sua ricchezza materiale e conseguentemente l’idea che esso distrugga tutto ciò che è collettivo è inaccettabile.

Il libero mercato, semmai, rappresenta l’organizzazione della vita collettiva più efficiente perché in esso le possibilità di scambio sono le più numerose possibili.

Latouche, con una chiusura mentale imbarazzante, condanna la società della crescita dato che in questa scorge un’amplificazione delle disuguaglianze materiali tra esseri umani.

Chiusura mentale imbarazzante per due motivi: senza crescita economica non avremmo mai avuto l’allungamento delle aspettative di vita, il crollo della mortalità infantile, la diffusione di condizioni igieniche accettabili, cure mediche all’avanguardia, etc.; il problema a monte non concerne una corretta distribuzione della ricchezza ma quello di assicurare la migliore contribuzione possibile al processo di creazione della ricchezza.

Latouche, concentrandosi sul tema delle disuguaglianze materiali, ammette che la povertà diffusa può essere un problema ma, a questo riguardo, il suo obiettivo non è quello di tendere ad ottimizzare la possibilità media di tutti, bensì di limitare uniformemente le energie produttive di tutti.

Certo, lo sviluppo economico non dovrebbe abitualmente prodursi a colpi ricorrenti di boom e crisi, ma se l’andamento economico mostra un comportamento che potremmo definire come “maniaco-depressivo” le cause vanno ricercate in una produzione e gestione del denaro fondamentalmente sottratta al meccanismo impersonale del libero mercato, e non nel libero mercato.

Latouche, per giungere nel lungo periodo alla sua società della decrescita, articola un programma politico in dieci punti:

  1. Ridurre l’impatto ecologico, tornando alla produzione materiale anni ’60 – ’70;
  2. Ridurre i trasporti internazionalizzandone i costi attraverso ecotasse;
  3. Rilocalizzare le attività;
  4. Ristabilire l’agricoltura contadina;
  5. Trasformare l’aumento di produttività in riduzione del tempo di lavoro e creazione di impieghi;
  6. Rilanciare la produzione di beni relazionali;
  7. Ridurre lo spreco di energia di un fattore 4;
  8. Penalizzare le spese di pubblicità;
  9. Decretare una moratoria sull’innovazione tecnologica;
  10. Riappropiarsi del denaro.

Latouche possiede anche un programma per far fronte alle sfide di breve periodo, e qui ci viene suggerito: reddito di cittadinanza, limite legale ai redditi più alti, imposte dirette progressive (sopra il reddito massimo legale anche del 100 per cento), imposte indirette sui beni di lusso, tassa patrimoniale e ricorso immediato alla monetizzazione in caso di deficit pubblico.

Insomma, ce n’è abbastanza per affermare che Latouche altro non è che un ennesimo grande nemico della società libera (sulla scia di Platone, Hegel e Marx) e la decrescita felice solo un altro modo per instillare lo statalismo nelle menti delle persone, ossia l’aggressione sistematica ed istituzionale contro la libera funzione imprenditoriale.

Infondo, è lo stesso Latouche a dircelo:

La concezione di società della decrescita (…) non significa un impossibile ritorno al passato, né un accomodamento con il capitalismo, ma un “superamento” (se possibile armonioso) della modernità. La decrescita è necessariamente contro il capitalismo (…) non si può pensare a una società della decrescita senza uscire dal capitalismo[1].

Latouche è quindi più vicino a Karl Marx di quanto egli stesso forse non pensi.

In aggiunta, la società della decrescita condanna il consumismo definito come “dimensione di costrizione”.

Su quest’ultimo punto c’è da mettersi preventivamente d’accordo.

Se per consumismo s’intende quelle interferenze politiche ai danni della libertà individuale di scelta atte a stimolare artificialmente il consumo ai danni del risparmio e della tesaurizzazione, ad indurci in maniera aggregata a spendere per consumi come se non ci fosse un domani perché tanto, ormai, utilizzare il proprio reddito in modo diverso è diventato istituzionalmente sconveniente se non impraticabile, allora è legittimo condannare il consumismo, poiché violazione dell’ordine di libero mercato e di una possibilità di progresso futuro.

Ma se condannare il consumismo significa condannare l’uomo comune come consumatore sovrano la cui decisione di comprare od astenersi dal comprare in ultima analisi determina quello che deve essere prodotto, allora la decrescita felice si dimostra ancora una volta di essere teoria al servizio della violenza organizzata e non vi sono sostanzialmente dubbi che i teorici della decrescita felice intendano, se non altro soprattutto, colpire l’uomo comune come consumatore sovrano.

Per Pallante la parola consumatore indica:

una mutazione antropologica degradante sia dal punto di vista dell’intelligenza, sia dal punto di vista della morale[2].

In definitiva, i teorici della decrescita non diffondono generalmente alcunché di sereno, conviviale e felice, ma solamente aggressione sistematica ed istituzionale che intende nascondersi dietro la maschera di un’etica frugale e l’illusione di avvicinarsi all’Eden attraverso una nuova civiltà basata sull’agricoltura biologica.

