I malati cronici d’Europa


di Francesco Simoncelli

Ricordate, le leggi dell’economia possono essere aggirate, ma non possono essere violate. I pianificatori monetari centrali sono restii ad apprendere questa lezione e ritengono d’avere per le mani l’elisir di lunga giovinezza quando si parla di politiche messe in campo per generare stabilità economica. Non è così, perturbano l’equilibrio dei mercati e si affanno per recuperarlo attraverso aggiustamenti costanti e ripetitivi. Il risultato è una stagnazione economica prolungata, curabile presumibilmente con quelle stesse politiche che fino a quel momento hanno fallito. Peggio, si presume che aumentandone la dose possano magicamente raggiungere l’obiettivo prefissato. Nel breve termine è anche possibile, ma sono disposizioni temporanee che presto lasciano lo spazio ad una correzione inevitabile. Questo perché i mercati sono dinamici, mentre gli interventi dei pianificatori monetari centrali sono mirati a farlo rimanere statico.

È per questo che la BCE non ha fatto alcun passo indietro questo mese e non ne farà alcuno nel futuro prossimo, nonostante abbia raggiunto il fatidico obiettivo del 2% d’inflazione che dovrebbe significare salute economica ripristinata. Invece lo zio Mario continuerà a parlare di “ripresa debole” e probabilmente si concentrerà sull’IPCH di base, in modo da aggrapparsi ad una scusa per alzare l’asticella dello stimolo monetario.

In altre parole, c’è una paura terrificante a chiudere i rubinetti monetari pena l’implosione del mercato obbligazionario sovrano italiano. E questo sarebbe solo l’antipasto. Ciononostante, come vediamo dal primo grafico, il target d’inflazione della BCE è stato raggiunto; questo significa che ben presto lo zio Mario finirà le scuse per tenere ben saldo il piede sull’acceleratore monetario, mentre la stagflazione fagociterà le risibili rimanenze della pseudo-ripresa economica.

Le banche centrali stanno perdendo il controllo sul valore delle loro valute e il loro ruolo come presunti guardiani della stabilità economica. Otto anni dopo la crisi del 2008-09, le varie banche centrali del mondo stanno iniettando $200 miliardi al mese nei mercati finanziari per impedire che implodano. Ma la legge dei rendimenti decrescenti sta facendo il suo corso, perché le leggi dell’economia sono costrutti a priori, ovvero, possono essere aggirate ma non violate. E tale aggiramento ha un prezzo.

GUARDARE NEGLI OCCHI L’ABISSO: L’ITALIA

La storia tende a ripetere sé stessa. Si potrebbe pensare che questo sia un semplice modo di dire, un detto banale per dare una spiegazione a fenomeni che apparentemente condividono somiglianze con eventi presenti. Sono convinto di una cosa: la storia tende a ripetersi perché, alla fine, si commettono gli stessi errori. Nel nostro caso specifico, gli errori sono quelli che fanno riferimento all’attuale situazione economica in cui langue il nostro paese. Voglio dire, basta dare un rapido sguardo a degli indicatori chiave per smentire categoricamente le voci che si rincorrono lungo le colonne dei giornali secondo cui siamo entrati in territorio di ripresa economica. Non è così.

Le bancarotte, ad esempio, sono aumentate del 4X sin dal 2008; la spesa al consumo, dopo l’incursione del governo italiano nei redditi delle famiglie italiane attraverso il fisco, è colata a picco sin dal 2012 ed è rimasta piantata lungo il target dei €230 miliardi sin da allora; le vendite al dettaglio sono rimaste piatte come una tavola sin dall’inizio della crisi europea, mentre la produzione industriale, dopo alcuni spasmi nell’ultimo biennio non è ancora riuscita a riprendere i ritmi pre-crisi; il deflusso di capitale umano verso i paesi esteri continua inesorabile. In tutto questo marasma, la ZIRP della Banca Centrale Europea sta uccidendo quello che rimane del risparmio dei vari paesi europei.

