Il Deep State vuole sostituire Trump con Pence? Nel frattempo, il mondo è un campo di battaglia

Di Mauro Bottarelli , il - 28 commenti


Mentre l’America e il mondo sono focalizzate sullo scoop di MSNBC relativo alle tasse pagate da Donald Trump, ennesima riprova della credibilità della stampa mainstream, sottotraccia sono molte le notizie che rischiano di passare colpevolmente sotto silenzio. Mentre il re saudita Salman bin Abdulaziz sbarcava in Giappone per la sua quattro giorni di visita in Asia con 10 aerei, 500 limousine, 500 tonnellate di bagagli, 12mila stanze di hotel prenotate e due ascensori fatti ricoprire d’oro, suo figlio, Mohammed bin Salman, ministro della Difesa saudita, era a Washington per incontrare proprio il presidente Usa nel tentativo di “normalizzare i rapporti tra i due Paesi”.

Diciamo che, al netto del bando sui Paesi musulmani, Donald Trump sa far prevalere la ragion di Stato: detto fatto, nel corso dell’incontro ha sbloccato le commesse di armi messe in stand-by da Obama nelle ultime settimane di mandato. Donne, vecchi e bambini yemeniti, sentitamente ringraziano. Ma c’è poco da fare, per quanto Trump possa essere anti-establishment, rimane comunque il comandante in campo del comparto bellico-industriale e certi alleati non si possono far innervosire eccessivamente.

Anche perché alle orecchie del presidente devono essere arrivate voci di quanto scritto su Twitter nei giorni scorsi da Julian Assange, patron di WikiLeaks, fino ad oggi grande alleato involontario della Casa Bianca nella lotta contro il Deep State. E cosa ha scritto Assange? Che Hillary Clinton avrebbe privatamente reso noto questo mese di spingere in maniera silenziosa per un take-over alla presidenza da parte di Mike Pence, il vice di Trump. Di più, sempre Assange ha twittato che “due funzionari dell’intelligence hanno reso noto privatamente di stare pianificando un take-over di Pence. Non si sa se quest’ultimo sia d’accordo”.

Insomma, il Deep State ha trovato la sua soluzione alternativa allo scomodo inquilino di Pensylvania Avenue: se Donald Trump non scenderà a patti e non adotterà in fretta un approccio da Guerra Fredda 2.0 come nei desiderata dei corpi intermedi del potere, verrà estromesso nello stesso modo capitato a Flynn. E sarà Micke Pence a prenderne il posto. Ecco cosa ha scritto al riguardo Josh Rogin sul Washington Post: “Pence è visto nella capitale come la figura in grado di incarnare la figura del falco che ha tradizionalmente esposto nei suoi interventi al Congresso, divenendo un proxy dell’establishment del Partito Repubblicano avverso a Trump… Pence è un falco, molto influenzato dalla sua fede cristiana e sta operando un’agenda in stile Rasputin, lavorando accanto a Trump per influenzarne la politica estera ma anche rispettando le prerogative di molti consiglieri anziani della Casa Bianca che vogliono giocare un ruolo maggiore sullo scacchiere globale”.

D’altronde, non è un mistero che sia stato Pence a influenzare le nomine di tre classici falchi repubblicani come Dan Coates come direttore della National Intelligence, Mike Pompeo alla CIA e Nikki Haley come ambasciatore all’ONU. Insomma, la strategia pare chiara: o Trump cede a un’agenda anti-russa sullo stile di quelle adottate da Obama e Hillary, un qualcosa che potrebbe essere alle porte, vista la recente decisione di mandare truppe in Siria al fianco dei sauditi in chiave anti-Assad oppure potrebbe arrivare il tempo di un colpo di Stato morbido all’interno dell’amministrazione, un qualcosa che forzi Trump fuori dallo studio ovale, le cui porte si aprirebbero proprio a Mike Pence, con soddisfazione bipartisan di Repubblicani e Democratici e senza il trauma globale di un ritorno alle urne.