Essi si sentono i detentori di un punto di vista privilegiato sul mondo e soffrono di quel vizio filosofico che consiste nella presunzione di poter dirigere centralisticamente la società.

Essi ci raccontano che la società delle decrescita da loro ipotizzata, qualora fosse pienamente attuata, genererà una varietà imprecisabile di alternative ed esperimenti sociali, ma l’oggettività della realtà invece ci racconterebbe tutt’altro.

Come andrebbe a finire se queste teorie prendessero concretamente e pienamente il soppravvento lo si può esplicitare nella maniera seguente:

prima il controllo dei prezzi, poi la vendita forzosa, quindi il razionamento, poi ancora le norme tassative sulla regolamentazione della produzione e della distribuzione, e infine i tentativi di assumere la direzione pianificata dell’intero sistema produttivo e distributivo[3].

E si aggiunga pure, se non fosse già sufficientemente sottointeso, l’emergere di una povertà diffusa e l’annichilimento della libertà individuale di scelta.

D’altronde, quando si vagheggia un mondo dove la proprietà privata dei mezzi di produzione, i rapporti salariali e l’accumulazione di capitale sono un ostacolo e dove i prezzi dei fattori di produzione devono essere sottratti, nella loro determinazione, a qualsiasi influenza di libero mercato, non può che finire così.

Quando i lupi vengono a noi travestiti da agnelli.

 


[1] Latouche S., La scommessa della decrescita, trad. it., Feltrinelli, Milano, 2009, pp. 121-122

[2] Pallante M., La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal Pil, Edizioni per la decrescita felice, Roma, 2012³, p. 91

[3] von Mises L., I fallimenti dello Stato interventista, trad. it., Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 1997, p. 214


Riferimenti Bibliografici

Nicola Iannello, «Crescita, decrescita e libertà di scelta», in Idee di Libertà: economia, diritto, società, a cura di Nicola Iannello e Lorenzo Infantino, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2015, pp. 33-41


Condivisioni
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

  • ignorans

    Troppa teoria. Il libero mercato, così come pensato dall’autore, non è mai esistito. Quindi è inaccettabile che si parli di qualcosa che nessuno ha mai visto realmente all’opera

    • Mister Libertarian

      Il libero mercato è sempre esistito e sempre esisterà: tutte le volte che intrattieni uno scambio volontario con qualcuno, ad esempio quando compri il caffè o il pane, puoi sperimentarlo e vederlo e con i tuoi occhi.

      • Phobos88

        forse nell’acquisto di mezzo chilo di pane si, ma il “libero mercato”, nella sua accezione più generale e moderna, quindi capitalista, (e sopratutto guardando alla storia, e non ai libri che trattano della non-scienza economica, o al pensiero degli idealisti, che vedono il mondo come vorrebbero che fosse e non come è realmente) ha sempre finito per generare Cartelli e Monopoli, quindi l’antitesi di sè stesso.

        Immaginare il libero mercato è un po’ come immaginare l’ordine senza il potere, un concetto che mi affascina moltissimo (sono anarchico di indole) ma che riconosco dolorosamente essere pura utopia, e spero lo riconosca anche lei

        • nathan

          Uno Stato minimo e non invasivo dovrebbe riassumersi in una tassa sostenibile da pagare affinchè venga garantita la pacifica convivenza tra menti semplici e mente complesse all’interno dello stesso, purtroppo l’essere umano in quanto geneticamente parassita a corto raggio, ha travolto la logica applicata e la matematica grazie al crimine universalmente accettato rappresentato dalla democrazia.

          • Phobos88

            “leggera tassa da pagare affinchè venga garantita la pacifica convivenza tra menti semplici e mente complesse”

            non capisco il senso di questa affermazione, mi spighi meglio? (non c’è polemica, beninteso)

          • nathan

            Ci saranno sempre individui inutili ma istintivamente attivi (ovvero vogliono ciò che non dovrebbero avere, quindi potenziali e fisici depredatori della tranquillità economica e sicurezza sociale ai danni degli altri), come esisteranno sempre individui non all’altezza del progresso nonostante pretendano di farne parte.
            Il riconoscimento universale di poche e semplici leggi (quindi lo Stato) che abbiano conseguenze se non rispettate e la genesi di un numero ragionevole di mestieri inventati per occupare individui, e ben inteso, non come la barzelletta italopiteca, fa si che lei non debba proteggere il suo fortino ventiquattro ore al giorno dai coyote allo stato brado, togliendo nel contempo tempo prezioso alla sua elevazione e produttività individuale riflessa sulla collettività.

        • io

          Continuo a ripetere, massimo rispetto ma di anarchico non c’è proprio nulla in quello che dici. Per evitare che si formino cartelli e monopoli cosa facciamo? Ovvio creiamo il monopolio dello Stato che sempre monopolio è…senza senso!

