Lo vedi ‘sto pacco bomba? E’ greco! Il potere se la ride, tanto in Olanda hanno vinto Verdi e filo-turchi

Di Mauro Bottarelli , il - Replica

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Mercoledì pomeriggio, mentre l’Europa fingeva di trattenere il fiato per le elezioni in Olanda, il ministro della Giustizia francese, Jean-Jacques Urvoas, spiazzava tutti, dichiarando a “Le Figaro” che il suo Paese era pronto a sospendere lo stato di emergenza entrato in vigore dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015: “Abbiamo creato le condizioni che rendono possibile uscire dallo stato di emergenza, questo senza indebolirci o farci rimanere spiazzati nei confronti della minaccia terroristica”. Insomma, un bel segnale di normalizzazione. Ma guarda caso, ieri, mentre tutti festeggiavano la vittoria dei liberaldemocratici di Mark Rutte e il più che limitato successo del partito di Geert Wilders, cosa succede in Francia?

In perfetta contemporanea, un pacco bomba esplode nella sede parigini dell’FMI, mentre in un liceo di Grasse, un 17enne con problemi psichici – mancava in Francia il devoto alle benzodiazepine con istinti eversivi – decideva di mettere in atto la sua personale versione di “Bowling at Columbine”, armato di tutto punto. Alla fine, l’assalto si è concluso con otto feriti, nessuno dei quali gravi e un gran paura ma nessuna conseguenza più tragica. Stando al “Daily Mail”, il 17enne, il quale era in possesso di un vero e proprio arsenale, sarebbe figlio di un consigliere comunale della destra nel piccolo centro. Nessuno si era accorto, in un paesino dove probabilmente farsi i cazzi altrui è l’unico passatempo presente, che un teenager non solo aveva pulsioni stragiste ma era armato come Rambo quando decide di chiudere i conti con lo sceriffo e si barrica nell’armeria?

E che dire della lettera bomba all’FMI? Al di là della sdegno generalizzato, il grosso petardo contenuto nel plico e che ha causato ferite a mani e viso di una segretaria del direttore generale, cui era indirizzato, ha sortito due effetti: primo, indirizzare la pista delle indagini, rendendo credibile la minaccia eversiva. Il mittente dell’ordigno era infatti greco e il tutto è accaduto il giorno seguente dall’arrivo, al ministero delle Finanze tedesco, di un altro pacco bomba indirizzato a Wolfgang Schaeuble, intercettato e distrutto, anch’esso partito dalla Grecia. Un gruppo anarchico ellenico, denominato “Cospirazione delle cellule del fuoco”, ha rivendicato l’invio a Schaeuble della bomba, partita da un ufficio postale di Atene e la polizia considera credibile l’attribuzione del gesto. Di più, il gruppo ha affermato su un sito web di estrema sinistra che la bomba spedita a Schaeuble fa parte di una campagna internazionale concertata fra diversi gruppi anarchici. A breve, dettaglio di spedizioni e destinatari.

Non c’è che dire, dopo tanto Isis ed estremismo islamico in genere, una bella minaccia terroristica greca in nome della lotta alla troika ci sta bene, Glezos è vivo e lotta insieme a noi! E poi l’accoppiata anarchici-bombe, i servizi la usano da anni, è roba collaudata, ancorché un po’ vintage. Secondo effetto sortito? Le parole del presidente della Repubblica, François Hollande: “Siamo di fronte a un attentato terroristico, non ci sono parole, troveremo i responsabili con ostinazione. Lo stato di emergenza in tutta la Francia, per ragioni di sicurezza, proseguirà fino al 15 luglio”. Caro ministro Urvoas, la prossima volta, prima di sparare cazzate a “Le Figaro”, chieda ai piani alti se sono d’accordo, altrimenti guardi che casino tocca mettere in piedi per garantirsi mano libera fino a ben oltre il turno di ballottaggio delle presidenziali.

Insomma, se serviva una conferma del fatto che il potere si fa beffe della realtà, piegandola a proprio tornaconto, diciamo che tra mercoledì e giovedì ne abbiamo avuto conferma. E, d’altronde, perché stupirsi. Basti sentire i commenti che hanno seguito i risultati delle elezioni olandesi: il mantra appare univoco, Mark Rutte ha vinto ma solo perché ha parlato come Geert Wilders, sfruttando al meglio l’affaire turco, spuntato ad orologeria sul finale di campagna elettorale, proprio quando formano il loro giudizio gli indecisi. Vero, innegabile. C’è però un problema: siamo sicuri che, come scriveva oggi su “Repubblica” il politologo francese Marc Lazar, i populisti sono minoritari ma hanno cambiato la politica? Ovvero, il fatto che Rutte sia “sceso al livello” di Wilders nello scontro con Ankara, adottando toni a tratti quasi xenofobi (“Se non gli va bene l’Olanda, se ne vadano”), significa che ormai l’agenda anti-immigrazione e sovranista è entrata nel dibattito politico che conta, divenendo imprescindibile e non più marginalizzabile? No e ce lo mostrano proprio i risultati del voto olandese e questa foto,

