Lo psicodramma del 25 aprile come metafora di un Paese che usa il passato. Per paura dell’oggi

Di Mauro Bottarelli , il - 42 commenti


Da domani la Francia occuperà, come è giusto che sia, la gran parte delle analisi politiche e non solo, alla luce del risultato del primo turno delle presidenziali. Per questo mi sono ritagliato un po’ di tempo in attesa del verdetto per riflettere, il più possibile a sangue freddo e pacatamente, su quanto sta accadendo nella mia città – ma anche a Roma – alla vigilia del 25 aprile. Non so voi ma ritengo questa data non l’emblema dell’unità del Paese ma della sua perenne, costante divisione: non perché tante famiglie hanno un parente che ha militato “dalla parte sbagliata della Storia” e ne conservano, ancorché sempre più sbiaditamente e quasi con vergogna, il ricordo umano ma perché, a fronte di mille ragionamenti sul superamento delle ideologie, la festa della liberazione rappresenta e incarna a pieno lo spirito ontologicamente da Guelfi e Ghibellini di questo Paese. Partiamo dall’esempio della mia città, medaglia d’oro della Resistenza. Per la prima volta, l’amministrazione comunale d’intesa con la Prefettura si è spinta dove nemmeno la giunta Pisapia era arrivata: vietare la manifestazione-commemorazione al Campo X, dove riposano i caduti della RSI, come ogni anno organizzata da due sigle della destra estrema. Per carità, nemmeno negli anni scorsi erano mancate le polemiche ma si erano sempre limitate a minacce formali, slogan da anni settanta, un presidio di rappresentanza dell’ANPI ben distante dal cimitero e poco più.

Quest’anno, invece, non appena giunta la richiesta di autorizzazione della manifestazione, è partita una mobilitazione degna di miglior causa. La parola d’ordine era una sola: vietare la “parata nera”. In un primo tempo, le richieste dell’ANPI era state disattese – scherzo del destino – proprio da quelle leggi democratiche che permettono la libera manifestazione e l’espressione del proprio pensiero, ovviamente con il limite insito a questa occasione dell’apologia di fascismo. Ma qui si tratta di onorare dei morti, non di ricostituire il disciolto partito fascista tra le lapidi.

Il sindaco, Beppe Sala e il prefetto, Luciana Lamorgese, bontà loro, sono stati costretti ad ammettere di non poter vietare una visita al cimitero, maledetta democrazia! Che fare, quindi? Si mostra il pugno duro a quel manipolo di fascisti ed ecco la dettatura delle regole. A Musocco si può andare ma solo in piccoli gruppi, niente parate, né cortei. Ma, soprattutto, niente bandiere, nemmeno il tricolore italiano che, ogni anno, viene affisso sulle 921 lapidi. E il ricordo religioso? Anche per quanto riguarda la Messa, vi si potrà assistere a piccolo gruppi. Infine, tolleranza zero per i saluti romani: Digos e non solo saranno presenti in loco per osservare e sanzionare qualsiasi abuso alla democratica sopportazione di sindaco e prefetto. Dunque, chi volesse onorare i caduti di Salò dovrà andare in coppia, massimo in tre ed eviti accuratamente di salutare altri gruppetti che incontra, altrimenti potrebbe scattare la denuncia per adunata sediziosa semovente.

Se ha capelli molto corti, meglio che si munisca di parrucca per non urtare la sensibilità tricologica della Digos, eviti bandiere di ogni genere, il labaro del nonno lo lasci a casa e si munisca di più consona bandiera della pace (anche i gessetti sono ben graditi). Niente saluto romano, nonostante le sentenze che hanno scagionato i militanti dell’estrema destra che sono stati negli anni denunciati per l’atto e anche a Messa si mantenga la logica dei gruppetti, quella che dovrebbe evitare il peggior incubo di sindaco e prefetto, l’unica cosa che sta loro a cuore: evitare l’impatto.

Ovvero, evitare che si veda quanta gente sarà presente a Musocco. Insomma, evitare che il mondo scopra il loro nobile pretesto antifascista utilizzato per mascherare un timore tutto politico: due anni fa i labari erano meno fascisti, forse? Il saluto romano si faceva con maggiore garbo? Arrivare in corteo al Campo X rientrava nelle attività ricreative benedette da Palazzo Marino e pro-loco? No. Due anni fa, tre anni, non c’erano le elezioni in Francia con Marine Le Pen al ballottaggio delle presidenziali contro quello che già si presenta come un’ammucchiata repubblicana, non c’erano gli allarmi austriaco e olandese, poi rientrati ma capaci di far cagare addosso con le loro percentuali la democrazia post-bellica e i suoi fondamenti così solidi.