          • Phobos88

            in quale parte del mio commento ho menzionato il monopolio dello stato? Io sono contrario a cartelli e monopoli di qualsiasi tipo, in linea di principio

          • io

            Stato=monopolio, altrimenti non è Stato

          • Phobos88

            mi stai attribuendo conclusioni a cui non sono arrivato, non ho mai menzionato lo Stato, mi limitavo a criticare il libero mercato

          • io

            Mi sembrava chiara la tua posizione nel post sul Giappone…Il libero mercato non è utopia, ma il meno peggio che si possa avere, meritocratico. Si formerebbero dei cartelli? Certamente si, ma dopo qualche tempo la gente che resta “segata” da quel cartello si organizzerebbe in modo diverso dando luogo ad alternative; cosa che non si può fare oggi perché lo Stato non lo permette, e non lo permette con la forza.

            PS al max le uniche mansioni che lascerei allo Stato sono difesa e giustizia (anche se qui siamo proprio al limite)

          • Ronf Ronf

            I cartelli non si devono formare. E come ci ha insegnato Teddy Roosevelt (Presidente USA nel 1901-09, Repubblicano) il solo compito dello Stato è quello di fare l’arbitro anti-monopolio per ottenere l’obiettivo supremo, cioè la tutela della concorrenza.

          • Ronf Ronf

            “Un monopolio privato nei settori indivisibili è un delitto che crea la distorsione nella concorrenza. In questi casi il monopolio dello Stato è il male minore” (Margaret Thatcher in un colloquio con il suo Ministro dei Trasporti on. Cecil Parkinson nel 1990)

        • Mister Libertarian

          I cartelli e i monopoli vengono distrutti dal mercato stesso.

          Nessun cartello o monopolio può reggersi a lungo sul mercato, se non ha l’appoggio e la protezione della legge statale, che esclude i potenziali concorrenti.

          • Ronf Ronf

            Il problema è che la grande azienda tende ad avere un potere di interdizione sulle altre anche a prescindere dallo Stato: ergo, bisogna riscoprire la lezione di Teddy Roosevelt (Presidente US nel 1901-09, Repubblicano) con le leggi anti-monopolio. Infatti il compito dello Stato deve essere quello di arbitro anti-monopolio per tutelare il maggior bene pubblico esistente, cioè il principio a favore della concorrenza che è alla base del libero mercato. Ma, in Italia e altrove, i vari De Benedetti usano i loro mass media per far crescere il tal politico che poi una volta eletto usa i soldi pubblici per salvare le varie Sorgenia di turno che hanno fatto fallire Mps perchè, come Renzi ha imparato in questo periodo, chi osa fare qualcosa fuori, o addirittura contro, le indicazioni di De Benedetti allora viene eliminato (Renzi voleva le elezioni anticipate, quindi i giornali di De Benedetti hanno pompato le inchieste contro suo padre e ora Renzi ha smesso di chiedere le elezioni anticipate e solamente adesso i giornali di De Benedetti hanno “mollato l’osso”)

          • Mister Libertarian

            No, a mio avviso ti sbagli.

            Lo Stato è il super-monopolio che da sempre crea e difende, attraverso la protezione legale, tutti gli altri monopoli o cartelli.

            Non sono mai esistite grandi aziende che hanno “monopolizzato” un mercato per lungo tempo, in presenza della libera concorrenza, anche solo potenziale.

            Quando succede è perché sono immensamente più efficienti di tutti gli altri concorrenti, e beneficiano quindi in maniera enorme i consumatori.

            Nel momento in cui non sono più efficienti, emergono nuovi concorrenti.

      • Ronf Ronf

        Hai ragione, però tu stai parlando della microeconomia: purtroppo nella macroeconomia invece c’è l’onnipresente Stato pro-Euro/UE e statalista.

        • what you see is a fraud

          E tutto e’ truccato nella macro economia . Il classico esempio e’ il prezzo della azioni in borsa . Quando certi titoli scendono oltre un certo limite …… una organizzazione di persone che lavora nella casa Bianca ……compera quei titoli di ditte importanti per sostenerne il prezzo e dopo che il prezzo e’ risalito le rivendono . Quella organizzazione si chiama il Plunge Protection Team .
          https://en.wikipedia.org/wiki/Working_Group_on_Financial_Markets
          Poi’ c’e’ il ” High Frequency Trading ”
          citazione “Specifically, it is the use of sophisticated technological tools and computer algorithms to rapidly trade securities.[8][9][10] HFT uses proprietary trading strategies carried out by computers to move in and out of positions in seconds or fractions of a second.”
          https://en.wikipedia.org/wiki/High-frequency_trading

          Qui ovviamente si usano computers molto veloci che sono posizionati a breve distanza dal mercato della azioni . La tecnologia per eseguire questo arbitraggio e’ disponibile sul mercato o creata in casa di grandi aziende . Lo scopo e’ di comperare e vendere ad alta velocita’ milgliaia di azioni e guadagnare pochissimo spiccioli per ogni transazione .

