Spiace deludervi, non è stata l’UE a garantire 70 anni senza guerre. Ma il Muro e gli acquisti a rate

Di Mauro Bottarelli , il - 71 commenti


Tanto tuonò che non accadde nulla. Le previsioni di devastazione alle celebrazioni per i 60 anni dei Trattati di Roma si sono infatti schiantate contro il muro del realismo: con oltre 5mila uomini schierati e un impianto di sicurezza degno di un golpe, infatti, anche le urgenze rivoluzionarie più impellenti si placano e trasformano i tanto temuti fiumi di odio in rivoli di dissenso educato, quasi un raduno di boy scout. A Roma al corteo anti-Ue erano quattro gatti, tanto che per evitare una figura barbina hanno dovuto rimandarne la partenza, così da sortire un effetto ottico degno di una manifestazione e non di una gita di giapponesi in via Montenapoleone per lo shopping, almeno in favore di telecamera.

Paradossalmente, c’era più gente al corteo mattutino pro-euro cui ha partecipato anche Mario Monti: e ho detto tutto. Ma la cosa non deve stupire: l’insurrezionalismo spontaneista di antagonisti e Black Bloc offre il meglio di sé in occasioni come la visita a Napoli di Matteo Salvini, quando la polizia ti lascia fare ciò che vuoi. Quando, invece, ci sono 30 fra capi di Stato e governo in visita e la figura di merda derivante da scontri in piazza diverrebbe in un nanosecondo argomento di critica mondiale, allora si smette di scherzare e si piazzano i cecchini sui tetti, oltre a fermare i bus in ingresso nella capitale e distribuire fogli di via come volantini durante una svendita: detto fatto, Roma è uscita dalle celebrazioni senza un graffio. D’altronde, quando il giorno prima la seconda Corte d’Appello di Milano assolve dal reato di devastazione l’ultimo anarchico rimasto a processo per gli incidenti del primo maggio 2015, quelli legati all’inaugurazione dell’Expo, il segnale pare chiare, quasi un ramoscello d’ulivo: domani fate i bravi.

Ma al di là della piazza, cosa ha portato con sé la giornata di ieri, oltre a fiumi di retorica a reti unificate? A ben guardare, il solito nulla. Certo, una bella cerimonia, photo-opportunites come se piovesse, Jean-Claude Juncker sbronzo di prima mattina e Angela Merkel che scherza con Virginia Raggi, oltre alla sensazioni che l’Ue esista davvero e non solo sulla carta: di fatto, Polonia e Grecia hanno firmato la dichiarazione finale solo perché sotto ricatto e, al netto dei gran sorrisi, quel documento finale pare generico come il bugiardino di un medicinale per il mal di testa. Ma attenzione, perché il diavolo si nasconde nei particolari. E a svelare cosa ci sia stato di davvero importante ci ha pensato, intervistato da Enrico Mentana, uno che di Europa ne sa qualcosa, Romano Prodi. Il quale, serafico, ha fatto notare come l’unico impegno reale che sia stato preso fosse quello relativo alla difesa comune: certo, scordiamoci atti concreti prima del voto di settembre in Germania, appuntamento che metterà tutto in stand-by ma il dato pare tratto.

Tanto che l’ex premier scomoda il precedente storico della bocciatura francese, nel 1954, della difesa comune in seno alla CEE, un qualcosa che fece deragliare il concetto nascente di Europa unita verso una dinamica unicamente economica e commerciale. Oggi, invece, le condizioni ci sono tutte: grazie all’emergenza terrorismo, sia interna che sui fronti mediorientali (con il ricasco diretto dell’emergenza immigrazione), serve maggiore integrazione sul fronte della sicurezza e della difesa, serve un’intelligence comune, servono investimenti nella lotta al terrore, la quale – esattamente come sancì la dottrina Bush – sarà permanente. L’attentato di Londra con i suoi quattro morti, mentre in contemporanea a Mosul lo stesso terrorismo islamico ne faceva in un sol colpo 230 e ieri il Pentagono ammetteva un “errore” da 150 morti nel corso di un raid sempre nella capitale irachena del Califfato, ha sortito l’effetto sperato: a Roma si è messa nero su bianco l’unica priorità reale dell’Ue. Una priorità che garantisce investimenti e interessi al comparto bellico-industriale e aerospaziale. Una manna.

D’altronde, cosa vi aspettavate: il giochino è noto da tempo ma è obbligato a ricorrere alla decenza ogni tanto, non può svelarsi in maniera chiara. In compenso, il grande show dell’europeismo è andato in onda, quasi fosse stata la notte degli Oscar. In contemporanea con la riunione romana, infatti, a Londra migliaia di persone sfilavano in centro contro la Brexit, facendo concludere il corteo proprio a Westminster, tanto per scomodare qualcosa di simbolico. Non importa che in perfetta contemporanea, Scotland Yard rendesse noto che il terrorista entrato in azione giovedì avesse agito da solo, senza alcun contatto e rilasciasse tutti i fermati: il messaggio è chiaro, Londra ama l’UE. Fossi Theresa May, dormirei con un occhio aperto in vista dell’attivazione dell’articolo 50 fra 3 giorni. Ma si sa, la vulgata è quella: l’UE ci ha garantito 70 anni senza guerre, dopo milioni di morti in conflitti fratricidi in seno all’Europa. Balle, a garantirci l’assenza di guerre ci ha pensato un benedetto muro figlio legittimo proprio di una guerra: fino al 1989, è stata quella barriera berlinese a garantire un equilibrio tra due mondi e due potenze e, soprattutto, a ricordare a tutti che la dottrina della deterrenza vale più di mille concetti retorici.

Quando hai missili nucleari puntati sulle rispettive capitali, ci pensi non due ma cinquanta volte prima di fare la guerra, perché sarebbe, con ogni probabilità, l’ultima: ecco cosa ci ha garantito la pace, altro che gli accordi commerciali della CEE. E dopo il 1989, cosa è successo? La globalizzazione ha preso il posto della Guerra Fredda, tramutando due mondi in un unico, grande mercato che andava da Los Angeles a Pechino: di colpo, l’UE diventava soggetto attivo delle scelte politiche, Bruxelles diventava sempre più faro e riferimento in un mondo senza più confini e riferimenti nazionali e sovrani. Una breve transizione e si è passati dalla DDR alla Terza Via, ovvero la stagione dominata dai Clinton, dai Blair e dagli Schroeder, durante la quale l’Europa è diventata soggetto attivo della grande rivoluzione no borders: si produce a Taiwan a 5 dollari ciò che si compra a New York come a Londra a 100, si delocalizza, si impone un modello salariale e di diritti basato sul dumping al ribasso, si trucca la svendita della dignità del lavoro con gli abiti sgargianti delle merci sempre più abbordabili e sempre più disponibili: la roba, nel suo concetto più verghiano, la brama consumistica di possesso come unico strumento di elevazione sociale, prende il posto degli ideali e dei principi. Abbiamo svenduto l’orgoglio nazionale, etnico, culturale e storico per un paio di Nike.

E siccome è illusorio il concetto di benessere diffuso, perché se le multinazionali producono in Vietnam, qualcosa di storto nelle fabbriche europee prima o poi accadrà, ecco che il tuo salario viene magicamente tramutato in un tesoretto dall’american way of life, il debito. Non pensare di non poterti permettere quella televisione, quel telefonino, quel paio di scarpe o quella vacanza al mare: c”è il credito al consumo, ci sono le rate, c’è il finanziamento con interessi fissi, c’è il prestito da chiedere in banca per finanziare i tuoi sogni e tramutarli in realtà. Ecco cosa ci ha garantito la pace dopo il 1989: aver accettato di tramutare il nostro status sociale, con tutti i suoi conflitti e dissidi, da cittadino a consumatore. L’UE si basa unicamente su questo. E siccome ora il Re della globalizzazione senza regole è nudo, persino Romano Prodi ne parla ormai con accenti critici, serve un nuovo collante sociale per mantenere viva l’illusione di progresso e uguaglianza europei.

Et voilà, l’allarme terrorismo risponde perfettamente alle necessità dello status quo, condito con l’altra emergenza, quella dell’immigrazione, che risponde a sua volta al duplice compito di stimolo del senso di colpa e di ampliamento della base della forza lavoro a soggetti le cui rivendicazioni sono pari a zero, quindi perfetti per operare un ulteriore livellamento verso il basso dei diritti residui dei lavoratori. E chiunque si opponga a questa omologazione dis-valoriale è tacciato di populismo e xenofobia, rinchiuso in un ghetto mediatico e accusato di collaborazionismo con il nemico, si chiami esso Putin od Orban o Assad. Brindate pure all’Europa della sicurezza e all’assenza di scontri, alla pace sociale garantita da un’UE più forte: io, nel profondo, spero che sia ancora una volta la Francia a dire no. Lo fece nel 1954 sulla difesa comune, lo ribadì nel 2005 con la vittoria del “No” al referendum sulla ratifica della Costituzione europea e potrebbe farlo ancora il prossimo 23 aprile, al primo turno delle presidenziali. Come si dice, non c’è due senza tre. Meglio populista che servo.

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