E che la russofobia stia tornando in auge Oltreoceano lo conferma il nervosismo che contorna l’operatività di Mosca in Medio Oriente. Il generale Thomas D. Waldhauser, capo del comando Usa in Africa, non ha dubbi: nel corso di una testimonianza dei giorni scorsi davanti alla commissione del Senato per le forze armate, ha confermato che la Russia sta cercando di condizionare l’esito della crisi libica, come ha fatto in Siria. “La Russia sta tentando di esercitare la sua influenza sulla decisione finale riguardante chi e quale entità avrà l’incarico di governare dentro la Libia”, ha dichiarato, paragonando poi le modalità di azione a quelle in Siria. “Stanno tentando di fare in Libia quello che hanno fatto in Siria?”, gli ha chiesto il senatore Lindsey Graham, riferendosi ai russi: “Sì, è un buon modo per descriverlo”, ha risposto l’alto ufficiale.

E, guarda caso, negli ultimi due giorni la stampa occidentale ha cominciato a passare al microscopio quanto sta accadendo in Libia, focalizzandosi in maniera ossessiva sulle mosse di Mosca. Di più, stando a fonti diplomatiche americane ed egiziane, la Russia ha inviato truppe speciali nella base egiziane di Sidi Barrani, a cento chilometri dal confine con la Libia. Ufficiali del Cairo hanno parlato di un primo plotone di 22 uomini arrivato nella base aeronavale, dove fino agli Anni Settanta erano presenti militari sovietici, mentre altri uomini sarebbero arrivati in una base più piccola, ancora più vicina al confine libico, Marsa Matrouh, equipaggiati anche “con droni”. Un aereo militare russo avrebbe fatto scalo all’aeroporto prima di proseguire per la Libia. Mosca e Il Cairo hanno smentito la presenza di truppe russe: “Non c’è alcun soldato straniero sul suolo egiziano”, ha sottolineato il portavoce dell’Esercito, Tamer al-Rifai ma la diplomazia americana teme che lo spostamento di truppe possa essere un tentativo di rafforzare le posizioni dell’uomo forte nell’Est della Libia, Khalifa Haftar, che ha appena perso i terminal petroliferi conquistati alla fine dell’anno scorso.

L’offensiva delle Brigate di difesa di Bengasi lo ha colto di sorpresa e ora Mosca teme che il gruppo possa attaccare lo stesso capoluogo della Cirenaica. E, in effetti, ieri sono bastate poche ore di combattimenti alle truppe fedeli al generale Haftar per riprendere il controllo dei terminal petroliferi di Ras Lanuf e Sidra, i due porti conquistati dalle “Brigate di Difesa di Bengasi” il 3 marzo scorso e poi ceduti alle “Guardie petrolifere” fedeli al governo di accordo nazionale di Tripoli, il governo libico riconosciuto dall’ONU. C’entra qualcosa la presenza di militari russi con questo blitz vincente? Nessuno lo sa ma, certamente, Washington – a cui piace vincere facile, solitamente – non sta festeggiando.

Il problema è che se l’idea del Deep State è quella di creare uno scenario di guerra globale per forzare la mano a Donald Trump, ci sta riuscendo benissimo. Creando però i presupposti per un potenziale incidente diplomatico a qualsiasi latitudine del globo. Il tutto, mentre il mondo nemmeno sembra accorgersi. Questo grafico

ci mostra come simulazioni di Predata-Beyond Parallel vedano al 43% di possibilità il fatto che un’attività nord-coreana con missili balistici avvenga nei prossimi sei giorni, mentre nei prossimi 30 giorni questa percentuale sale al 62%. E che lo scenario asiatico sia caldo lo conferma quanto scritto il 1 marzo dal Wall Street Journal, il quale ha confermato come la Casa Bianca “contempli sia un’opzione militare che una di regime change come risposta alla recente attività missilistica di Pyongyang nel mare del Giappone”.

E stando a un report di Yonhap, un cambio di regime potrebbe arrivare prima del previsto: la stampa sud-coreana ha infatti confermato che le forze speciali americane, inclusa la squadra che avrebbe eliminato Osama Bin Laden ad Abbottabad, prenderanno parte a esercitazioni congiunte in Corea del Sud per “porre in pratica strategie di annullamento della leadership nord-coreana in caso di conflitto”. Parliamo dello U.S. Navy’s Special Warfare Development Group, meglio noto come SEAL Team 6, il quale arriverà a giorni in Corea del Sud per partecipare a operazioni di simulazione della deposizione di Kim Jong-un, stando a fonti del ministero della Difesa di Seul. Le esercitazioni sono denominate “Foal Eagle” e “Key Resolve” e vedranno schierate a fianco dei sud-coreani anche i rangers dell’esercito Usa, la Delta Force e i Berretti verdi: insomma, l’elite militare statunitense.

