La Cia spia tutti? Francamente ho più paura di una diciottenne in reggiseno per rivendicare i “diritti”



La notizia è nota: WikiLeaks ha reso noto l’1% della sua nuova inchiesta denominata “Anno Zero” e ribattezzata “Vault 7”, un dossier dal quale abbiamo ottenuto alcune conferme, soprattutto alla luce del “no comment” opposto dall’agenzia Usa alla pubblicazione. Primo, con il programma Weeping Angel, elaborato dagli americani insieme ai britannici, le tv Samsung collegate alla Rete sono messe in posizione “spenta” e diventano sistemi d’ascolto a distanza. Non solo, esiste la possibilità di controllo remoto, sempre per l’ascolto, di qualsiasi telefonino di ultima generazione. Secondo, esiste un centro Cia nel consolato statunitense di Francoforte che opera da collettore per le informazioni carpite in Europa, Medio Oriente e Africa.

Terzo, c’è la possibilità di intervenire su centraline che governano vetture e grossi mezzi di trasporto, come i tir. Quarto, siamo in presenza di una divisione speciale dell’intelligence nel quartier generale di Langley, in Virginia, che sviluppa virus per infiltrarsi via web. Inoltre, c’è la possibilità di bucare i sistemi criptati che proteggono telefonini o sistemi di comunicazione come Whatsapp o Telegram. Infine, la Cia può contare su Umbrage, un gigantesco database raccolto dagli americani e contenente malware e altri trucchi utilizzati da pirati e hacker della Rete in tutto il mondo, compresi gli onnipresenti russi.

Mi scuserete ma non riesco a indignarmi, se non per una singola cosa. Ovvero, del silenzio totale della Germania sull’accaduto, nonostante le intercettazioni telefoniche compiute dagli americani negli confronti della Merkel e del suo esecutivo, già rese note lo scorso anno. Volete forse dirmi che i servizi di Berlino non avevano sentore che il consolato Usa di Francoforte fosse una centrale della Cia? Oltretutto, non una centrale d’ascolto da poco, visto che copriva Europa, Medio Oriente e Africa. Se così fosse, mi aspetterei dimissioni di massa dell’intera struttura di intelligence. E l’UE non ha nulla da ridire? Tutto bene per Bruxelles, il fatto che una struttura diplomatica su suolo europeo sia usata come casamatta per lo spionaggio Usa in mezzo mondo e, magari, per azioni sotto copertura? A quanto pare sì, visto che comunque gli Usa sono alleati e allora occorre anche ringraziarli per la loro opera di tutela del Vecchio Continente da terrorismo islamico e minaccia russa.

Per il resto, nulla di che stupirsi. Soltanto chi pensa davvero che Washington agisca per il nostro bene può rimanere sconvolto dal fatto che Cia e MI6 britannico facciano di tutto per tutelare i loro interessi all’estero: ascoltando, registrando, intercettando, sabotando. E operando false flag, visto che il sistema Umbrage consente di operare a livello di cyber attacchi utilizzando dei marker tipici di soggetti di intelligence esteri: ovvero, si compiono atti propedeutici ai propri interessi, salvo poi lasciar cadere la responsabilità su terzi, mostrando anche le “impronte digitali” informatiche. Evito di dar vita a disquisizioni sulla possibilità di operare sulle centraline di mezzi di trasporto, sabotandone l’operato: siete abbastanza svegli da fare due più due, non tanto in relazione a quanto accaduto a Nizza o Berlino ma rispetto da un lato all’operatività potenziale e, dall’altro, rispetto al livello di scontro in atto nel Deep State. La tv rischia di tramutarsi in trasmittente? Non parlo da solo davanti alla tv. male che vada la Cia avrà registrato qualche rutto o qualche imprecazione mentre gioca il Milan. Su queste pagine scrive di peggio, firmandomi.

Ma il problema, almeno così ci hanno detto, è che la nuova talpa di WikiLeaks ha potuto operare perché la Cia stessa ha lasciato le porte aperte, abbassando la guardia rispetto al suo modus operandi: e, infatti, qual è la preoccupazione che viene rilanciata dai grandi media? Non che l’America, la stessa che vede hacker russi anche nel cesso di casa, stia compiendo da sempre quanto imputa agli altri ma il fatto che se la spia ha potuto violare i segreti, lo stesso potrebbero ora fare hacker, terroristi o nemici della democrazia (ovviamente domiciliati al Cremlino). Non c’è da stupirsi, siamo succubi volonterosi e innamorati, culliamo da almeno 50 anni la nostra sindrome di Stoccolma nei confronti dei liberatori, da Gladio alla strategia della tensione, da Sigonella agli euromissili, ciò che fa felice Washington, fa felice anche noi.