La possibilità d’incappare in errori e follemente alta dato questo panorama, di conseguenza aumenteranno a dismisura quelle entità che necessiteranno di un aiuto per sopravvivere. In modo artificiale, ovviamente, impedendo al mercato d’operare quel processo sano di pulizia che permetterebbe alla concorrenza del mercato di scegliere chi meglio potrebbe servire le necessità degli attori di mercato. Invece no, istituti finanziari in bancarotta vengono tenuti in piedi attraverso l’infusione di linee di credito supplementari per permettere loro di non contagiare l’ambiente di mercato più ampio con una volatilità inaspettata.

I pianificatori monetari centrali, infatti, seguono una regola fondamentale: non agitare le acque. Questa cosa è diventata più vera che mai sin dal 2008, quando il governo federale degli Stati Uniti ha salvato pachidermi assicurativi falliti come Fannie e Freddie. Sin da allora è stato introdotto il concetto truffaldino di TBTF. Nel caso dell’Europa, invece, il termine è stato lievemente cambiato. Noi abbiamo i GSIB, istituti troppo importanti a livello di stabilità sistemica per essere lasciati fallire. Man mano che l’attuale farsa di 96 mesi ininterrotti di ZIRP andrà avanti, aumenteranno quegli istituti che finiranno sotto questa dicitura. Non è un caso se Banca Etruria, Carife, Carichieti e Banca Marche siano finite sotto questo acronimo.

Se vogliamo analizzare il caso più eclatante vicino a noi, ci basta guardare la cosiddetta banca più vecchia del mondo. O, per meglio dire, la banca «Morta Per Sempre». La questione non è salvare o no una banca, ma è evitare una reazione a catena che potrebbe invischiare il resto delle banche europee e addirittura mondiali. Infatti, come per tutte le cose della vita, i cambiamenti avvengono al margine. Così anche per un contagio finanziario. Nel panorama economico attuale, le passività di una banca sono l’attivo di un’altra, e questo significa che, se una banca fallisce, l’attivo di un’altra si riduce, esponendola a sua volta a un serio rischio di fallimento. Dato il mostruoso livello di leveraging durante il periodo d’espansione monetaria della BCE, la fragilità dei bilanci bancari è monumentale. Basti pensare che nel 2008 Deutsche Bank prestò a MPS circa €1,5 miliardi per ripianare vari buchi di bilancio e, in ritorno, la banca senese stipulò con quella tedesca alcuni contratti derivati sui tassi d’interesse. Si pensava che la banca centrale non avrebbe mai tirato il freno a mano. Si pensava che si potesse ripianare un debito con un altro debito. Si pensava che i tassi d’interesse sul debito italiano sarebbero rimasti perennemente stabili. I conti non hanno tardato a deteriorarsi.

Al che, nel 2009, ha richiesto un salvataggio da parte dello Stato italiano da €1,9 miliardi. Nel 2013, questa cifra è aumentata a un totale di €3,9 miliardi. Ora ammontano a più di €10 miliardi. Monte dei Paschi non è che una dolina finanziaria che risucchierà sempre più risorse. È un’azienda fallita, e sarebbe dovuta fallire già nel 2009, quando richiese per la prima volta la possibilità d’attingere al denaro pubblico per restare a galla. Grazie ai continui artifici contabili è riuscita a barcamenarsi nel corso degli anni arrivando fino a oggi, ma più passerà il tempo più avrà bisogno di finanziamenti a buon mercato. Ma le banche centrali hanno cercato di mantenere un ambiente economico alterato attraverso la manipolazione dei tassi d’interesse, così da permettere a settori privilegiati d’accedere a finanziamenti convenienti che in un libero mercato non sarebbero mai emersi. Infatti, la ZIRP e il QE sono espedienti che possono aiutare a guadagnare tempo e rimandare per un po’ il giorno della resa dei conti. Ma infine l’insostenibilità della loro perpetuazione mette i banchieri centrali di fronte a un bivio: continuare a inflazionare o affrontare una depressione.

