La “democratura” di Grillo, le donne dell’Est che non frignano e la cattiva coscienza del Corriere

Di Mauro Bottarelli , il - 43 commenti


Era nell’aria, nonostante le difficoltà della giunta Raggi e le polemiche ormai quotidiane ma vedere il dato ero su bianco fa un altro effetto: un sondaggio pubblicato dal “Corriere della Sera” di ieri certificava che, dopo mesi di sostanziale stabilità negli orientamenti di voto degli italiani, qualcosa è cambiato. Siamo, forse, arrivati allo strappo. Se infatti l’area grigia dell’astensione si mantiene elevata (33,6%), il M5S arriva al suo dato più alto, il 32,3%, in aumento di 1,4% rispetto al mese precedente, mentre a seguire troviamo il PD con il 26,8%, in flessione di oltre 3 punti. Seguono, appaiate, Lega (12,8%) e Forza Italia (12,7%), mentre più distanziati troviamo Fratelli d’Italia (4,6%), Mdp (3,3%), Ncd (2,8%) e Sinistra Italiana (2,7%). Di fatto, si consolida lo scenario tripolare ma il vantaggio del M5S sul Pd si allarga, superando i 5 punti e si afferma un’area a sinistra del PD che sta assumendo, nel complesso, un peso decisamente più rilevante (7,1%).

Certo, il PD paga l’incertezza della stagione congressuale, l’attesa delle primarie e, soprattutto, la scissione a sinistra e il caso Consip ma il Movimento di Beppe Grillo dimostra di poter crescere anche nel corso di dispute ad alto tasso di rilevanza mediatica. Vedi la questione della responsabilità riguardo i contenuti del blog o, di questi giorni, la vicenda della candidata sindaco a Genova, Marika Cassimatis, sfiduciata da Grillo in persona, dopo il risultato delle comunarie on-line. Grillo è stato nettissimo nel rivendicare la sua posizione, nonostante i mal di pancia di parte della Rete e delle accuse di tutto l’arco parlamentare: “Dobbiamo intenderci su che cos’è la democrazia. Una democrazia senza regole non è una democrazia. Noi abbiamo le nostre regole e io, da garante, le faccio rispettare. Chi non è d’accordo, si faccia il suo partito”.

Ovviamente, gli avversari del M5S hanno avuto gioco facile nell’attaccare la presunta incoerenza del Movimento, rigidamente ligio al principio formale dell’uno vale uno e della supremazia della Rete ma, alla prova dei fatti, vittima delle decisioni d’imperio del padre-garante, il quale decide senza contradditorio e, a chi si oppone, viene mostrata la porta. Tra i primi a partire tweet in resta c’è stato Matteo Renzi ma da destra a sinistra, il fiorire di ironia è stato bipartisan e degno di miglior causa. Vi chiedo: al netto dell’autoritarismo di Grillo, all’interno del PD renziano c’era dialettica e ascolto delle posizioni non allineate? Non mi pare, visto che la cosiddetta minoranza è andata via, creando un nuovo partito, proprio per questo. Grillo invita i dissidenti interni a fare lo stesso, quindi quale sarebbe lo scandalo?

E Forza Italia, ha forse mai registrato mezza posizione che fosse in contrasto con quella di Silvio Berlusconi? E il ragionamento si può estendere alla coalizione che fu di centrodestra, basti chiedere lumi a Casini, Fini, Follini, Alfano e chi più dissente, più viene cacciato. Nella Lega Nord di Umberto Bossi c’era forse democrazia interna? Non prendiamoci per il culo: Grillo ha la grande responsabilità di non aver detto fin dall’inizio che la politica necessita di decisionismo e di leader, quindi la cazzata dell’uno vale uno doveva limitarla al minimo sindacale e poi metterla in soffitta, sfoderando del sano pragmatismo come quello odierno. La stampa, poi, sta facendo a gara su chi massacra di più i Cinque Stelle. Ma il problema è un altro e non l’incoerenza di Grillo, visto che è comune al 99% dei politici: il problema è ciò che il caso Genova sta rendendo palese, anche alla luce del sondaggio del “Corriere”.