          • Ronf Ronf

            Credo che l’organizzazione da te citata abbia a che fare più con la FED piuttosto che con la Casa Bianca, ma adesso io ti voglio parlare di altro. Spesso ho notato i tuoi commenti dove dici che tu vieni preso di mira nella vita reale. Personalmente io sempre ho pensato “o questo è matto oppure ha ragione lui” e adesso, a causa di alcuni episodi su questo sito, sto iniziando a pensare che non sei tu il matto: cioè, mi spiego. Qui dentro alcuni utenti mi hanno preso di mira e tutti mi dicono sempre gli stessi insulti: come è possibile che persone diverse scrivono le stesse cose e gli stessi insulti? Evidentemente c’è una regia unica qui sul web.

          • Svicolone61

            Non è “banale” definire cosa sia un monopolio (definire il mercato di riferimento, l’arco temporale ecc) e quale sia l’interesse dei consumatori (per esempi: la MSFT sembrerebbe un monopolio ma grazie ad essa i costi per i consumatori sono crollati…)
            ……ne consegue che le leggi anti-monopolio sono complicate e quindi, a mio giudizio, da limitare a pochissimi casi.

          • Ronf Ronf

            Io so solo che senza una vera legge anti-monopolio esiste il rischio che qui in Italia le televisioni di Arcore finiscano in mano a Bolloré che di sicuro non sarà un editore pluralista (anzi… persino Silvio è più pluralista di lui). Il caso di Microsoft è diverso: credo che i giudici USA abbiano obbligato Bill Gates, per evitare procedure di infrazione, a donare parte dei ricavi di Microsoft in opere benefiche in modo tale da far scendere la Microsoft sotto il tetto che fa scattare l’obbligo di attivare una procedura di infrazione con l’Antitrust 😉

          • Svicolone61

            Riesci mai a partire da un principio e da regole generali?
            Non si può sempre partire da una angolatura di un caso specifico……
            Per fare una legge anti-Monopoli, come la chiami tu, occorre prima definire bene cosa sia un monopolio e come questo danneggi….

          • Ronf Ronf

            http://scenarieconomici.it/imprecisionirepubblica/ a quanto pare la tassa per i miliardari che tu hai difeso serve a De Benedetti per rientrare in Italia senza pagare la futura patrimoniale… per i monopoli, proponi tu come far terminare il monopolio editoriale di De Benedetti

          • what you see is a fraud

            Ciao Ronf Ronf . Per favore ignora gli insulti e poi questo sito e’ una parte minuscola del web . Dappetutto puoi trovare coglioni e persone con cui si puo’ discutere , io non credo che c’e’ una regia unica di persone che insultano , ma potresti anche lamentarti con la direzione di questo sito e cercare di bannarli . Gli insulti , secondo me sono illegali . Si possono avere punti di vista diversi , ma senza offendere nessuno . Al massimo posso prendere per il culo la cosi’ detta “scienza dell’economia ” , ma non le persone . Ciao

  • Mister Libertarian

    Complimenti per l’articolo.

    L’unico effetto della decrescita (in)felice sarebbe la morte per fame di buona parte del genere umano, e una vita ai limiti della sopravvivenza per la parte restante.

  • spartan3000_it

    Pragmaticamente io ho osservato che la decantata “liberta’” di fatto non funziona essendo per una certa percentuale la popolazione inadatta a riceverla senza conseguenze deleterie. Le storie di successo dell’imprenditoria e dell’innovazione sono troppe volte storie di “esternalizzazione dei costi (ambientali ed economici)” in cui pochi soggetti furbescamente si appropriano di un profitto esagerato scaricandone i costi sui posteri, sulla collettivita’, sull’ambiente. Io ho abbracciato la filosofia della decrescita e sono ritornato ai metodi antichi di risolvere i problemi apprezzandone la maggiore economicita’ senza farmi prendere dalla pulsione dell’aumento ipertrofico dei bisogni alla base della filosofia della crescita. Dietro il mito della crescita si cela in realta’ il signoraggio dei banchieri e dell’elite che amministrano che in questo modo nascondono il loro prelievo di falsari della moneta. Tornate ad inmbiancare con la calce (3 Euro un sacchetto), mettete toppe ai pantaloni che fanno pure figo, sfruttate al massimo il ciclo di vita dei prodotti, etc… avrete in questo modo la possibilita’ di usare il vostro tempo libero in abbondanza senza assillo di superlavoro per tornare a quell”Otium che e’ la vera aspirazione dell’essere umano desideroso di crescere solo spiritualmente.

    • io

      Giustissimo, ci può stare, ma il problema subentra quando OBBLIGHI anche quelli che non vogliono a vivere così

    • AnonimoSchedato

      Nel mito della crescita c’è il tentativo di trasformare tutto in transazioni economiche tassabili. Quando qualcuno si prende una fetta del valore del lavoro di qualcun altro, ha tutto l’interesse ad aumentare quel lavoro.
      Così abbiamo lo stimolo a creare figli che sbattono gli anziani in ospizio e per pagarne la retta devono incrementare le loro ore di lavoro più di quanto non dovrebbero fare per occuparsene da soli.
      OK, c’è la specializzazione, ma questo ragionamento si porta la sua buona dose di distorsioni. Alla base di tutto, però, c’è quella fetta non dovuta. Tasse, signoraggio, e tutte le altre tecniche per attribuirsi una quota del prodotto altrui sono la causa delle distorsioni che giustamente aborrisce.
      Ma il punto chiave è quello nota qua sopra l’utente io, è giusto ci sia libertà di scelta. Chi vuole decrescere può farlo senza obbligare altri a fare quello che soddisfa lui.