A quanto pare si è scelta la prima opzione, sforando nel territorio dei tassi negativi. Danimarca, Svizzera ed Europa sono già finite in questo territorio inesplorato. Si sta facendo letteralmente di tutto per salvaguardare quelle entità strettamente connesse agli interessi dei pianificatori centrali. Senza contare che la banca senese è ormai in partnership nientemeno che col Tesoro italiano, suo azionista di maggioranza. Quest’ultimo ha coperto le spese che MPS non è riuscita a ripagare sin dalla maturità dei «Monti bond», obbligazioni emesse apposta per coprire i buchi della banca senese e sovvenzionate attraverso vari aumenti fiscali sul groppone degli italiani. Ma, come ho avuto già modo di dire, MPS non è che un gigantesco investimento improduttivo in attesa d’implodere. La sua inutilità ai fini della produttività e della prosperità del capitalismo di libero mercato è scritta nelle azioni degli individui che non spenderebbero un centesimo per tenerla a galla in mancanza di coercizioni statali. Per questo, ad esempio, il suo titolo in borsa si è sfracellato negli ultimi sei anni. Dai €25 ad azione nel lontano 2008, siamo arrivati a 60 centesimi. Per questo, negli ultimi stress test della BCE, è risultata la peggiore tra le banche italiane.
Di fronte a questa semi-nazionalizzazione il cambiamento è minimo, dal punto di vista politico. Se la gestione era direzionata (indirettamente) dal PD attraverso la Fondazione, ora può essere direzionata (direttamente) attraverso il governo/Tesoro italiano. Si potrebbe avanzare che alcune banche sono più uguali delle altre, ma aiuta anche il fatto di possedere in pancia una grossa quantità di titoli di debito italiani.

Ma il vero problema qui non sono solo i crediti in sofferenza delle banche commerciali europee, bensì anche la gigantesca bolla del mercato obbligazionario. Date un occhiata al seguente grafico.

Viene rappresentata la percentuale di titoli di Stato nei bilanci delle banche commerciali dei vari stati membri dell’UE. Sin dallo scoppio della crisi finanziaria le banche centrali hanno creato una quantità spropositata di credito. Così si è abbassato artificialmente il tasso d’interesse nel mercato monetario, convogliando i bond statali nel parcheggio delle banche commerciali, in quello degli hedge fund e in quello dei fondi pensione. Vorticando solo nel circuito finanziario, il denaro di nuova creazione è andato fondamentalmente ad alleviare le sofferenze di quelle entità strettamente connesse ai privilegi garantiti dal cartello delle banche centrali. Si è congelato il ciclo economico: mentre Main Street cercava di percorrere il proprio sentiero di deleveraging dagli errori passati, alcuni istituti sono stati salvaguardati dalla lunga mano dell’interventismo centrale. Questo ha dato loro modo di sopravvivere e far guadagnare tempo ai pianificatori centrali affinché trovassero un modo per far ripartire l’economia.

Non esiste. Per questo l’economia stenta a ripartire. Per questo anche quest’anno non ci sarà alcuna ripresa. L’Italia, infatti, non è che una grande bomba ad orologeria. I tassi ridicoli registrati nei rendimenti del suo decennale non sono che il risultato della repressione finanziaria della BCE e della FED (col QE2, il QE3 e gli swap di liquidità). La realtà dei fatti ci mette davanti a un paese ucciso dalle tasse, in cui la spina dorsale del settore industriale è stata frantumata dall’ingordigia erariale e dalla burocrazia soffocante.