E a Pyongyang stanno prendendo seriamente la minaccia, visto che è di ieri l’ordine di porsi in operatività da combattimento permanente, con i militari consegnati in caserma h24 ad ogni livello: “Se una delle divisioni Usa attualmente impegnate nelle esercitazioni in Corea del Sud infrangerà la nostra sovranità o dignità nazionale, condurremo attacchi senza pietà”, hanno reso noto i vertici militari alla Reuters nel pomeriggio di lunedì.

E qualcun’altro ha drizzato le antenne, ovvero la Cina. Stando a quanto pubblicato dal South China Moring Post, intervistando il generale in pensione Wang Hongguang, “Pechino è pronta a schierare le contromisurare anti-radar in grado di neutralizzare il sistema THAAD sud-coreano per l’intercettazione di missili balistici”. Per Wang, ex vice-comandante della regione militare di Nanjing, “completeremo il nostro schieramento prima che le operazioni del THAAD inizino. Non c’è bisogno di aspettare due mesi (in attesa delle elezioni per il nuovo presidente sud-coreano, ndr), visto che abbiamo già pronto l’equipaggiamento. Dobbiamo solo dislocarlo nel posto giusto”.

Non so voi ma alla luce di tutto questo, la decisione senza precedenti della Corte costituzionale di Seul di rimuovere dall’incarico la presidente, Park Geun-hye, dopo l’impeachment parlamentare del 9 dicembre scorso, si colloca decisamente in un solco brasiliano di interferenza estera in fattori di politica interna. Insomma, l’abuso di potere, le pressioni sulla stampa e l’eccessivo attivismo negli affari di Stato dell’amica santona appaiono splendide scuse per un regime change a Seul che crei le condizioni per quello a Pyongyang. Il tutto, made in Usa.

E tanto per non farci mancare nulla, le tensioni coreane si sono riverberate anche in Giappone, visto che Tokyo – dove stanno per essere dislocati nuovi caccia Usa – si appresta a dispiegare la sua più grande nave da guerra per una missione di tre mesi nel Mar Cinese Meridionale, in quella che si configura come la maggiore esibizione di forza navale nella regione dalla Seconda guerra mondiale. Parliamo della stessa area in cui Pechino, che rivendica la sovranità territoriale sul 90%, ha costruito ex novo degli isolotti per affermare la propria supremazia territoriale. A partire da maggio, stando a quanto appreso dalla Reuters, la portaerei Izumo (un caccia porta-elicotteri sulla carta, per aggirare la Costituzione pacifista che il premier Abe vorrebbe sostituire su pressioni Usa ma contro la volontà popolare) girerà tra Singapore, Indonesia, Filippine e Sri Lanka prima di unirsi alle esercitazioni navali congiunte di Malabar (al largo delle Filippine) con India e Stati Uniti.

“Lo scopo è testare la capacità di Izumo mandandola in una missione prolungata. E’ previsto un addestramento con la Marina Usa nel Mar Cinese Meridionale”, ha rivelato una fonte alla Reuters, chiedendo di non essere identificata perché non autorizzata a parlare con i media. Anche Taiwan, Malesia, Vietnam, Filippine e Brunei rivendicano porzioni di quel mare ricco di pesce, petrolio e gas e dove si muovono beni per 5mila miliardi di dollari all’anno – un terzo di tutto il traffico mondiale -, compresi i vitali rifornimenti petroliferi per il Giappone. Tokyo non rivendica nulla in queste acque ma ha una disputa a parte con la Cina per la sovranità sulle isole Diaoyu (in cinese) o Senkaku (in giapponese), nel Mar Cinese Orientale.

Peccato che il tutto avvenga con la tensione coreana in continuo aumento e mentre gli Usa, con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, hanno inasprito i toni verso la Cina, assimilando il comportamento di Pechino nell’area a quello della “Russia che ha occupato la Crimea”. Qualcuno crede ancora alla dottrina di Yalta 2.0?

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