riproposta in grande stile proprio dalla stessa “Repubblica” che intervistava Lazar. Quello messo a paragone con il premier canadese, Justine Trudeau, la faccia buonista e presentabile dell’altra sponda dell’Atlantico dopo l’elezione di Donald Trump, è Jesse Klaver, leader dei Verdi di sinistra (Groenlinks), veri vincitori della tornata elettorale con il 14% e capaci d quadruplicare il numero di seggi detenuti in Parlamento. Figlio di padre marocchino e madre per metà indonesiana, Klaver è già stato definito da qualcuno il “nuovo JFK”: filo-UE, filo-migranti, capace di intercettare la società colta e borghese che ha voltato le spalle ai Laburisti (crollati dal 25% all’8%), Klaver è il leader perfetto di un partito che, a dispetto del nome, è storicamente sempre stato poco ecologista e molto orientato sulla dimensione sociali, essendo nato 25 anni fa dalla fusione di comunisti, pacifisti, evangelici e radicali. Mancano i boy-scout, poi siamo al completo. Ecco chi ha vinto in Olanda mercoledì, altro che i 4 seggi in più guadagnati da Geert Wilders: un bel soggetto da Open Society Foundation è appena diventato il protagonista della scena nazionale ed europea, uno Tsipras al cubo è servito.

Pensate davvero che, ottenuto ciò che voleva, Mark Rutte darà vita a una piattaforma più rigida su immigrazione e multiculturalismo, una volta trovata la quadra per una coalizione di governo? Auguri, visto che già sta inviando segnali proprio a Klaver, il quale però ha già negato interesse, parlando chiaramente di un coalizione della sinistra come obiettivo di medio termine per il suo partito. E fa bene, perché demografia ed egemonia culturale, come ci mostra la lingua a penzoloni di “Repubblica”, sono dalla sua parte: è solo questione di tempo, come lo è stato per il primo sindaco musulmano a Rotterdam. Ma non basta, perché al netto delle baruffe goldoniane tra L’Aja e Ankara, la tornata elettorale di mercoledì ci ha detto anche altro. Ovvero, che per la prima volta entrerà in Parlamento con tre membri la nuova formazione politica denominata DENK, formalmente un partito anti-razzista formato da cittadini stranieri che promettono di “combattere il razzismo istituzionale” ma, di fatto, un partito a egemonia filo-turca, quindi una quinta colonna del regime di Erdogan proprio in quell’Olanda coperta di improperi e che accoglie 400mila cittadini di origine turca.

Sicuri, quindi, delle analisi sentite e lette finora? Sicuri che Marc Lazar non spari cazzate sesquipedali? Al netto delle finte paure, degli allarmi stile Tg3 per l’avanzata del Quarto Reich e della retorica europeista, l’Austria ha scelto un massone indipendente schierato con i Verdi e l’Olanda ha ridato fiducia al centrodestra, incoronando però i Verdi pro-Bruxelles e pro-immigrazione e benedicendo la nascita del partito turco d’Olanda.

E’ questa la grande campagna 2017 del populismo-sovranismo europeo? Sono questi i risultati che dovrebbero far tremare Bruxelles? Per favore, non prendiamoci per il culo: al netto delle lamentele da bar o da trasmissione di Del Debbio, a quanto pare la gente sta ancora troppo bene per mettere in discussione lo statuq quo, si ha ancora più paura del salto nel buio politico che dei clandestini o del Fiscal Compact. Va bene così, è la democrazia, bellezza! Sarà lo stesso anche in Francia, con il risultato del secondo turno già ipotecato in nome dei valori della Republique e contro la deriva lepenista?

Non è detto e il numero da circo posto in essere giovedì in Francia da servizi e governo potrebbe dirci che, al netto di un centrodestra senza leader e di una sinistra a pezzi a livello olandese, qualche intoppo potrebbe porsi sulla strada tra Emmanuel Macron e l’Eliseo. Per ora, però, occorre prendere atto della sconfitta: l’establishment è sul 2 a 0 e, finora, non ha corso alcun pericolo in difesa. Anzi, gioca di rimessa. Saranno i Cinque Stelle la sorpresa? Facessero pace con il cervello su immigrazione, sicurezza ed euro, forse se ne potrebbe parlare, anche in chiave di potenziale desistenza con il fronte sovranista ma, ad oggi, l’odore forte in Italia è quello stantio di massoneria che sentiva nel suo editoriale di addio al “Corriere”, Ferruccio De Bortoli: un Nazareno 2.0 potrebbe essere alle porte, altro che legge ed ordine.

In tal senso, voglio rassicurare Luigi Di Maio, il quale dopo il voto parlamentare che ha evitato la decadenza da senatore di Augusto Minzolini, ha parlato di “atto eversivo” (cagata, la Legge Severino dice che l’Aula deve deliberare e non ratificare la decadenza, quindi se delibera può decidere anche di rigettarla. Certo, è moralmente un inciucio ma non è affatto eversivo o incostituzionale) e ha invitato i parlamentari a “non lamentarsi, se poi si verifica la violenza sotto il Palazzo”. Tranquillo Di Maio, finché non sospendono il campionato di calcio o non vietano gli acquisti a rate degli smartphone ultima generazione, l’Italia non corre alcun rischio di deriva violenta o rivoluzionaria. D’altronde, Olanda e Austria ci hanno dimostrato che tutto il mondo è Paese.

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