Ovvero, che a una larga fetta dell’elettorato italiano piace la “democratura”. Questo termine non è un mio neologismo ma dello scrittore, recentemente scomparso, Predrag Matvejević, il quale coniò questo termine come crasi di democrazia e dittatura, volto ad indicare l’incompiutezza della transizione democratica negli Stati dell’Europa centrale ed orientale, finito il periodo socialista. “E’ un ibrido di democrazia e dittatura, si proclama la democrazia mentre si praticano forme di dittatura nascosta”, sosteneva. Non è che, travolto dalla crisi e dall’incertezza di una politica inconcludente e clientelare, l’italiano media stia cedendo al fascino discreto dell’uomo forte a metà, del decisionismo democratico? Non è che, nel profondo dei più inconfessabili e borghesi dei timori, politica e stampa mainstream abbiano paura del redde rationem, ovvero di un periodo di rottura che mandi in soffitta le regole del parlamentarismo di relazione e metta in campo scelte nette, concetti chiari, parole forti, quasi fasciste per certe anime belle e un po’ smidollate che albergano la nostra società?

Viene da chiederselo, anche in relazione a certe reazioni isteriche. Questa tabella

è stata mandata in onda sabato scorso durante il programma Rai “Parliamone sabato”, classico raccoglitore di gossip a buon mercato per tappare i buchi di palinsesto del weekend. Non un talk-show politico o una trasmissione di approfondimento, bensì soltanto la versione statale di quel circo Barnum che è la trasmissione di Barbara D’Urso su Mediaset: una corsa al ribasso morale e culturale, siamo d’accordo ma possiamo anche soprassedere sul fatto che una persona, il sabato, possa volere sentire parlare di cazzate, nonostante la vulgata generale degli indignati speciali sia composta apparentemente da gente che dopo una settimana di lavoro nel weekend va a sminare campi in Bosnia o a distribuire cibo in Lesotho. Trattasi di un’idiozia, ovvero un esalogo sulle ragioni per cui le donne dell’Est sono meglio delle italiane come fidanzate: argomenti da parrucchiera o portinaia, lo so ma, di fatto, ciò di cui parla il 90% della gente comune, visto che non sono mai entrato in un bar dove al bancone la gente discuta con vis polemica di Mattarellum o proporzionale.

E poi, ripeto, il gustoso dibattito sulle doti delle pulzelle della ex cortina di ferro non è andato in onda in prima serata sotto le insegne dell’approfondimento ma sabato pomeriggio, immagino con audience non stellare. Apriti cielo, da Laura Boldrini alla presidente Rai, Monica Maggioni, le reazioni sono state da allarme democratico in atto, sono stati scomodati toni apocalittici e, ovviamente, scomodati i cliché classici del sessismo che avvelena la società, tramutando la donne in oggetto, oltretutto acquistabile anche da scaffali di nazionalità differente in base alle qualità che offre. L’Ikea della figa in fascia protetta e sulla tv d Stato, roba da mobilitare i carabinieri. Bene, la Rai ha deciso di chiudere la trasmissione. Ora, non sentirò certo la mancanza di “Parliamone sabato” ma tramutare una trasmissione di gossip pecoreccio nel capro espiatorio della società italiana è quanto di più offensivo e patetico si possa compiere.

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Parliamo della Rai, ovvero della tv che ha intervistato il figlio di Totò Riina perché stava per pubblicare un libro: quale credibilità può avere questa mossa censoria? E’ la prima volta che si scade nel volgare dalle parti di viale Mazzini? Non mi pare e la logica del “servizio pubblico” era valida anche nelle altre occasioni ma questa volta è stato toccato il nervo scoperto del genere, del maschilismo, della discriminazione, del politicamente corretto: non importa che quella classifica di luoghi comuni circoli, ampiamente condivisa, appaia su tutti i social network in tutte le salse, se finisce in Rai dibattuta da un intellettuale di primo livello come Fabio Testi, è lesa maestà. Scusate ma se devo pensare a un qualcosa di concreto che incarni il trittico concettuale Rai/donna/degrado, trovo più scandalose le corrispondenze a senso unico di Giovanna Botteri o Lucia Goracci alla top six dei motivi per cui farsi una moldava e non una valtellinese. Ma si sa, io sono vecchia maniera.

Chi invece è un sincero democratico, stimato a livello bipartisan, è Pierluigi Battista, nel mondo dei media meglio noto come “Pigi”. Firma di punta del “Corriere” è il classico esempio di giornalista di sinistra che ogni tanto difende Berlusconi per vezzo, tanto da diventare un riferimento di equidistanza ed essere stimato contemporaneamente dal “Foglio” e dal “Manifesto”. Detta in maniera chiara, è un paraculo ma occorre essere moderati di questi tempi, servono i panegirici. Bene, dopo aver dedicato un libro al padre fascista (quasi fosse un animale da tutela del WWF o un caso clinico), ecco che sempre ieri il buon Pierluigi Battista ha scaricato una tonnellata di indignazione sul senatore Antonio Razzi, reo di aver pubblicato queste foto