  • what you see is a fraud

    citazione ” è doveroso ricordare che l’economia è una scienza, ma in quanto appartenente al mondo delle scienze dell’azione umana e non al mondo delle scienze naturali il suo procedimento d’indagine non può essere lo stesso di questo secondo mondo. ”
    L’economia e’ una scienza ? Mescolare teorie campate in aria e statistica non fa una scienza . “The Naked Emperor of the Social Sciences ” = L’imperatore nudo selle scienze sociali ……
    https://en.wikipedia.org/wiki/Debunking_Economics
    E poi una cosi’ detta scienza che predica crescita infinita in un mondo finito come il nostro pianeta , deve essere per forza un abbaglio , una illusione o un sacco di balle .

    • Lo Ierofante

      Le politiche economiche degli ultimi anni si sono fatte decisamente beffe di ogni sana teoria economica.

      La colpa dello stato per lo più insoddisfacente delle condizioni economiche non può pertanto essere data alla scienza economica in quanto tale.

      Il destino della civiltà moderna è inseparabilmente legato ad un corretto studio della scienza economica e ad una sua corretta applicazione ai problemi correnti.

      • what you see is a fraud

        Mi piace ( sarcasmo qui ) questa sentenza “Il destino della civiltà moderna è inseparabilmente legato ad un corretto studio della scienza economica e ad una sua corretta applicazione ai problemi correnti. ”
        Abbiamo visto quella (pratica ) corretta applicazione negli scorsi 50 anni e anche prima ……. Il problema e’ che nessun cosi’ detto economista e’ corretto ( ????? ! ) nelle sua applicazione della teoria …..Ma nel frattempo comandano fantastici stipendi solo per sbagliare sempre le loro previsioni !

        • Lo Ierofante

          Cattivi economisti li avremo sempre probabilmente, come sempre probabilmente avremo anche cattivi medici, avvocati, dentisti, ristoratori, camerieri, etc.

          In tutte le categorie ci sono imperfezioni più o meno grandi.

          Le nostre previsioni economiche “ex ante” non potranno mai avere sapore deterministico, bensì dovranno essere considerate come delle pattern prediction, cioè previsioni di comportamento o di tendenza. Già questo è un buon criterio per distinguere in materia un ciarlatano da una persona seria.

  • iuter andrea

    in italia, grazie alla riduzione dei consumi (colpa crisi e tasse) e alla chiusura di posti di lavoro stiamo provando la decrescita, è tutt’altro che felice.

    alcuni punti di latouche sono umanamente infattibili esattamente come lo è il comunismo e la relativa dimostrazione dell’essere impossibile.

  • Alberto Gregorio

    Il Focus del problema che statalisti e socialisti si ostinano a non vedere :
    “… il problema a monte non concerne una corretta distribuzione della ricchezza ma quello di assicurare la migliore contribuzione possibile al processo di creazione della ricchezza.”
    Come sempre Gerardo accende una luce, utile per chi non è ancora completamente cieco.

  • Lorenzo

    il ritorno all’agricoltura contadina comporterebbe da sè la morte, per fame, di qualche miliardo di persone nel giro di qualche anno ed esodi di dimensioni bibliche. Sarà il grafene a migliorare il mondo, non certo i comunisti

  • antonio maria cacciapuoti

    la più importante decrescita necessaria è quella della popolazione planetaria. Siamo troppi.
    Tutto il resto viene da sè: meno inquinamento, meno bisogni da soddisfare, meno pressione demografica, meno scontri sociali, meno guerre

  • Claudicante

    Modestamente ritengo che il problema della decrescita sia sopratutto un problema di educazione al corretto consumo.
    Il consumismo purtroppo corrisponde esattamente alla sua prima descrizione,e in questa visione non solo è totalmente dannoso all’individuo, ma finisce anche per costruire una società degenerata.
    In definitiva il consumatore se correttamente informato è preparato esercita una libertà assolutamente positiva e costruttiva, tuttavia sono moltissime le forze che lo vogliono trasformare in uno sperperatore di risorse compulsivo, questa è la vera tragedia.

  • nevenbridge

    per me l’accumulo di capitale è un cancro totale
    capitale=potere

    http://www.zerohedge.com/news/2017-03-10/nobel-prize-winning-economist-blasts-americas-rent-seeking-economy

    Chi ha potere smette di innovare e creare ricchezza e passa al preservare diventando un tappo, un parassita per tutta l’umanità.
    Ciò che spinge le persone a creare ricchezza è la volontà di risolvere problemi non il fatto di avere tanto capitale e non saperci più cosa fare.
    Aiuto te che aiuto me.
    L’accumulo di capitale porta all’abuso di potere e conduce dritti al monopolio. Un monopolio privato è peggio di uno pubblico.

