Con i rinforzi Usa, in Siria tornano i kamikaze anti-sciiti. E attenzione ai giochini Ue sull’affaire turco

Di Mauro Bottarelli , il - 33 commenti


Un weekend di incredibili coincidenze che quello che stiamo vivendo. Ieri il sangue è piombato sul pellegrinaggio sciita ai mausolei del cimitero di Bab al-Saghir, nel centro di Damasco, colpendo con due esplosioni i bus carichi di pellegrini scciti iracheni. Stando alla tv di Stato di Baghdad, che citava il ministero degli Esteri, almeno 44 iracheni sono tra le vittime, 120 i feriti. Stando a fonti vicine all’opposizione siriana, un attentatore suicida si è scagliato contro un bus facendosi esplodere, mentre subito dopo una seconda esplosione, attribuita a un ordigno piazzato sul ciglio della strada, ha investito un altro pullman ma sulla dinamica del duplice attentato i media mediorientali riportano diverse ricostruzioni. Per l’agenzia siriana Sana, entrambe le esplosioni sono dovute a bombe piazzate nei dintorni del cimitero. L’emittente libanese al-Manar, invece, ha citato fonti ufficiali siriane, a detta delle quali l’eccidio è stato perpetrato da due attentatori suicidi. Insomma, confusione.

Ma c’è una certezza: il ritorno della violenza a Damasco è coinciso con il rafforzamento della presenza militare Usa in Siria, in attesa dell’attacco finale contro la capitale del Califfato nel Paese, a Raqqa. Fonti citate sia da Cnn che dal Washington Post, confermate successivamente dal colonnello John Dorrian, portavoce del Operation Inherent Resolve (Oir), parlano chiaro. “Si tratta di circa 400 uomini, tra marines e rangers, impiegati a titolo temporaneo”. Dorrian ha precisato che le “forze aggiuntive” opereranno in coordinamento con gli alleati siriani della Coalizione – le Forze Democratiche Siriane (Sdf, che includono i curdi dell’Ypg) e la Coalizione Arabo Siriana – e “non saranno schierate sulla linea del fronte”.

E si moltiplicano sui media Usa le notizie dell’incremento di impegno nello scenario mediorientale: per la Reuters sarebbero pronti oltre mille marines da schierare in Kuwait come “riservisti”, pronti a essere inviati sul terreno in caso di bisogno. Mentre a Manbij, nel nord della Siria, una colonna di blindati battente bandiera a stelle e strisce già si frappone tra esercito turco e forze curdo-siriane. E’ stata una fonte ufficiale Usa, coperta da anonimato perché non autorizzata a parlare pubblicamente dell’argomento, a rivelare inizialmente come in Siria saranno schierati i marines in preparazione dell’offensiva su Raqqa, dove i loro obici saranno posizionati in modo da sostenere l’assalto delle forze locali.

Esiste una correlazione, diretta o indiretta, tra l’interventismo Usa in Siria e il riacutizzarsi del terrorismo sul campo? L’Isis reagisce all’accerchiamento o qualcuno ha bisogno di destabilizzare l’asse della pax siro-russo-turca? Nessuno per ora ha prove certe ma Bashar al-Assad, tornato davanti alle telecamere per un’intervista rilasciata a una televisione cinese, ha definito “invasori” Stati Uniti e Turchia che, senza alcuna autorizzazione, hanno dispiegato le proprie truppe in Siria. Il capo di Stato ha poi parlato della presidenza Trump, sostenendo che finora non si è visto alcunché di concreto nella lotta contro il sedicente Stato Islamico ma soltanto tanta retorica.

Ora, però c’è il i rischio del redde rationem: come già detto, i soldati statunitensi stanno combattendo al fianco dei miliziani delle Forze democratiche siriane per la riconquista di Raqqa ma la stessa cosa stanno facendo le truppe di Damasco, appoggiate dalla Russia, avanzando verso la sponda occidentale dell’Eufrate. Bashar al-Assad non ha escluso un attacco in parallelo a Deir al-Zor, nell’est del Paese, quasi al confine con l’Iraq, visto che la provincia resta completamente sotto il controllo degli estremisti di matrice islamica. Collaborazione reale o potenziale flashpoint di conflitto sul campo, magari con la Turchia destinata a fungere da detonatore di uno scontro che il Deep State potrebbe non disdegnare? Soprattutto se questo servisse a spingere i miliziani di Daesh dalla Siria all’Iraq, spostando il fronte di intervento. O, al contrario, alzando il grado di scontro cui la Russia e Damasco dovrebbero fare fronte in caso di esodo di massa dall’Iraq per puntellare le posizioni in Siria.

Già, perché lontano migliaia di chilometri dallo scenario di guerra, qualcuno sembra voler agitare le acque proprio con Ankara, il tutto con timing decisamente pericoloso. E’ davvero strano, infatti, l’atteggiamento scelto nelle ultime ore da Germania e Olanda verso i politici turchi. Fino alla scorsa settimana, quando c’era da trattare con Ankara, ci si infilava sei paia di guanti e si scomodavano i consessi europei. Ora, contro un referendum costituzionale noto da settimane, si arriva agli allontanamenti coatti di ministri e alle crisi diplomatiche, senza tante chiacchiere. Qualcuno vuole forse che Ankara perda la pazienza a apra le frontiere con la Siria, disattendendo l’accordo sui rifugiati pagato 6 miliardi dall’Ue, proprio mentre sul campo di rischia una nuova crisi umanitaria e un’escalation militare? Strano timing: perché a Rotterdam oggi ci sono in piazza centinaia di turchi che gridano “Allah Akbar”, le piazze ribollono, altro che Napoli.

E mercoledì, dall’Olanda può partire il terremoto europeo con il voto politico. Già, perché ieri l’Olanda ha cancellato il volo del ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, che voleva recarsi a Rotterdam per un comizio pro-Erdogan, malgrado il divieto a tali iniziative deciso dalle autorità olandesi. Cavusoglu avrebbe dovuto parlare per per convincere la comunità turca residente nei Paesi Bassi a votare “sì” nel referendum costituzionale con cui la Turchia è chiamata a decidere del passaggio al sistema presidenziale il prossimo 16 aprile, una svolta autoritaria voluta dal presidente Erdogan per blindare del tutto il suo potere. Il quale, dopo l’attacco alle autorità tedesche di pochi giorni fa (a Gaggenau, nel Baden-Wuerttenberg, è stato vietato il comizio del ministro della Giustizia, Bekir Bozdag, mentre il suo collega dell’Economia, Nihat Zeybekci, ha ricevuto il diniego da Colonia), ha definito i politici olandesi, “residui del nazismo e fascisti. Potete vietare al nostro ministro degli Esteri di volare. Ora vedremo come faranno i voli dall’Olanda ad atterrare in Turchia. L’Olanda pagherà il prezzo per le sue decisioni”.

E attenzione alle parole di Cavusoglu, a detta del quale “Ankara è pronta a infliggere durissime sanzioni all’Olanda in caso cancellino il volo”. Di più, rispondendo a una domanda sulla visita a Mosca di Erdogan e sui rapporti tra Russia e Turchia, ecco il suo giudizio: “La Russia, a differenza dell’Occidente, mantiene la parola data”. E come se non bastasse, sempre ieri la polizia olandese ha poi fermato a Rotterdam anche la ministra della Famiglia della Turchia, Fatma Betul Sayan Kaya, la quale aveva deciso di spostarsi dalla Germania in Olanda viaggiando via terra. Dopo l’affaire Cavusoglu, la ministra è stata scortata in nottata dalle autorità olandesi verso il confine con la Germania in una maniera che, stando alla stessa ministra, “calpesta tutti i valori democratici e umani”.

Ora, che chi fa parte dell’esecutivo Erdogan si indigni facendo riferimenti ai diritti umani e democratici fa sorridere ma un irrigidimento simile di Germania e Olanda a 72 ore dal voto politico che potrebbe veder trionfare il partito anti-immigrati di Geert Wilders appare quantomeno irrituale, tanto più che fino a ieri Ankara ha beneficiato di ogni cortesia e attenzione, essendo il fulcro della mancata invasione di profughi attraverso la Grecia e la rotta balcanica. Come mai i guanti di velluto hanno lasciato il posto a quelli di boxeur, oltretutto riguardo un referendum costituzionale noto da almeno un mese e contro cui nessuno ha aperto bocca in sede ufficiale? Certo, le strade olandesi e tedesche che ribollono di cittadini turchi inneggianti a Erdogan e ad Allah sono un spot perfetto per Wilders e Alternative fur Deutschland, quasi lo spot elettorale del fallimento delle politiche migratorie e di integrazione degli ultimi venti anni ma qualcosa non torna: perché ora?

E perché torna a infiammarsi la Siria, proprio dopo l’avvio della missione Usa in grande stile per riconquistare Raqqa e in vista di un possibile scontro fra curdi e turchi per Manbij, località cui è stato dedicato addirittura un vertice a tre fra Russia, Usa e Turchia proprio al fine di evitare pericolose contrapposizioni e casi di fuoco amico? Chi lo sa, appare decisamente illuminante però il messaggio inviato questa mattina dal premier olandese, Mark Rutte, a chi in queste ore sta protestando per le strade di Rotterdam: “Se qui non vi piace, potete andarvene”. Serve far arrabbiare la Turchia per apparire più di destra di Wilders? Oppure per depotenziare i partiti cosiddetti populisti occorre dar vita a una crisi diplomatica ufficiale che contempli la discesa in campo di istituzioni europee e governi nazionali, oltretutto dopo la rottura consumatasi venerdì al vertice Ue tra paesi fondatori e nucleo dell’Est, tale da far annullare addirittura la foto finale di rito? A Merkel e soci serve la logica del “tanto peggio, tanto meglio”, calcolando che ormai le frontiere a Nord sono blindate e a pagare il prezzo della potenziale ritorsione turca sarebbero Italia e Grecia?

Se sì, attenzione: il gioco è potenzialmente letale. Perché una cosa è la crisi diplomatica e le ambasciate chiuse, un’altra è la combinazione tra possibile apertura delle frontiere siriane in chiave anti-Ue e contemporaneo riacutizzarsi della crisi sul terreno, tanto per garantire al Deep State un proxy contro Mosca e un segnale chiaro all’alleato Nato turco, affinché decida da che parte stare. La situazione non è mai stata così pericolosa. E da qui a mercoledì, tutto può ancora accadere.

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