LA DOLINA FINANZIARIA: LA GRECIA

La Grecia non rappresenta che una dolina finanziaria, o un buco nero finanziario, che ingurgiterà qualsiasi altro finanziamento e non ridarà indietro alcuna soddisfazione agli eurocrati tanto entusiasti d’uscirsene con soluzioni sempre più invasive e manipolatrici dei mercati. Perché la Grecia sarebbe dovuta fallire nel 2010. Anzi, la Grecia era fallita ben prima di quella data. Nel momento in cui è emerso un carry trade proficuo per quei giocatori d’azzardo con l’acquolina alla bocca per un qualsiasi giro d’espansione monetaria da parte delle banche centrali, è stato sconcertante osservare come l’azzardo morale abbia iniziato a pervadere l’intera Europa in un’orgia d’acquisti d’obbligazioni statali (nel nostro caso, greche) che sono state usate come garanzie per abbeverarsi ai rubinetti monetari della BCE.

Chiunque sano di mente non sarebbe rimasto nemmeno un minuto con questa sporcizia obbligazionaria nei propri bilanci, quindi avrebbe re-ipotecato l’obbligazione per ulteriore liquidità nel mercato dei pronti contro termine e avrebbe fatto faville puntando su altri asset rischiosi. Dal 1999 al 2007, abbiamo potuto assistere a una serie di scommesse azzardate che non hanno fatto altro che eliminare una determinazione onesta dei prezzi all’interno del mercato del debito europeo e in quello dei capitali. Le distorsioni avallate dalla BCE hanno magicamente trasformato nazioni sull’orlo della bancarotta in paradisi improvvisamente dediti ad una disciplina e una rettitudine fiscale che la loro storia non aveva mai confermato. D’un tratto, nelle nazioni della periferia dell’euro scorreva sangue teutonico. L’ingegneria finanziaria della pianificazione centrale non ha fatto altro che vendere un’illusione di prosperità basata sulla falsa premessa che le banche centrali possono in qualunque modo adempiere un presunto duplice mandato che permette all’economia più ampia di trarre vantaggio dalla saggezza dei suddetti burocrati. Se, quindi, gli «uomini superiori» al comando della macchina statale e bancaria centrale sono così onniscienti, come mai non hanno visto arrivare il cataclisma fiscale e finanziario che si sarebbe abbattuto sulle loro teste, e su di quelle della popolazione, una volta che la suddetta illusione avrebbe esposto il fianco a un inevitabile redde rationem? La risposta è una sola: i modelli matematici su cui facevano affidamento sono solo chiacchiere e distintivo.

Si arriva a presumere che la crescita economica sia quasi un’appendice della lungimiranza dello stato, e attraverso quest’ultimo lo stimolo alla prosperità è una conseguenza pressoché «inevitabile». Di sicuro c’è d’inevitabile la bancarotta di coloro che pretendono d’agire in disaccordo con le leggi economiche. Senza fari è impossibile orientarsi in una coltre di tenebra: se i segnali di mercato vengono distorti, gli effetti marginali di tali distorsioni innescheranno eventi finanziari imprevedibili che sconvolgeranno il panorama economico. Nel nostro caso, il problema della Grecia coincide con un’euforia nei mercati dei capitali e del debito che, percolando nell’economia più ampia, l’ha saturata di debito a buon mercato. Ciò significa che la popolazione europea, non solo quella greca, ha raggiunto il picco d’indebitamento e non si lascerà corrompere da ulteriori botte inflazionistiche da parte della BCE. Il meccanismo di trasmissione del denaro dai primi riceventi agli ultimi è rotto.

L’economia di Main Street è ancora satura di debito, e ciò di cui necessita è un deleveraging dagli eccessi del passato, e non una nuova festa euforica. La liquidazione degli investimenti improduttivi avrebbe dovuto fare il suo intero corso, intaccando anche il settore obbligazionario statale. Invece, la BCE è intervenuta affinché le forze di mercato venissero arginate nel momento in cui stavano andando a incrinare quei trade che avevano consentito agli stati di sfogarsi in un’orgia di debiti e ai giocatori d’azzardo (banche commerciali, hedge fund, fondi pensioni) di portare a casa proficui carry trade basati su denaro quasi gratis e rendimenti dei titoli sul mercato nettamente superiori. Attraverso la sua ZIRP la BCE s’è impegnata a salvaguardare quelle entità protette dal suo cartello a scapito del resto della popolazione, la quale ha visto aumentare il livello d’austerità sul suo groppone. Che tipo d’austerità? Ovviamente, in linea con le necessità degli eurocrati. Necessità di sopravvivenza e soprattutto semantiche. Rigirando il senso d’austerità, s’è fatto credere che un aumento delle tasse in concomitanza con un aumento delle spese statali si potesse definire austerità. Tanto per fare un esempio, il debito pubblico greco in rapporto al PIL è ai massimi da 10 anni.