    • AnonimoSchedato

      Non vedo perché la proprietà (pubblica o privata) dovrebbe fare differenza. Un monopolio è un monopolio, con le sue regole.
      È interessante che non consideri l’accumulo del capitale (che “conduce all’abuso di potere e dritti al monopolio”) dello stato. Chi ne ha accumulato di più? Il debito è capitale che ha (avuto) tra le mani o no?

      • nevenbridge

        pienamente d’accordo con lei. In italia lo stato va ridimensionato ad un terzo almeno, i monopoli sono male a prescindere dalla proprietà.
        Quel che mi da fastidio è vedere gente che pensa di risolvere un problema con un’altro problema.
        Più il potere è distribuito più il mercato o il sistema in generale funziona. Quando la distribuzione del potere diventa troppo asimmetrica tra le parti il sistema si inceppa.
        Qualcuno mi spiega quale sarebbe il plus nel permettere l’accumulo di capitale? Principio a cui non sono totalmente avverso. Va bere risparmiare ma trovo ridicolo che ci sia gente con potere divini nel senso con miliardi di dollari di capitale ottenuto e preservato attraverso l’abuso di posizione dominante nel mercato e lo sfruttamento di leggi ingiuste che favoriscono solo alcune parti.

        • AnonimoSchedato

          Muovendoci nel solco della realtà così come la conosciamo, cioé senza parlare di abolizione degli stati, ma procedendo a piccoli passi, credo che manchi nella panoplia delle forme di organizzazione normate la società “rappresentativa” (della media gaussiana, non ho ancora trovato un nome migliore).
          Una sorta di onlus, ma con limiti stringenti sui trucchi che oggi vengono usati per trarne eccellenti forme di reddito per le figure prominenti (in alcune, per fortuna poche), come ad esempio retribuzioni molto sopra la media nazionale per presidenti e sindaci.
          Se esistessero società del genere, credo potrebbero funzionare da “calmiere” in tutti quei servizi (come gli ospedali) che sono particolarmente delicati.
          A parità di stipendio conosco molte persone che preferirebbero lavorare per società del genere invece che in quelle in cui sono oggi. I migliori finirebbero lì. Sarebbe interessante vedere la concorrenza all’opera.

          A mio parere il plus dell’accumulo di capitale è mettere in mano dei più capaci un moltiplicatore della loro capacità (i dipendenti meno capaci da loro diretti) che dovrebbe tradursi in più innovazioni, migliori prodotti e servizi, e quindi un più alto tenore di vita per tutti.
          Il problema è che spesso l’accumulazione è frutto di distorsioni (es: il più capace a corrompere non rientra nella categoria di quelli che dovrebbero avere più potere), mentre è nostro interesse premiare e potenziare solo le capacità utili.

          Personalmente trovo che invece di mettere in discussione l’accumulazione in sé, dovremmo mettere in discussione, nel caso specifico, individuale, le ragioni per cui l’accumulatore è (o no) più capace di portare beneficio alla società della media e se tale beneficio è maggiore dei frutti che gli porta.
          Stabilito che i benefici portati dal nostro capitalista sono maggiori dei suoi guadagni, a decidere quanto grande deve essere la fetta che lui trae per sé dal beneficio complessivo non può che essere la libera contrattazione tra le parti, cioè il mercato. Imho.
          Se non lo sono, come nel caso del ladro o del truffatore, semplicemente è una distorsione da correggere. Ragionando così, quante “professionalità” potrebbero finire in mutande!
          Quanti miliardari finirebbero a spazzar strade!

  • AnonimoSchedato

    Concordo nella sostanza, la decrescita mi sembra un nuovo tentativo di limitare la libertà nel nome di un bene superiore (o del rifuggire un male superiore).
    Quelle “ecotasse” e quel “decretare una moratoria sull’innovazione tecnologica” mi fanno ribollire il sangue. Come se non ci fossero abbastanza tasse e come se l’innovazione tecnologica non fosse l’unico motore dello sviluppo.
    Dannazione, ma come fanno a non capirlo???
    Però quella proposta di ridurre il tempo di lavoro la trovo molto ragionevole. Quale altra soluzione alla deflazione tecnologica? Io non riesco a vederla.

    • Lo Ierofante

      La società industriale non solo ha prodotto un incremento diffuso degli standard qualitativi di vita e del reddito reale, ma se ci pensi bene ha fatto in modo di donarci anche più tempo libero.

      Henry Ford dapprima introdusse nelle proprie fabbriche la giornata lavorativa di 8 ore e nel 1926 introdusse anche la settimana corta di lavoro (cioè 5 giorni di lavoro) a parità di salario.

      Tutto questo non sarebbe stato possibile senza innovazione tecnologica alla base.

