A Napoli è andata in onda la recita a soggetto del loro potere. Che si auto-celebra e auto-assolve.

Di Mauro Bottarelli , il - Replica

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L’altra notte non riuscivo a dormire, quindi mi sono lanciato in una sessione di zapping nella speranza che la programmazione agevolasse il sonno. Sfortunatamente, su Iris mi sono imbattuto in un film-documentario dedicato a Radio Alice, l’emittente del Movimento studentesco bolognese che divenne protagonista assoluta del 1977 nel capoluogo emiliano. Radio Alice era la classica “radio libera”, un collettivo che stravolgeva le regole e si imponeva come la voce dei senza voce: le dirette erano improvvisate, ci si collegava dalla strada, dalle fabbriche, dalle scuole, dall’università. Era, di fatto, un social network ante-litteram, ovviamente molto connotato politicamente. A sinistra del PCI, nell’area del movimentismo antagonista.

Con ancora negli occhi gli scontri tenutisi a Napoli per protestare contro l’incontro tenuto da Matteo Salvini, ammetto che la narrazione delle manifestazioni di massa seguite alla morte del militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso, nel marzo del 1977, mi hanno colpito. Non tanto per la violenza che le contraddistinse, non tanto per l’arrivo in città dei mezzi dell’esercito o per la chiusura di Radio Alice con tanto di incarcerazione degli animatori, quanto per il carattere di massa. Intervistato al riguardo, uno dei responsabili del Movimento a distanza di anni ancora rivendicava l’accaduto: “Decidemmo per lo scontro, la manifestazione si tenne senza alcun servizio d’ordine”.

Poi, uno stralcio della diretta dell’epoca su Radio Alice: “Compagni, questa è guerriglia. Scendete in strada, è guerriglia”. E lo fu, in effetti. Poi, stamattina, svegliandomi, ho preso atto del fatto che era il 13 marzo, 42mo anniversario dell’assalto assassino contro Sergio Ramelli, militante milanese del Fronte della Gioventù, assalito a colpi di chiave inglese da un commando di Avanguardia Operaia per il semplice fatto di essere missino e aver criticato le Brigate Rosse in un tema scolastico. Morirà il 29 aprile dopo giorni di agonia, a 19 anni. Insomma, gli anni di piombo li sentivo addosso come una ragnatela, mentre preparavo il caffè.

Ora, capirete che di fronte a certi accadimenti, quanto accaduto nel weekend a Napoli fa abbastanza ridere. Non tanto per la limitatezza degli scontri ma per l’antefatto e, soprattutto, per la loro strumentalizzazione. Primo, da più parti si è detto che Matteo Salvini ha provocato la reazione dei napoletani, visti i toni anti-meridionali utilizzati in passato, soprattutto la famosa canzoncina da stadio cantata con alcuni militanti a una festa della Lega Nord. Ora, al netto del fatto che erano napoletani anche quelli accorsi a sentire quanto aveva da dire il leader della Lega Nord e pure le migliaia di cittadini che hanno scelto di fregarsene sia di lui che delle manifestazioni di protesta, viene da ridere quando qualcuno invoca il principio di coerenza in questo Paese, soprattutto se applicato alla politica.

Matteo Renzi non aveva detto che avrebbe abbandonato tutto, in caso di sconfitta al referendum? In Africa non sono dieci anni che aspettano Walter Veltroni, il quale ha preferito la carriera di autore televisivo a quella di volontario? E Luigi De Magistris, il sindaco di Napoli che ancora oggi si è detto fiero della reazione della sua città di fronte a una persona come Salvini, il quale “compie apologia di neo-fascismo”? De Magistris ha un passato in magistratura. come concilia questo con la sua volontà di vietare l’agibilità politica a un suo avversario? La Costituzione è diventata un optional? E come spiega la sua frase “A Napoli lo Stato sono io”, quasi scordasse l’esistenza del Prefetto? Nel centrodestra, poi, c’è stato chi ha giurato che Ruby fosse la nipote di Mubarak, quindi direi che abbiamo detto tutto.

Al netto del diritto di Salvini di cambiare idea sul Mezzogiorno, magari solo per scopi elettorali e di andare a parlare dove vuole e dove lo invitano, è altro che mi fa arrabbiare: ovvero, l’indignazione generale per l’operato dei black bloc e il fatto che, a detta di tutti, questi si siano infiltrati nel corteo anti-Salvini, svoltosi fino alla fine in assoluta calma, allegria e con tanto di moglie del sindaco De Magistris mischiata ai partecipanti.

Piccola premessa: mi intendo abbastanza di questioni di piazza. Sia per retaggi di gioventù, quando le frequentavo, sia per il mio lavoro che mi ha portato negli anni a seguire molti avvenimenti. Tra gli altri, quando lavoravo a “Libero”, il G8 di Genova, quello della morte in piazza di Carlo Giuliani e della comparsa in grande stile in Italia proprio del Black Bloc, dopo l’esordio in grande stile a Seattle. Bene, partiamo da un dato di fatto: a Genova il blocco nero, in gran parte composto da tedeschi ma con parecchi anarchici italiani e spagnoli a dare man forte, ha fatto quello che ha voluto fin dall’inizio. Indisturbato. Ha fatto la sua danza macabra con i tamburi sulla sopra-elevata, ha distrutto tutto, incendiato, ha assaltato addirittura il carcere di Marassi quasi fosse un supermarket: polizia? Zero, nessuno è intervenuto.

Gli scontri veri sono nati dopo, quando la piazza è stata presa dei cosiddetti “No global” di Casarini, Caruso e soci. Il blocco nero era/è eterodiretto? Infiltrato? Non lo so e non mi interessa più di tanto a questo livello, il generale Dalla Chiesa ha schiantato le Brigate Rosse con infiltrati e fresconi che parlavano troppo durante l’ora d’aria, figuriamoci quattro teppisti: so solo ciò che i miei occhi hanno visto a Genova, ovvero che i “neri” erano liberi come l’aria di fare ciò che volevano. Anche nelle retate successive agli scontri, nessun “nero” è finito nella tonnara: arrivati e spariti, senza un graffio. Per gli altri, la Diaz. Veniamo a Napoli.

Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le logiche di piazza, ha immediatamente riconosciuto le tecniche di guerriglia in quanto accaduto sabato: l’arrivare di colpo, il colpire a fisarmonica, l’assalto di massa per creare il massimo danno (16 agenti feriti), la fuga su diverse direttive, l’utilizzo di fumogeni e bombe carte, l’abbigliamento di chi si scontrava, certamente non da centro sociale. Insomma, non c’erano solo gli antagonisti tra chi attaccava la polizia ma che professionisti del disordine. Altro punto nodale: la volontà precisa di colpire “gli sbirri”, non di arrivare in qualsiasi modo possibile alla Fiera d’Oltremare per cercare almeno di disturbare la kermesse leghista. Chi attacca scientemente la polizia e non per reazione allo scontro fortuito, non vuole porre in essere un’azione politica: vuole creare caos.

Poi, l’apoteosi dell’ipocrisia. Venerdì pomeriggio, l’ente fieristico aveva disdetto la prenotazione, annullando il comizio di Salvini, tanto da far intervenire il ministro dell’Interno, Marco Minniti, in persona, affinché intimasse al questore e al Prefetto di garantire il regolare svolgimento dell’appuntamento. Perché si era arrivati a quell’estremo, ovvero cedere alle minacce dei centri sociali? Il consigliere delegato della Mostra d’Oltremare, Giuseppe Oliviero, ha comunicato la decisione dell’ente fieristico di rescindere il contratto siglato con i promotori dell’appuntamento politico, utilizzando queste parole: “Alla luce dei fatti emersi oggi e che non potevamo prevedere, e considerato che c’erano le avvisaglie accadesse di peggio, abbiamo preferito rinunciare a 11mila euro che restituiremo, piuttosto che averne 300mila di danni”.

In particolare, Oliviero spiegava che “abbiamo voluto tutelare Droni in mostra, manifestazione che si svolgerà regolarmente. Ha prevalso la logica del minor danno”. Qualcosa non torna. Primo, nella stessa frase Oliviero inserisce questi due pensieri in palese contraddizione: “Alla luce dei fatti emersi oggi e che non potevamo prevedere, e considerato che c’erano le avvisaglie accadesse di peggio”. C’erano le avvisaglie o nessuno poteva prevedere? Forse non potevano prevedere l’occupazione della sala e, una volta accaduto questo, si è temuto per il peggio ma qualcosa d’altro lascia interdetto: chi ha occupato la sala venerdì mattina era a volto scoperto, faceva parte dei collettivi e dei centri sociali. Di fatto, erano gli stessi che hanno sfilato pacificamente sabato pomeriggio. Come si faceva a sapere che ci sarebbero stati danni per 300mila euro?

Di fatto, forse si sa che il blocco nero non si infiltra di sorpresa ma è organico al movimento, diciamo che è il braccio armato che arriva quando c’è da passare alle vie di fatto. O, peggio ancora, si dava per certo il suo arrivo, a prescindere dal fiancheggiamento di cui poteva o meno godere da parte dei corteo ufficiale. Una cosa era certa: sarebbero arrivati, ci sarebbero stati scontri. Come al Milano il 1 maggio, quando l’inaugurazione dell’Expo vide la città messa a ferro e fuoco. Anche in quel caso, con una gestione dell’ordine pubblico quantomeno discutibile.

A chi ha giovato, però, quanto accaduto sabato a Napoli? A tutti. A Matteo Salvini, certamente, divenuto martire della libertà di espressione e beneficiario di una nuova verginità verso il Mezzogiorno e i suoi elettori. A Luigi De Magistris, assurto ulteriormente a Che Guevara dei giorni nostri, anti-fascista senza compromessi e pronto a schierarsi in prima linea a difesa dei suoi ideali e della sua città, contro i poteri forti, il razzismo e chissà cos’altro. Guarda caso, al suo fianco si è immediatamente schierato un altro togato, quel Michele Emiliano candidato di sinistra alle primarie del PD. Ma anche al PD renziano stesso, lestissimo nell’attaccare De Magistris e a fregiarsi di una medaglia in difesa della legalità e della democrazia, sviluppo ideale della nuova linea dura sposata da Marco Minniti e che potrebbe garantire un ritorno elettorale in fatto di sicurezza, non a caso concetto che al Lingotto si è più volte sottolineato essere di sinistra e non di destra. E poi, con le molotov che sibilano nell’aria e si infrangono al suolo, fiammeggiando, chi ha voglia di parlare di Consip?

Al centrodestra, pronto ad attaccare De Magistris ma anche quella sinistra un po’ ambigua che mischia volentieri parlamentarismo e flirt con l’antagonismo. Il governo, il quale ha mostrato la faccia rigorosa e democratica di fronte alle molotov e alle provocazioni, in un momento di tensione e di insorgente populismo. Quando tutto l’establishment trae giovamento dall’accaduto, cosa c’è di insurrezionale? Ma, soprattutto, di spontaneo e rivoluzionario? Non vivo a Napoli, quindi non posso dire quale sia il livello di attività dei centro sociali nella vita cittadina ma non ricordo manifestazioni con tale richiamo mediatico contro la camorra, lo spaccio, il traffico di rifiuti tossici, il pizzo. E, visto che gli antagonisti si pongono in contrapposizione anti-imperialista, nemmeno contro la più grande base navale americana in Italia (e tra le più grandi d’Europa) o una delle principali centrali CIA nel nostro Paese: Salvini che cantava un coro da stadio vale lo scontro in piazza più della camorra, del traffico di droga o dell’interventismo atlantico nella vita democratica del nostro Paese? Strani rivoluzionari.

Penso che Napoli sia stata la prova generale della recita a soggetto che ci attende in autunno, con ogni probabilità. Come recita la frase che ho scelto per l’immagine di copertina, sono certo che esistano persone – molte – la cui utopia (un mondo senza frontiere, uguaglianza a prescindere, multi-etnicità, eliminazione del concetto di autorità, di Stato e di Patria, indeterminismo biologico, culturale e valoriale, relativismo etico, mondialismo come approdo ideale) rappresenta la mia distopia ma sono sedute nei salotti televisivi, nelle redazioni dei giornali, nei consigli di amministrazione e nelle pieghe di un mondo che ha bisogno di autoassolversi. Io non cerco assoluzioni, né pacche sulle spalle. Ma proprio per questo, so riconoscere quando la distopia più grande è quella del potere a tutto tondo che si finge minacciato dai “ribelli” di scena e si copre le spalle, a scelta, con il mantello dell’ordine, della democrazia o della rivoluzione. Certi sampietrini, fanno più utile che danno quando vengono lanciati.

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