Osserviamo quel che è accaduto di recente. La Grecia, ormai a corto di fondi, ha fatto ricorso alle sue riserve di DSP per ripagare i suoi obblighi nei confronti del FMI. Come ogni membro del FMI, la Grecia possiede uno stock di valuta emessa dal FMI (ossia i diritti speciali di prelievo). Secondo i dati più recenti, in questa riserva c’erano circa €700 milioni alla fine di marzo. Ora, sebbene i membri possano usare questi fondi a loro discrezione, è raro che decidano d’usarli per rimborsare eventuali prestiti dovuti al FMI stesso. In sostanza, è l’ennesimo caso di nazione che ripaga i propri debiti con altri debiti. Un paese in bancarotta contrae prestiti con un’istituzione che a sua volta viene finanziata da paesi in bancarotta.

Entro il prossimo luglio scadrà la tranche da €86 miliardi dovuta al FMI, e chi si farà avanti per pagare? La Grecia stessa non può, il decennale ellenico rende il 10% e se non fosse stato per queste misure temporanee sarebbe stato paragonabile a cartastraccia. La Germania continua a sottolineare la necessità di riforme più stringenti affinché i greci possano vedere ancora fondi da parte dell’Unione Europea. Il ministro delle finanze tedesco, infatti, ha detto che la Grecia non riceverà aiuto finché non aumenterà ulteriormente le imposte sul reddito e taglierà le pensioni. Rimane solo il FMI, il quale vorrebbe scaricare di nuovo sull’UE questa patata bollente. La realtà ci racconta che sin dall’inizio della crisi europea l’economia greca s’è ristretta del 4.2% ogni anno, la disoccupazione è salita al 26% della forza lavoro e lo stato non ha affatto ristretto significativamente la sua presenza nell’economia greca.

C’è stata austerità marginale per lo stato greco e sfilacciamento progressivo del tessuto produttivo. Se il governo allentasse le misure stringenti su lavoro ed imprese, oltreché alla facilità di formare nuove imprese, l’economia greca potrebbe benissimo trovare la sua via verso la prosperità. Invece la concorrenza è stata soffocata da una burocrazia asfissiante. Non solo, ma qualsiasi fazione sia andata al governo ha mantenuto una serie di regolamenti che hanno intralciato il libero flusso di merci a favore di acquirenti e fornitori esistenti. I sindacati si sono trincerati dietro leggi sul lavoro che limitano la capacità delle imprese di assumere o licenziare, il tutto a scapito di chi cerca lavoro.

Se venissero ripudiate queste misure oppressive, allora la Grecia avrebbe una possibilità concreta di spezzare il circolo vizioso in cui si trova. La risposta è il libero mercato. Ma è improbabile che vengano adottate tali riforme. Dal momento che Atene ha supervisionato un disastro economico senza cambiare lo status quo, è decisamente probabile aspettarsi che prevarrà l’attuale caos normativo. Da qui in poi è lecito aspettarsi una serie di esiti ben definiti:

  1. Risoluzione breve (in poco tempo viene trovata una soluzione con probabile eligibilità dei bond greci nel programma di quantitative easing della BCE);
  2. Necessità di più tempo per prendere una decisione (FMI, UE e governo greco cercano di negoziare un accordo provando a siglare un compromesso entro e non oltre il mese prossimo);
  3. Rischiare (l’UE, come accaduto nel 2015, logorerebbe fino a luglio le posizioni del governo greco facendo la voce grossa);
  4. Elezioni anticipate (prima dell’estate);
  5. Uscita della Grecia dall’euro (molto improbabile).