      Vero che l’innovazione tecnologica può distruggere degli impieghi, ma nuovi profili lavorativi in sostituzione emergono sempre attraverso la cooperazione sociale.

      Ovviamente Stato permettendo, perchè lo Stato per mezzo di alta tassazione e alta regolamentazione può distruggere il nuovo lavoro già prima che questo possa essere concepito.

      p.s.
      Ovviamente, più lo Stato alza la sua tassazione e le sue regolamentazioni più i nostri sforzi per essere più produttivi a parità di tempo lavorato vengono contrastati.

      • AnonimoSchedato

        Sul dono del tempo libero avrei qualche riserva. Ricordo bene gli studi degli antropologi sulla media di ore lavorate alla settimana dei cacciatori raccoglitori (meno di venti, per la cronaca). Ho anche notato che molti professionisti di successo tendono ad avvicinarsi a questo numero, quando lasciati liberi di scegliere i loro orari dalle necessità della vita. La civiltà industriale ci ha restituito un poco del tempo che si era presa con la violenza della maggiore scarsità dovuta alla crescita demografica (o alle perdite di produttività da guerre, carestie e altre disavventure che hanno portato a grandi numeri di analfabeti, non era così nelle civiltà più avanzate del passato, basti pensare alla Roma repubblicana e al loro “non sa ne leggere ne nuotare” come insulto più sanguinoso), a mio parere.

        È chiaro che la tassazione, oltre ad essere una sottrazione di parte della vita, un concetto che vedo poco compreso, anche se siamo per lo più lavoratori e quindi il denaro corrisponde a tempo, pochi si sentono afflitti da una condanna simile al carcere a piede libero, è anche una barriera all’ingresso. L’ho provata sulla mia pelle quando ho rinunciato ad un progetto imprenditoriale quando la bottom line del mio business plan diceva chiaramente: “se ti va bene porti a casa poco più dello stipendio, se va male perdi tutti i risparmi”.
        Non credo di essere l’unico ad aver fatto ragionamenti simili in questi anni.

        Credo di aver toccato l’apice del inutile orgoglio quando ho spiegato a una attonita impiegata dell’agenzia delle entrate perché mi facevo da solo la dichiarazione di successione: “il costo delle tasse ha talmente ridotto il mio reddito e alza così tanto i prezzi delle parcelle dei professionisti che anche se vorrei non me lo posso permettere”. La faccia che ha fatto quando gli ho detto che questo è un caso da manuale per spiegare la forma della curva di Laffer avrei voluto fotografarlo per appenderlo in ufficio. Ma non sono sicuro abbia capito.

        • Lo Ierofante

          Naturalmente ogni settore lavorativo ed ogni vicenda lavorativa presenta le sue speciìfcità.

          Ma se mettiamo in relazione “reddito reale in proporzione alle ore lavorate nella società industriale da una parte e nella società pre-industriale dall’altra …

          Sullo Stato hai detto tutto tu: in un paese come l’Italia, ormai, costringe le persone più lontane da ogni beneficio di tipo politico a correre come criceti sulla ruota o a smettere di impegnarsi seriamente perchè tanto non ne vale per nulla la pena.

          Una cosa sulla demografia, tema in cui non sono voluto entrare nel post, perchè meriterebbe trattazione a parte.

          Nel 1742, David Hume scrisse che: “moltitudini di persone, necessità e libertà sono la fonte della prosperità commerciale olandese”.

          Con queste parole Hume voleva dire che una maggiore popolazione può significare una maggiore divisione e specializzazione del lavoro, maggiori idee imprenditoriali,nonché rendere conveniente investimenti che altrimenti non sarebbero mai realizzati perchè non profittevoli.

          Allora qui il problema non è la “demografia” in sè .

          I vantaggi, infatti, dell’avere una maggiore popolazione possono materializzarsi solo in presenza di istituzioni politiche ed eonomiche capaci di favorire la creatività umana e di proteggere la proprietà privata. E più queste istituzioni riescono essere estese a livello mondiale minori sempre a livello mondiale saranno i problemi da affrontare .

          • AnonimoSchedato

            Sul fatto che l’innovazione sia proporzionale ad una maggiore popolazione (in un contesto favorevole) sono pienamente d’accordo. Del resto è intuitivo, maggiore è il numero di persone che fanno lo stesso lavoro, maggiore è la probabilità che qualcuna sia innovativa (assumendo la distribuzione di creatività nella popolazione costante, come io credo). Non solo, ma maggiore è l’eterogeneità delle persone (storie personali diverse) maggiore la probabilità di diffusione di idee in campi diversi da quelli in cui sono nati (cross-pollination), credo sia ovvio che società meno dinamiche sono meno innovative.
            In più, le innovazioni si sommano (si ibridano, sono sinergiche) e, a mio parere, sono più frequenti al crescere della specializzazione. Direi che Hume vedeva lungo.