Non a caso è di pochi giorni fa la notizia della scarcerazione dell’ex-agente della Cia, Sabrina De Sousa, condannata nel processo sul sequestro di Abu Omar ultimo colpo di scena di una pantomina che dura da ormai 14 anni. Già scortata all’aeroporto di Lisbona per essere estradata su richiesta della giustizia italiana, De Sousa ha concretamente scontato una settimana di carcere rispetto ad una condanna originaria di 7 anni. La svolta è arrivata a due giorni dal provvedimento di grazia parziale accordato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: una richiesta era stata da tempo depositata dagli avvocati di Da Sousa, cittadina con la doppia nazionalità statunitense e portoghese. Una decisione cruciale quella presa da Mattarella in quanto la condanna, già ridotta da 7 a 4 anni di reclusione in virtù dell’indulto del 2006, è scesa alla soglia dei 3 anni che consente l’applicazione della condizionale. Non stupitevi, non abbiate paura. Funziona così, dai tempi di Cossiga in poi.

E in effetti è di altro che ho paura. Non del silenzio, non della banalizzazione di quanto rivelato da WikiLeaks, non dall’incapacità di rendersi conto di chi sia il nemico e l’amico, non dell’idea di vivere in un mondo dove ogni oggetto è strumento di controllo e ogni atto una sublimazione del gran circo della sottomissione. Non ho paura di tutto questo, nè tantomeno del dover prendere atto che in nome del potere si uccide, si spia, si intercetta, si tradisce, si millanta. Ho paura di un esercito di diciottenni che, in nome dei diritti delle donne, sfilano in reggiseno o in topless per le strade di Milano per l’8 marzo, scimmiottando slogan della loro madri (e, forse, nonne) e mimando il gesto dell’utero con le dita, quasi il film dell’ideologia avesse visto la pellicola riavvolgersi nel proiettore, utilizzando parole d’ordine antiche.

Ma rese nuove perché “abbellite” e modernizzate da piercing, tatuaggi e musica rap, smartphone e slang, bestemmie come forma di liberazione femminile e “bella zia/o” come intercalare di un esercito di primati cresciuti pavlovianamente in base a stimolazione basiche, quasi masturbatorie: diritti, lgbt, femminicidio, oppressione, misantropia, autodeterminazione. Basta mettere in campo uno di questi termini, cliccare su uno di essi, basta agitarli come un drappo rosso davanti al toro del politicamente corretto ed ecco che la gran celebrazione laica dell’indignazione a orologeria va in onda. Vale per tutto, basta cambiare colori e parole d’ordine ma gli eserciti schierati sono sempre gli stessi.

Cresciuti in una scuola democratica, laica e antifascista che è altro non se non una batteria per polli del mondialismo, incapaci di esprimersi nella loro lingua madre ma proni sul totem internazionalista de noantri dell’Erasmus, anti-totalitaristi ma totalitari nella loro ignorante e sprezzante incapacità di compiere l’atto rivoluzionario del conteggiare 2+2, senza dover farsi automaticamente accarezzare dal fascino ribelle dell’azzardare il 5 come risultato aprioristico e iconoclasta. Un tempo volevano lanciare l’assalto al cielo, ora assaltano il buonsenso armati di preconcetti che sono rivoluzionari solo a parole, essendo forgiati e benedetti dal potere in persona, sia esso declinato nelle deliranti desinenze in libertà della Boldrini o attraverso le campagne “pro-rights” delle multinazionali del caso.

Le stesse che fabbricano fake news, evadono le tasse o producono in Vietnam a 5 dollari scarpe che poi vendono a 180 (e di cui pullulano le manifestazioni tipo quelle odierne) ma guai se discrimi un trans nella sua “libertà” di avere un cesso ad hoc. Di questo ho paura, non dei trucchetti della Cia. Alla fine, il principio è lo stesso. Perché tra una false flag compiuta nell’ombra e un’azione en plein air delle Femen contro la chiesa o il governo “oscurantista” del giorno, benedetta dal mainstream, non c’è tutta questa differenza: agiscono formalmente divise per colpire unite. In nome del disordine, l’unico dio ammesso nel nuovo consesso del diritto universale.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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