Non c’era Alternative fur Deutschland, non c’era soprattutto Trump, perché nelle testoline un po’ monodirezionali degli antifascisti da salotto, il capo degli Stati Uniti è, paradossalmente, il riflesso massimo di un rigurgito fascista che, per semplicità mediatico-politica, è stato ribattezzato populismo. Ma poco cambia, le accuse sono sempre le solite, stereotipate: razzismo, xenofobia, protezionismo, nazionalismo, chiusura al diverso e verso l’esterno. Insomma, un corteo troppo partecipato in marcia verso il Campo X potrebbe mandare il messaggio sbagliato all’opinione pubblica, alla maggioranza silenziosa che magari, dal profondo dalla sua gretta ignoranza, si chiede se sia davvero utile alla città mobilitare agenti per controllare delle persone che porgono omaggio a delle tombe, quando l’altro giorno in Stazione Centrale abbiamo assistito a questo:

un bell’assalto da parte di risorse a militari e carabinieri in presidio, con tanto di tentativo di furto dell’arma al milite da parte di un nigeriano con problemi psichiatrici (ormai è un’epidemia, dev’essere la nuova scusa che ONG e quelle figure mitologiche note come mediatori culturali dicono alla risorse di spacciare con le istituzioni per garantirsi un po’ di soggiorno). O, senza scomodare risse in grande stile, se non sarebbe meglio usare tanto zelo e tanta rigidità nel rispetto delle regole contro chi spaccia, ruba, stupra, occupa case, piscia per strada (ma non solo) e vive di espedienti, quasi sempre non legali. Se poi i misuratori di angolazione del braccio teso volessero davvero fare gli svizzeri sempre, potrebbero mettere in discussione la presenza stessa di questa gente sul suolo nazionale ma non chiediamo troppo. O, magari, in punta di codice penale, caschi, mazze e molotov nei cortei degli antagonisti: ma si sa, lì occorre soprassedere per evitare che la situazione degeneri. Ormai siamo a questo, clandestini trattati come villeggianti, italiani abbandonati a se stessi ma pugno di ferro con chi osa ricordare una parte, non proprio minoritaria, del Paese che decise di stare dall’altra parte.

Ma è altro che dà fastidio: occorre non solo coprire quanto compiuto dopo la liberazione dai partigiani, epilogo tragico ma quasi ontologico di quella che è stata in tutto e per tutto una guerra civile, bensì il fatto che furono tanti, troppi quelli che dalla sera alla mattina scoprirono l’estetica della convenienza e scoprirono che il rosso di un fazzoletto al collo donava più di una camicia nera. Occorre nascondere il Badoglio che è insito in questo Paese, tanto da non riuscire ancora oggi a fare i conti – e la pace – con il passato, un passato che se volessimo davvero distruggere, perché ritenuto il “male assoluto” come disse l’affittacamere di Montecarlo, dovremmo avere il coraggio di negare in nuce, del tutto. Via saluti romani e labari, via tricolori di Salò: ma via anche la tredicesima, il Ferragosto, l’INPS. E abbattiamo tutti i palazzi e i ponti, perché se davvero tutto fece schifo e, comunque, è sporco di sangue, allora ripuliamo senza pietà ogni minimo ricordo, ogni rimando.

Ecco cosa disse nel 2013 Margherita Hack, una che difficilmente era possibile tacciare di fascismo: “Le dirò, le conquiste sociali fatte sotto il fascismo oggi ce le sogniamo, il che è tutto dire. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un socialista marxista e massimalista, che si portò con sé il senso del sociale, del popolo. Le dirò, in un certo senso il fascismo modernizzò il Paese. Nei confronti del nazismo fu dittatura all’acqua di rose: se Mussolini non avesse firmato le infamanti leggi razziali, sarebbe morto di morte naturale come Franco. Resta una dittatura ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo”. Ma chi lo dice a Beppe Sala?

E che ormai il 25 aprile si stia sfaldando, stia accasciandosi sotto il peso sempre maggiore delle proprie incongruenze, incoerenze e ideologiche limitatezze o miserie, ce lo mostra quanto sta accadendo a Roma, dove la comunità ebraica ha detto che non parteciperà al corteo, perché l’ANPI ha invitato alcuni esponenti palestinesi, a loro dire diretti discendenti di quel Gran Muftì di Gerusalemme che era pappa e ciccia con Adolf Hitler. Immediatamente il PD si è accodato, chiamandosi anch’esso fuori dal corteo ufficiale, perché ritenuto troppo divisivo. Insomma, non basta schierare la Stasi fuori da Musocco per evitare due saluti romani e un labaro, occorre anche lanciarsi nella scissione dell’atomo antifascista e scomodare il Gran Muftì di Gerusalemme, roba freschissima come analisi del presente da cui ripartire e ricordo del passato in cui non ricadere.

Come dire, in ogni palestinese c’è il germe nazista, volendo usare le categorie grossolane di chi campa di divieti per evitare di incontrare le ombre e sognare i fantasmi di un passato che non si può cancellare, piaccia o meno. Ma non si tratta forse dello stesso massimalismo miope che la sinistra illuminata imputa ai populisti? Se lo dice la comunità ebraica, va bene? Perché utilizzare lo spauracchio di Salò per evitare che Matteo Salvini prenda qualche voto in più non è solo demenziale ma anche un po’ infame, visto che sangue e ossa di italiani, rossi e neri, meriterebbero il riposo – o, al massimo, l’oblio del tempo – e non di diventare strumenti di una campagna elettorale permanente di una sinistra che, giorno dopo giorno, sta finendo i ventagli della vergogna per coprire le proprie incoerenze. Ora l’invasione di migranti è programmata e le ONG non la raccontano giusta, come mai fino a pochi mesi fa chi osava dirlo era uno xenofobo da ghettizzare (o incarcerare)?

Come mai il ministro Minniti, appena arrivato al Viminale, si è immediatamente premurato di dire che la sicurezza, soprattutto quella percepita e messa in pericolo dai reati predatori, è un valore di sinistra? E la globalizzazione, come mai non è più di colpo una figata pazzesca come dicevano Tony Blair e Bill Clinton? E se, come recitavano gli slogan d’antan, i fascisti erano servi dei padroni, come ci si sente ad avere come padrini George Soros, consorterie varie e banche d’affari? Mi verrebbe da chiedere, poi, dove sono finiti gli indignati del 5 aprile, quelli che evocavano l’atomica su Damasco, ora che la stessa UNHCR ha ammesso come non ci sia alcuna prova che Assad abbia usato il sarin a Idlib ma non esageriamo.

Forse perché l’ideologia, la stessa che trasforma il 25 aprile di Milano in una specie di cordone sanitario, alla fine perde sempre uno a zero contro la realtà, fosse anche ai tempi supplementari? Tranquilli, né Mussolini, né Hitler rivivranno in Marine Le Pen o Donald Trump, queste stronzate lasciatele alla Botteri o a Saviano, così come non mi frega nulla di mettermi a fare contrapposizione da contabilità dei morti tra comunismo e nazismo/fascismo per vedere chi è meglio e chi è peggio. Resta però un fatto: il sindaco di Milano, così come il PD a Roma, con le loro azioni hanno ottenuto l’effetto contrario. Hanno dimostrato di avere paura di labari e bandiere, di gente che va al cimitero (come ha sempre fatto fino all’anno scorso, senza che venissero emanati allarmi antifascisti, né che ci fosse un singolo problema di ordine pubblico) e palestinesi in corteo.

Hanno dimostrato di avere paura, di dover ricorrere a divieti e dinieghi per non affrontare la realtà, sia essa quella contemporanea che quella storica e politica. Fatevene una ragione, il Ventennio non potete cancellarlo con i divieti: e se pensate che Salvini sia il nuovo Duce, datemi retta, fatevi vedere da uno bravo davvero. Perché dire che l’immigrazione è troppa e mal gestita è solo questione di buonsenso, non di ideologia: non a caso, lo dice la gente normale al bar e sul tram, non solo i leader populisti. Ma forse è questo il fantasma peggiore da affrontare: il distacco totale dal mitologico “popolo” che si dice di voler rappresentare. E allora, ben vengano la Digos a Musocco e le polemiche romane sul Gran Muftì di Gerusalemme.

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