            Sulla possibilità di confrontare il reddito reale tra società industriali e preindustriali ho qualche dubbio. Mi sembra piuttosto complicato e non credo che riesca a descrivere la differenza che fa avere gli antibiotici o i trapianti d’organo e non averceli, o tra poter volare e non potere, alcune differenze non sono di quantità, ma proprio di qualità, il reddito non può riportarle, è una misura troppo semplificata per riuscirci.

          • Lo Ierofante

            Ma godere di un aumento del reddito reale significa, in ultimo, “avere la possibilità di accedere” ad un incremento degli standard qualitativi di vita.

            Certo si può avere un miglioramento del proprio standard qualitativo di vita anche senza alcun aumento del reddito reale, ma semplicemente dislocando meglio i propri sforzi ed il proprio reddito in possesso.

            In ogni caso, William Harold Hutt, ad esempio, dimostrò con un’analisi rigorosa che durante la rivoluzione industriale i lavoratori godettero di un graduale aumento degli standard qualitativi di vita per mezzo di un aumento graduale del loro reddito reale.

          • AnonimoSchedato

            Non discuto il progressivo aumento, credo la storia lo dimostri. Ma la crescita del reddito reale non può descrivere compiutamente i breakthrough tecnologici, le scoperte disruttive. Quanto vale un antibiotico? Per chi è morto per la sua assenza? Possiamo misurarlo in reddito reale?

          • Lo Ierofante

            Ma e’ meglio o non è meglio avere cure mediche all’avanguardia accessibili alla maggior parte delle persone? Se queste cure sono accessibili ai più vuol dire che, ceteris paribus, i redditi reali di queste persone sono aumentati.

          • AnonimoSchedato

            “Non c’è vero progresso se non è accessibile a tutti” Henry Ford.
            Pienamente d’accordo. Ed è vero che sono aumentati. Ma di quanto? In una situazione in cui esiste l’antibiotico, possiamo misurare la variazione del suo prezzo e valutare l’incremento di reddito reale al suo diminuire grazie alle innovazioni. Ma se non c’è? Mi sembra che sia “facile” misurare le variazioni, ma il valore assoluto? Quanto vale un antibiotico per una società che non lo ha sviluppato? Il costo di produzione iniziale? Il prezzo di vendita? Quello di un anno preso a riferimento? (Ma ricadiamo nelle variazioni, non è un valore assoluto). Il reddito perduto delle persone che muoiono per la sua assenza?
            Non so, non riesco a tacitare questo dubbio. Sarà la vecchia battuta “conosce il prezzo di tutto e il valore di niente” o la maestra con il suo “non puoi confrontare pere e mele” (non era economista, si vede 🙂 ).

          • Lo Ierofante

            Entrambi sappiamo che il concetto di valore e’ sempre soggettivo e quindi relativo. Per il resto, posso aggiungere soltanto che la ricchezza materiale aumenta solo alla fine di un processo produttivo e con il dovuto tempo di produzione.

  • Ezio

    Latouche non dice niente di nuovo ma lo dice peggio di un Illich, di un Rousseau o di un Anders. Disquisire con 4 riferimenti su un tema è da bambocci.

    • Lo Ierofante

      Latouche e’ Latouche pertanto non e’ semplicemente riducibile ad altri autori. Un post e’ un post e non potrà mai essere una tesi di laurea: si tratta un tema cercando di essere il più possibile precisi ma tenendo presente l’importanza della sintesi. Naturalmente dietro ci deve essere uno studio di quello che si andrà a trattare. Asserito quanto, sintesi non equivale a banalizzare. Dovrebbero essere osservazioni elementari da capire.

      • Ezio

        che corbelleria, chiunque può essere ricondotto ad un pensatore precedente proprio per il fatto che il suo pensiero si è formato sui testi degli autori precedenti. Diffido sempre da chi si ferma agli ultmi arrivati. Quindi sto discorso è mera attualità mentre vorrebbe dare indicazioni sui massimi sistemi.

        • Lo Ierofante

          Anche qui dimostri pressapochismo. Nel mio commento precedente, infatti, ho scritto: “semplicemente riducibile”. Che Latouche sia debitore di qualcos’altro non vi è dubbio, ma Latouche, cosi come la corrente di pensiero della decrescita di cui si può dire essere l’esponente principale, ha comunque una sua precisa e propria identità. Come dire che Keynes e’ senz’altro debitore dei teorici del sottoconsumismo dell’800, ma non e’ la stessa cosa perché presenta delle varianti e neanche di poco conto. Se nei nostri ragionamenti dobbiamo essere scientifici dobbiamo cercare di esserlo fino in fondo.

  • Pingback: Decrescita felice? - Ludwig von Mises Italia()

RC Facebook

RC Twitter

RC Video

Licenza

Creative Commons License Eccetto dove diversamente specificato, i contenuti di questo sito sono rilasciati sotto Licenza Creative Commons Attribuzione 2.5. In particolare la pubblicazione degli articoli e l'utilizzo delle stessi è possibile solo indicando con link attivo l'indirizzo di questo blog (www.rischiocalcolato.it) oppure il link attivo dieretto all'articolo utilizzato.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi