Il destino dell’Europa è segnato


di Alasdair Macleod

L’ultima conseguenza della cattiva gestione economica in Europa è stata il fallito tentativo di riforma costituzionale in Italia.

Il popolo italiano ne ha avuto abbastanza del fallimento economico del suo governo, e s’è rifiutato di darvi più potere.

L’UE e il progetto dell’euro sono stati un disastro economico per tutti i partecipanti, inclusa la Germania, che alla fine sarà costretta a rinunciare ai sudati risparmi che ha prestato agli altri membri della zona Euro. Sappiamo con assoluta certezza che l’euro si autodistruggerà e la zona Euro si disintegrerà.

La classe politica e la BCE sono guidate da credenze economiche — non posso conferire loro dignità definendole teorie ragionate — che renderanno sicuro questo risultato. Inoltre insistono sull’uso di statistiche che non sono corrette per la funzione dichiarata: il miglior esempio è il PIL, che ho criticato all’infinito e non mi ripeterò qui. Inoltre i numeri sono travisati dagli statistici governativi: l’IPC e le cifre legate alla disoccupazione sono i principali esempi.

Questo articolo prende un pezzo scritto da William Hague sul Daily Telegraph per illustrare quanto siano profonde le incomprensioni, anche per un politico relativamente illuminato, riguardo questo mix di assurdità e di propaganda statistica. Questo articolo farà anche riferimento ad un discorso tenuto questa settimana a Liverpool da Mark Carney, governatore della Banca d’Inghilterra, mostrando quanto anch’egli sia disconnesso dalla realtà. Molte delle idee sbagliate che ritroviamo in lui e in Haegue sono condivise da quasi tutti, quindi per la maggior parte passano inosservate.

Hague accusa l’euro per tutti i mali d’Europa: “[…] ha reso alcuni paesi, come l’Italia e la Grecia, più poveri mentre altri più ricchi”, ed è certamente un sentimento comune. Ma non è mai colpa della valuta, ma di quelli che cercano di usarla per ottenere risultati politici ed inevitabilmente falliscono nel loro intento.

Prima che l’euro entrasse in vigore, diverse valute avevano diversi tassi d’interesse, i quali riflettevano la valutazione del mercato riguardo il rischio di credito. Il governo greco, prendendo in prestito in dracme, pagava tipicamente interessi oltre il 12%, mentre la Germania poteva pagare il 3% in marchi. Il fatto che esistessero tassi differenti in diverse valute, imponeva ai mutuatari una sorta di disciplina di mercato.

Dopo l’introduzione dell’euro, i tassi d’interesse per i mutuatari sovrani si sono diretti verso il tasso più basso, che era quello della Germania. Ecco la ragione: le banche potevano aumentare i prestiti nei mercati obbligazionari e monetari per fare soldi facili col differenziale tra i tassi tedeschi e gli altri, presupponendo che l’intera baracca sarebbe stata garantita dalla UE e dalla BCE. Era perfettamente ragionevole aspettarsi questo risultato, ma non è chiaro se i burocrati a Bruxelles erano abbastanza intelligenti da sapere che sarebbe successo. Se si aspettavano un esito del genere, allora hanno ignorato volontariamente le eventuali conseguenze, e se non se lo aspettavano, erano semplicemente ignoranti punto e basta.

Questi stessi burocrati hanno piegato le regole che essi stessi avevano originariamente definito per consentire ai paesi di aderire all’euro. In base al trattato di Maastricht, i deficit di bilancio dovevano essere inferiori al 3% del PIL ed il rapporto debito pubblico/PIL inferiore al 60%. Né la Germania, né la Francia hanno rispettato questi parametri. Invece il governo greco ha mentito, con la piena conoscenza e l’incoraggiamento degli altri membri. No, Hague, è colpa dei policymaker, non della valuta.

Poi continua: “L’adesione all’euro ha costantemente impoverito gli italiani.” Non è così. Sono stati gli italiani che hanno utilizzato un euro a buon mercato per prendere in prestito in modo sconsiderato. Loro, e solo loro sono responsabili della cattiva gestione della loro economia e dei loro problemi di debito, che per inciso oggi superano il limite di Maastricht di oltre il 75%.

Hague, inoltre, spaccia la favoletta dei presunti benefici che l’euro ha consegnato alla Germania: “I tedeschi continuano ad esportare facilmente e hanno eccedenze di bilancio, mentre gli italiani arrancano e sprofondano nel debito.” Questa affermazione tra virgolette sarebbe senza dubbio vera se la prendessimo per quella che è, ma è sbagliato incolpare l’euro. Invece la colpa è degli squilibri fiscali relativi ai tassi dell’espansione del credito bancario e dell’orrore supplementare dei saldi TARGET2. Quest’ultimo artificio ha lo scopo di uniformare gli squilibri monetari che altrimenti emergerebbero sulla scia degli squilibri commerciali. Ma coloro che li hanno progettati sembravano essere completamente all’oscuro che l’unico modo per controllare gli squilibri commerciali, passa attraverso una scarsità di denaro ed accumuli che derivano rispettivamente da deficit ed eccedenze commerciali. Invece i saldi TARGET2 rendono positiva la carenza di denaro che deriva dalle importazioni in eccesso, e riducono le eccedenze di denaro che si accumulano nelle mani degli esportatori. Riciclano i soldi spesi dagli italiani in modo che possano essere spesi di nuovo, o anche accumulati fuori d’Italia, all’infinito. I saldi TARGET2 sono la prova vivente di quanto ci sia di ridicolo dietro al progetto dell’euro.