Il 20 luglio è la data fatidica entro cui l’Eurogruppo dovrà trovare una soluzione, oppure, come accaduto a luglio di due anni fa, la Grecia sarà tecnicamente in default poiché incapace di ripagare i prestiti.

Nel frattempo i depositanti greci hanno imparato qualcosa rispetto a due anni fa: non credere alle parole degli eurocrati. Ed è per questo motivo che stanno assaltando gli sportelli bancari e ritirare i loro soldi. Negli ultimi 45 giorni sono stati ritirati €2.5 miliardi, e questo nonostante i controlli dei capitali permettano ai greci di ritirare solo €1,800 al mese.

In caso di default greco, si aprirebbero voragini incolmabili nei conti di quei paesi europei che sono stati talmente sciocchi da prestare soldi a una dolina finanziaria come la Grecia. Essendo a conoscenza della situazione traballante dei PIIGS nel loro complesso, che cosa provocheranno questi buchi? Una reazione a catena. La BCE, sebbene marginalmente esposta, si troverebbe a dover affrontare una situazione esplosiva impossibile da contenere. Draghi vuol evitare a tutti i costi qualcosa del genere. Gli eurocrati vogliono evitare a tutti i costi una situazione del genere. Quindi? Quindi nessuno lascerà andare la Grecia.

Gli obbligazionisti pensano di poter riavere i loro soldi indietro. Hanno ancora speranza. Sono ingenui. In questo caso, la formula della loro ingenuità recita: «I negoziati vanno avanti». La Grecia, infatti, continua a voler rinegoziare i termini degli accordi passati. Questo significa mantenere gli stessi impegni dando un nome diverso ai “nuovi” accordi. Non esistono piani B, Draghi l’ha messo bene in chiaro. È stato impegnato troppo capitale intellettuale e finanziario affinché l’Europa continui a operare. Sebbene gli eurocrati non se n’accorgano, c’è un prezzo da pagare per tale decisione. C’è sempre un prezzo da pagare, che sia visibile o no. Nel caso della Grecia e dell’Europa, tale prezzo è stato scaricato sulla popolazione in generale: costi maggiori di beni e servizi, salari minori, erosione progressiva del capitale.

Gli stati europei hanno fatto promesse troppo onerose da mantenere. Inebriati dall’ingegneria finanziaria e dalla repressione finanziaria alimentata dalla banca centrale, hanno illuso la popolazione con raggiri clientelari per fini elettivi. Finché è durato il boom, è andato tutto bene. Poi i nodi sono arrivati al pettine, e il bust ha messo gli eurocrati di fronte alla verità: non esistono pasti gratis. Quelle stesse promesse fonte di potere decisionale si stanno rivoltando contro coloro che le hanno strette. Infine, i pianificatori centrali saranno costretti a rompere tali promesse. Sta già accadendo: raid nei fondi pensione.

Non è una questione di se la Grecia andrà in bancarotta, ma di quando.

UNA MINA VAGANTE: LA FRANCIA

Il prossimo 23 aprile si terranno le elezioni nazionali in Francia e il fronte anti-euro sta guadagnando notevole trazione. L’eventuale vittoria della Le Pen significherebbe sedutastante la fine definitiva del progetto europeo, considerando che l’Europa quest’anno affronterà venti contrari provenienti da altre elezioni politiche: Germania e Olanda. In entrambi i paesi sta ribollendo il malcontento popolare, soprattutto perché i contribuenti del nord Europa stanno comprendendo d’esere la garanzia collaterale dietro le spese sconsiderate dei governi del sud. La volontà degli inglesi, espressa lo scorso giugno attraverso voto favorevole alla Brexit, rappresenta la pietra tombale per l’esperimento centrale del NWO in Europa.

Segna un precedente, non importa quanto ci vorrà per rendere effettiva l’uscita. E questo l’hanno capito anche i front-runner nel mercato obbligazionario sovrano che negli ultimi 6 anni avevano sostituito i bond vigilantes. Stanno capendo una cosa: le banche centrali non sono onniscienti come si credeva. Potrebbero perdere il controllo, soprattutto quando lo stato inizia a prendere possesso di pezzi crescenti della società e della produzione andando, di conseguenza, a distruggere ricchezza. Visto che uscire dall’Europa è possibile e che hanno puntato tutte le loro fiches sulla stampella rappresentata dalal BCE, adesso stanno considerando ciò che prima non sfiorava nemmeno i loro pensieri.

Quindi i front-runner stanno lasciando la scena al ritorno dei bond vigilantes, figure inizialmente mandate in letargo dai vari QE delle banche centrali.

E questo punto è qualcosa che viene ormai compreso anche dalla stampa mainstream, la quale puntualizza come una possibile uscita della Francia dall’UE stia inducendo gli investitori a cercare porti sicuri altrove:

Un sistema finanziario che già soffre di margini netti di reddito in calo e prestiti non performanti nel range dei €160 miliardi, collasserebbe in un istante se queste sofferenze dovessero aumentare e le perdite per le obbligazioni detenute dalle banche si mangerebbero il loro capitale.

Ciò condurrebbe inevitabilmente a controlli dei capitali e corse agli sportelli bancari in stile Grecia, mentre la Francia perderebbe la liquidità di supporto da parte della BCE.

In ultima analisi, non è importante se la Le Pen vinca o meno. È una questione di percezione. È una questione di fiducia, soprattutto. E quest’ultima al giorno d’oggi è stata iperinflazionata dalle politiche moentarie non convenzionali delle banche centrali. Il suo valore ormai è pari a zero. Lo stallo temporaneo raggiunto dalle banche centrali ed il semi-boom partorito dalle loro stampanti monetarie ha un prezzo, e lo pagheranno tutti coloro che hanno creduto al presunto “effetto ricchezza a cascata” o alla magia di un 2% d’inflazione. La realtà economica, sebbene agghindata dalle medie statistiche, racconta un’altra storia.

Il tarlo dell’incertezza sta già rosicchiando le precedenti verità che i front-runner avevano presumibilmente in tasca, iniziando a rimettere su la casacca dei bond vigilantes. Questo significa perdite in conto capitale diffuse. Poi i mecati scopriranno che le vulnerabilità cicliche sono diventate strutturali e che senza una correzione non ci sarà modo di tornare a prosperare. Alla fine si riduce tutto ad una corretta allocazione delle risorse economiche, le quali sono scarse e se vengono sprecate le attività che perseguono questa via distruttiva devono andare in bancarotta.

CONCLUSIONE

Che sia il sistema bancario commerciale italiano, la Grecia o le incertezze provenienti dalle elezioni francesi, l’euro e l’Europa sono due zombie che camminano. Non hanno alcuna speranza di sopravvivere alla correzione dei mercati quando la ricchezza reale viene sprecata e non ne viene creata di nuova. È possibile prolungare l’agonia, ma al prezzo di un maggiore dolore economico in futuro. Questo significa che ogni nuovo giro di interventismo politico e monetario intordurrà nel sistema economico un ostacolo alla pulizia dei mercati che renderà strutturali le vulnerabilità precedenti (es. attività che sprecano risorse scarse). In questo modo basteranno eventi sempre più di piccolo livello per mandare il tutto fuori controllo.

Quindi se prima i robo-trader rispondevano spingendo il pulsante “acquistare” ogni volta che la BCE parlava, adesso ci stanno pensando più accuratamente, tenendo in sospeso il pollice sul pulsante “vendere”. I fondamentali di mercato non riflettono più una gestione del rischio e un calcolo profitti/perdite in accordo con i desideri degli attori economici. Dalle banche centrali è nato questo caos e con le banche centrali finirà. È sempre stato questo il destino della pianificazione monetaria centrale.

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