Dopo Londra, meglio temere chi invoca gli Stati Uniti d’Europa e il modello Israele oppure l’Isis?

Di Mauro Bottarelli , il - 39 commenti


In risposta agli attentati di Londra, la polizia inglese ha dato vita ad alcuni raid a Birmingham, nel corso dei quali sarebbero state arrestate otto persone: operazioni mirate? No, chi conosce l’Inghilterra sa che rastrellare la “capitale” delle Midlands dopo un attentato di matrice islamica equivale a mettere sotto sopra Casal di Principe dopo una vendetta di camorra. Si va sul sicuro, con la rete a strascico. E non per forza con la volontà di perseguire il crimine compiuto, magari soltanto per gettare in pasto all’opinione pubblica un po’ di sicurezza da cui farsi scaldare in queste ore di gelo della paura. L’ipocrisia ontologica del presunto successo del modello multirazziale britannico sta tutta qui: ammettere che i ghetti esistono, visto che si va a caccia a colpo sicuro ma solo dopo che ci è scappato il morto in grande stile.

Nel mio articolo di ieri dicevo che era presto per avere un quadro reale di quanto accaduto nel pomeriggio attorno a Westminster e, ancora adesso, tutto appare ancora poco chiaro. C’è, però, una certezza: a differenza del passato, i buchi neri dell’accaduto – soprattutto dell’operato dell’intelligence – hanno monopolizzato l’attenzione della stampa. Quasi fosse necessario dipingere la Gran Bretagna come indifesa di fronte alla minaccia del terrorista della porta accanto, quasi a voler dire che Londra da sola questa battaglia non può vincerla. Serve altro, serve l’Europa.

I giornali di questa mattina, infatti, narrano di molti buchi neri. Primo, il messaggio comparso su 4Chan, oscuro ricettacolo di complottismo che puzza lontano un miglio di tonnara dei servizi internazionali, il quale con timing straordinario annunciava proprio per ieri un attentato a Westminster. Le modalità? Nessuna indicazione, solo il luogo. Un po’ pochino, visto che se foste dei terroristi, cosa colpireste a Londra per creare il panico, il cuore della città o un baracchino di fish&chips ad Hackney o a Ealing? Ad occhio e croce, se si parlasse di Milano, penso che si metterebbe il Duomo al posto di Westminster, non il Corvetto o Quarto Oggiaro, che ne dite?

“Il Messaggero”, poi, ci dice che pochi giorni fa si era tenuta un’esercitazione della polizia in risposta a un attacco terroristico: con livello di emergenza quattro su cinque ormai da anni, sai che novità un’esercitazione. Di più, si può simulare ciò che si vuole ma l’operato di un lupo solitario è difficile da prevedere. Soprattutto se non si vuole: ma tant’è, la corrispondente da Londra della testata romana, intervenendo poco fa a “Omnibus” su La7, ha detto che attraverso il noleggio del suv usato per la strage, avvenuto pare a Birmingham, la polizia sarebbe risalita facilmente all’identità dell’attentatore. Quale terrorista non usa la sua vera identità per agire, d’altronde? Almeno qui hanno evitato di scordare i documenti in bella vista nell’auto.

Ma è tutto l’insieme a farci capire che questo attentato serve unicamente a orientare e sviare l’opinione pubblica, più che a terrorizzarla in senso classico. Non ci fosse stata Londra, infatti, di cosa avrebbero parlato oggi talk-show e approfondimenti? Di Europa, ovviamente e – di certo – non con toni lusinghieri. Le celebrazioni per i 60 anni dei Trattati di Roma, infatti, si stanno approssimando in un clima di divisione e tensione mai così forte tra gli Stati membri, oltretutto con il carico da novanta messo ieri dal presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, con la sua uscita verso gli Stati del sud che sperperano denaro per donne e alcool e poi chiedono aiuto all’UE. Oggi, invece, è tutto un fiorire di necessità di maggiore cessione di sovranità, di Stati Uniti d’Europa e di imparare a vivere la quotidianità come si fa in Israele. Ovvero, serve svuotare gli Stati nazionali dei loro residui di potere e istituzionalizzare lo stato di emergenza, tramutandolo di fatto in uno stato mentale: oggi togliamo i laptop, domani preparatevi ad andare a Malpensa 5 ore prima come si fa al Ben Gurion. O a convivere con i posti di blocco, le leggi speciali e quant’altro.

Già, Israele. Proprio da lì, esattamente da Channel 1 poi ripresa dal Jerusalem Post, ieri sera era arrivato lo scoop sull’identità dell’attentatore di Londra, identificato con il predicatore islamista, Abu Izzadeen, al secolo l’inglese convertito Trevor Brooks. Peccato che lo stesso sia in galera per aver tentato di raggiungere la Siria nel 2015, quindi formalmente impossibilitato a compiere attentati in centro a Londra. Voce dal sen sfuggita? Strano, gli israeliani di solito sono molto bene informati. E, soprattutto, non sparano notizie a cazzo: se lo fanno, anche dicendo il falso, c’è sempre un motivo. Non fosse altro che mettere in difficoltà Scotland Yard, non a caso silente per lunghissime ore al riguardo: altro sintomo di debolezza arrivato nitidamente all’opinione pubblica, la quale vive di sensazioni, non di analisi a freddo. Poco fa, Scotland Yard ha di fatto ammesso che l’autore dell’attacco era noto agli 007 e sarebbe cittadino britannico: lo spoiler israeliano ha ottenuto il suo risultato, massimo della resa con la minima spesa di informazioni reali e sensibili. Guarda caso, a stretto giro di posta ma solo dopo l’ammissione di colpa del Regno Unito rispetto alle sue capacità di controllo, è arrivata la rivendicazione dell’Isis, il sigillo della paura globale, il logo dello Starbucks del terrore: “E’ stato un soldato del Califfato”. Il Re isolazionista è nudo di fronte al pericolo che ha in casa, che conosce ma che non sa come fermare. E il modello va in crisi. Missione compiuta.

Che dire poi dello scoop inconsapevole della “Gazzetta dello Sport”, la quale nel pomeriggio di ieri, a poche ore dall’attacco, intervistava l’ex pugile, Maurizio Stecca, il quale era in visita a Westminster e si è trovato quasi faccia a faccia con l’attentatore. Ecco il suo racconto: “Eravamo in visita con la delegazione inglese. Mentre uscivamo abbiamo sentito le grida della gente che aveva visto l’automobile lanciarsi sui passanti al ponte di Westminster. Ci hanno obbligato a guardare verso il cancello di ingresso. E’ stato allora che ho visto un uomo armato con due grandi coltelli aggredire la guardia all’ingresso e colpirla ripetutamente, finché il poliziotto non è caduto a terra. Il poliziotto non era armato, si è difeso solo con le braccia. Poi quando la guardia era esanime a terra, l’attentatore si è alzato e ha ripreso la sua corsa verso l’edificio. Proprio verso di noi”.

E ancora: “Allora un uomo con un abito elegante è uscito da una porta laterale e, a circa 10 metri di distanza, ha esploso tre colpi, e l’ha ucciso. L’attentatore ha cercato di alzarsi in piedi, forse non si era reso conto di quanti colpi avesse ricevuto. Ma è ricaduto a terra quasi subito, morto”. Cazzo, sembra James Bond: la situazione sta precipitando e, da una porta laterale, ecco uscire l’uomo vestito elegantemente che spara e uccide il cattivo. A cosa viene da pensare, immediatamente? A un uomo dei servizi. Peccato che le forze speciali fossero all’interno di Westminster, tutte dotate di passamontagna e occupate trasferire Theresa May e compiere la bonifica: chi era, quell’uomo con grisaglia su misura di Savile Row? Ma, soprattutto, come mai la versione di Stecca non collima con quella della polizia inglese, in base alla quale il terrorista sarebbe stato ucciso dai colleghi del poliziotto aggredito? E poi, mezzo mondo sta applaudendo il vice-ministro che ha tentato di rianimare l’agente ferito e l’eroe che ha eliminato il terrorista non merita nemmeno un trafiletto, se non sulla “Gazzetta delle Sport”, tra un’intervista a Sarri e una presentazione della partita della nazionale? Credeteci pure.

Insomma, l’effetto mediatico è stato sortito ma con una buona dose di messa sotto accusa dei servizi di intelligence britannici, quasi a reti unificate. Il tutto, a poche ore dall’inizio della gran celebrazione dell’Unione Europea a Roma, dove verrà sfoderato un impianto repressivo e di sicurezza da far spavento. E dove mancheranno all’appello proprio i britannici, il cui isolazionismo irresponsabile mette a repentaglio la vita dei cittadini, falciati mentre camminano per strada. Il messaggio è chiaro: da soli siamo più deboli, mentre la risposta deve essere più Europa. Anzi, gli Stati Uniti d’Europa con elezione diretta del presidente, come ha ribadito sempre a “Omnibus” il parlamentare dei DS, Emanuele Fiano. I sovranismi, quelli che si abbeverano all’esempio fondativo del Brexit, portano ai morti di Westminster, mentre l’Europa può farci da scudo e difenderci dai lupi solitari che scorrazzano sui suv e abbattono la gente come birilli del bowling a 50 metri dal Parlamento inglese: in seduta per il question time e alla presenza del primo ministro.

Di più, mentre al Parlamento autonomo scozzese si doveva votare sull’indizione di un nuovo referendum per l’indipendenza. Alla fine, è questo ciò che ci lascia l’attentato di ieri: il senso di emergenza quotidiana, qualcosa che mal si concilia con l’idea di essere un’isola autonoma e non parte di un sistema più grande e più forte. Io so soltanto una cosa: nel silenzio tombale della stampa, il 20 marzo scorso Angela Merkel ha tenuto una conferenza stampa ad Hannover al termine del suo incontro con il premier giapponese, Shinzo Abe, il tutto quando il ricordo del non proprio affettuoso incontro con Donald Trump era ancora vivo. Ecco le sue parole, al termine dell’incontro con i media: “Vogliamo trovare la possibilità di ritirare la sanzioni una volta che l’accordo di Minsk sarà implementato, perché vogliamo includere la Russia come attore internazionale per la soluzione di molti conflitti”. Come mai questo ramoscello di ulivo tedesco verso Vladimir Putin?

Non sarà che, silenziosamente, il trio Usa-Israele-Turchia stia cercando di riguadagnare il terreno perduto in Medio Oriente, magari utilizzando la palestra europea come palcoscenico preparatorio al blitz e, soprattutto, come elemento politico e giustificativo in nome della lotta al terrore? Sarà ma pare strano che, con morti e feriti ancora sul selciato di Westminster Bridge, il presidente Erdogan – uno che ultimamente l’ha fatta fuori dal vaso già parecchie volte, proprio contro due Paesi chiave dell’UE, Germania e Olanda – se ne esca con la metafora degli europei che non potranno camminare sicuri lungo nessuna strada, se l’UE non cambia registro. Verso chi e verso cosa, serve un cambio di registro? Chiedetelo a chi in queste ore invoca gli Stati Uniti d’Europa e una società di stile israeliano, forse loro hanno la risposta. Al netto della natura provocatoria del titolo che ho scelto e del fatto che pazzi e fanatici esistano davvero tra noi (peccato che proprio il buonismo multietnico e integrazionista di chi chiede più UE e meno sovranità statale abbia permesso loro di insediarsi nelle nostre città, creando ghetti e casematte), sicuri che la narrativa e la ricetta della paura permanente sia la risposta?

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