Hague fornisce un’eccezione alla sua tesi, citando la maggiore produttività della Germania e suggerendo che l’unica via d’uscita per l’Italia è quella d’attuare riforme coraggiose per aumentare la produttività allo stesso livello di quella della Germania. Non dice quali potrebbero essere queste riforme, ma lo dico io: il nuovo governo dovrebbe ridimensionarsi dal 52% del PIL a meno del 40%, meno è meglio è. Porre fine alla distruzione del capitale da parte dello stato, farà miracoli. Le politiche fiscali dovrebbero favorire i risparmiatori. Allo stesso tempo, dovrebbe essere permesso agli italiani di andare avanti con la loro vita e capire che lo stato non li sosterrà con elargizioni sociali.

Infine la conclusione di Hague, sebbene sia corretta dal punto di vista giuridico, non è corretta da un punto di vista strettamente economico. Egli afferma che lasciare l’euro è molto più complicato che lasciare l’Unione Europea, non essendoci un Articolo 50. Egli implica che se l’Italia ritornasse alla lira, non c’è dubbio che crollerebbe rapidamente portandosi dietro le sue banche, perché i creditori italiani si aspetterebbero d’essere rimborsati in euro, mentre il costo dei prestiti in lire continuerebbe ad aumentare rapidamente, indebolendo le finanze pubbliche.

Tuttavia, contrariamente a tutto quello che i keynesiani hanno insegnato agli studenti creduloni, l’obiettivo economico dell’indipendenza monetaria dovrebbe essere quello di una moneta solida, non in continuo deprezzamento. L’Italia ha abbastanza oro per organizzare un gold exchange standard per sé stessa o, in alternativa, potrebbe creare un comitato valutario con l’euro e garantire che la lira conservi valore agli occhi dei creditori stranieri. In entrambi i casi si richiede qualcosa di nuovo ai politici italiani: devono stringere i denti sulle finanze pubbliche e permettere che il capitale sia riassegnato dalle imprese moribonde a nuove attività imprenditoriali dinamiche. Si può fare, e l’Italia emergerebbe rapidamente come una nuova forza industriale.

Ma sarà fatto? Purtroppo no, e qui dobbiamo concordare con Hague. In comune con i loro omologhi altrove, i politici italiani si sono circondati da “yes-men” economici, addestrati a giustificare gli interventi statali nell’economia. È diventato un circolo vizioso che in ultima analisi si concluderà con l’instabilità economica, una crisi ed un eventuale collasso.

Il pensiero di gruppo targato Carney

Hague, sebbene sia un politico britannico di alto livello molto rispettato, perlomeno non è coinvolto nelle politiche monetarie o fiscali in Italia. Molto più pericoloso è qualcuno con la mano sul timone monetario: Mark Carney, Governatore della Banca d’Inghilterra. Di recente ha tenuto un discorso a Liverpool e ha incolpato tutti tranne gli economisti della Banca d’Inghilterra per il fallimento economico in atto. Ha detto che i politici devono promuovere una globalizzazione che funzioni per tutti. Davvero? E come faranno? Egli ha accusato gli economisti mainstream per non aver capito “la realtà dei guadagni irregolari provenienti dal commercio e dalla tecnologia”. Ma sicuramente noi tutti sappiamo che gli economisti mainstream, tra cui quelli nella stessa Banca d’Inghilterra, hanno un record impareggiabile nel fare le cose sbagliate. Aspettarsi che sfoggino improvvisamente previsioni cristalline, è un pio desiderio di Carney.

Ha poi rimproverato quelle aziende che non pagano le tasse. Questa è la classica retorica “è colpa di qualcun altro”, e ha ignorato il fatto che il denaro utilizzato dal settore privato è più produttivo, a differenza di quello in mano statale che invece viene sprecato. Più tasse sono un desiderio dello stato, ma le tasse sono anti-produttive.

Il governatore ha sostenuto poi che la politica monetaria della Banca d’Inghilterra è stata “molto efficace” e che “i dati non supportano l’idea che il periodo di tassi bassi sia andato a beneficio dei ricchi ed a scapito dei meno ricchi.” Ovviamente s’è scordato di dire come sia calato il potere d’acquisto degli stipendi fissi e dei pensionati, mentre i mercati azionari sono arrivati ai massimi grazie ai tassi d’interesse soppressi ed alle iniezioni di denaro attraverso il quantitative easing. Sì, caro Carney, i miei amici della classe media hanno tratto vantaggio dai loro investimenti e dalle loro proprietà grazie all’inflazione monetaria, ma ancora pagano i loro giardinieri e cameriere all’incirca lo stesso salario svalutato.

Questo punto è importante non solo per la cattiva gestione dell’economia nel Regno Unito, ma anche per quella europea. Carney s’è attirato numerose critiche per aver predetto rovina economica in caso di Brexit. Ciò presupponeva che restare in Europa fosse notevolmente meglio che lasciarla, e conferma che i suoi omologhi in Europa, propugnanti le stesse idee, hanno una comprensione della situazione economica quanto quella sua. Carney ha ovviamente sbagliato, ma ancora non c’è stato alcun mea culpa.

Se Carney e Hague vogliono criticare gli eventi economici attuali, dovrebbero iniziare a comprendere correttamente gli effetti negativi di un intervento fiscale e monetario. Devono rendersi conto che puntellare aziende defunte abbassando il costo del denaro e supportandole con contratti di governo, è da luddisti ed è distruttivo. E soprattutto dovrebbero rendersi conto che la gente comune è infinitamente adattabile: ha una grande capacità di resistere alla stupidità dello stato e a quella della banca centrale, e sarebbe invogliata a pagare le tasse se le fosse permesso di badare ai propri affari senza dover soffrire di una micro-gestione centralizzata.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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