su Twitter nel corso di una visita diplomatica a Damasco. Ora, Razzi deve chiedere scusa alla Repubblica italiana per molte cose e alla lingua italiana è debitore di almeno un seppuku rituale stile Yukio Mishima ma Battista ha veramente superato se stesso, creando i presupposti per una cacciata dal genere umano. Eccolo: “Il senatore Antonio Razzi è una macchietta che non fa più ridere, ma mette solo molta tristezza. Anche il suo nuovo compagno di selfie, Bashar al-Assad, non fa ridere, ma lui fa paura… Ma da ieri, da quando Razzi si è appartato dalla delegazione europea in visita a Damasco e si è messo a scattare un selfie ridanciano con il tiranno siriano Assad, massacratore seriale del suo stesso popolo, e lo ha diffuso per farsi un po’ di pubblicità, da quel momento il riso si è spento, ogni ironia è inevitabilmente sfiorita, e ogni caricatura ha perduto il suo mordente”.

Cazzo, roba che anche Maurizio Crozza desisterà dall’imitarlo d’ora in poi, tanto è stata patibolare e censoria la prosa di Battista. E ancora: “Scherzare per il gusto della battutaccia con chi ha fatto strage negli ultimi anni di oltre duecentomila civili, compresi un numero incalcolabile di bambini, contiene qualcosa non di ridicolo, ma di francamente osceno… Adesso abbiamo ancora nitide le immagini della carneficina di Aleppo. Abbiamo ancora il sentore del gas che Assad ha sparso sullo stesso popolo siriano. La nostra grande ipocrisia è che per battere l’Isis abbiamo bisogno di un’alleanza con questo tiranno, ma almeno sarebbe il caso di non riderci su, di produrre avanspettacolo dove c’è una tragedia… Non fa più ridere, Razzi. E ha perso il senso del limite oltre a quello del ridicolo. Il selfie con il dittatore mette solo pena, tristezza, e anche rabbia”.

Bravo Battista, meno male che ci sono gli uomini con la schiena dritta come lei al mondo. Solo una domanda: chi le ha dato conferma che Assad abbia usato il gas contro il suo popolo, visto che nessun organismo indipendente degno di questo nome ha portato allo scoperto una sola prova al riguardo, ONU in testa, altrimenti Barack Obama avrebbe bombardato Damasco con somma gioia? E poi, io capisco che lei sia stato uno di quelli che ha festeggiato il premio vinto dai “Caschi bianchi” ma è proprio sicuro di volersi accodare al torpedone mediatico dell’infanticidio? Guardi che si troverà contro la Goracci e la Botteri con i loro 5.489 ospedali pediatrici di Aleppo colpiti proditoriamente da russi e milizie lealiste, sono cazzi a fronteggiare due così: ci pensi.

Lei a ragione, l’Occidente deve vergognarsi per aver dovuto accettare giocoforza uno come Assad nella lotta contro l’Isis ma lei quando comincerà a vergognarsi per quanto scrive, ben remunerato? Chi ha creato i presupposti per la nascita dell’Isis, Assad forse? Chi ha fatto finta di non vedere la sua diffusione in Siria prima e in Iraq poi per mesi e mesi? Chi lo ha armato e addestrato? Come si fa a parlare di guerra civile, di Assad che massacra il suo popolo, quando ci riferiamo a un conflitto che ha visto arruolati nelle file de cosiddetti “ribelli”, volontari e foreign fighters da almeno una quindicina di nazioni straniere? Che cazzo di guerra civile è, “Giochi senza frontiere” in versione mediorientale? Le piaccia o meno, caro Battista, Bashar al-Assad è il presidente legittimo della Siria, stato sovrano che se non è diventato il primo avamposto di Daesh al mondo è soltanto grazie all’intervento di quell’altro fascista, violatore seriale di diritti umani ed Erode in salsa post-sovietica di Vladimir Putin: se avessimo aspettato Barack Obama, oggi a Damasco avremmo i lanci dei gay dai tetti dei palazzi come spettacoli ricreativi.

In tutta coscienza, ammesso ne abbia una, le parole che lei ha dedicato a Razzi non le meriterebbero maggiormente tutti quei sinceri democratici che i selfies se li farebbero con chi ha davvero le mani sporche di sangue, leggi l’ultima amministrazione statunitense? La quale, non so se lo sa, ha venduto armi in grande quantità all’Arabia Saudita per ammazzare bimbi, donne e vecchi in Yemen: i bambini yemeniti le stanno forse sul cazzo, caro Battista? O sono poco spendibili nei talk show? Andando avanti a contrabbandare retorica e balle, mentre si tacciano gli altri di spacciare fake news, non lamentatevi della “democratura” grillina e del suo fascino in continua crescita.

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