Oramai viviamo in un poliziesco anni Settanta. Ma domani i giornali parleranno degli arresti a Mosca

Di Mauro Bottarelli , il - 16 commenti


Sono nato nel 1973, quindi non posso certo dire di ricordarmi gli anni di piombo o la stagione delle bande criminali a Milano e in Italia: ho qualche ricordo in bianco e nero relativo alle notizie del telegiornale ma nulla di diretto. Ricordo la notizia del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in Caetani, ricordo il rapimento del generale Dozier, ricordo l’aria grigia e pesante di certe domenica mattina, quando mio padre mi portava al luna park delle Varesine, proprio in quegli anni set di una delle scene clou di “La mala ordina”, uno dei cosiddetti “poliziotteschi”. E sono proprio quei film eccessivi, stracarichi di violenza quotidiana, di rapine finite nel sangue con dovizia di particolari sugli innocenti sacrificati (immancabile la donna incinta colpita al ventre), caratterizzati sempre da un cattivo all’ennesima potenza e da un commissario dal cazzotto e dalla pistola facile ad aver raccontato a molti di noi cosa furono gli anni dal 1975 in poi. Anni di lotta politica ma anche di criminalità feroce, di rapine a banche e caveau ma anche di manifestazioni degenerate in scontri armati e di stragi nelle piazze e sui treni.

Film come “Milano calibro 9”, “Banditi a Milano” o “Milano odia. La polizia non può sparare” sono certamente estremi nei toni e nelle interpretazioni ma danno bene l’idea di quale fosse l’atmosfera di quegli anni: paura. Paura non tanto del golpe che qualcuno vedeva sempre all’orizzonte, non per il futuro lavorativo, non per la minaccia sovietica: paura di uscire di casa e morire per una pallottola vagante in una manifestazione o, peggio, per un pazzo che scaricava il caricatore nel corso di una rapina in banca, mentre si era in fila per chiedere il saldo e un nuovo libretto degli assegni. Paura del quotidiano, paura di vivere una vita normale: e se la cosiddetta “strategia della tensione” poteva essere strumentale alla volontà del potere di imprimere una stretta autoritaria, la criminalità operava per la gran parte in maniera svincolata. Erano solo criminali che cercavano denaro facile nell’unico modo che conoscevano per ottenerlo: rubarlo.

Ho ripensato a quegli anni e a quei film che me li hanno raccontati, quando ero ormai fuori tempo massimo, stamattina quando ho sentito le ultime notizie di cronaca. Certo, un po’ nascoste, perché ormai il livello di allarme comincia a essere davvero alto e allora occorre abbassare i toni, evitare che la gente si spaventi davvero. La prima notizia della domenica arrivava dall’hinterland bolognese, per l’esattezza da Riccardina di Budrio, dove un barista è stato ucciso durante un tentativo di rapina. Il malvivente, ricercato dalle forze dell’ordine, aveva il volto coperto, era vestito con qualcosa di simile ad una tuta mimetica, ed era armato di fucile e pistola. L’assassino potrebbe essere rimasto ferito: alcune tracce di sangue repertate dal Ris potrebbero essere sue e questo fatto sarebbe importante ai fini della sua identificazione.

La vittima si chiamava Davide Fabbri e aveva 52 anni. L’omicida – il quale dalle pochissime parole dette non è stato possibile definire con certezza straniero – stando a quanto riferito da uno dei testimoni – è entrato chiedendo soldi. Fabbri ha reagito, riuscendo quasi a strappare il fucile dalle mani del malvivente. In questa circostanza è partito un colpo, verso il pavimento e uno dei pallini dell’arma da caccia ha ferito lievissimamente, di striscio, uno dei clienti (poi si scopriranno essere due gli avventori colpiti). Il bandito ha estratto allora una pistola e ha sparato al petto di Fabbri un solo colpo, uccidendolo all’istante, per poi fuggire, almeno per la prima parte della fuga, a piedi e da solo, anche se non è escluso che nei paraggi potesse esserci un complice in attesa, con un mezzo di trasporto.

L’altra notizia arrivava da Brescia, dove un 21enne di origine colombiana è stato accoltellato attorno alle 6 all’uscita da una discoteca. Il giovane era in condizioni disperate: è stato raggiunto da alcuni fendenti all’addome e trasportato all’ospedale Poliambulanza, dove è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico ma è morto nel tardo pomeriggio. Al momento dell’aggressione il giovane era in compagnia della fidanzata, ora sotto choc e ascoltata a lungo dalla polizia che sta indagando sul tentato omicidio. Non è chiaro se la lite sia nata con un connazionale ma pare che la tensione tra aggressore e vittima sia cominciata all’interno del locale, la discoteca “Disco Volante” di Brescia: la vittima aveva qualche precedente penale e non si esclude la pista del regolamento di conti.

Strano destino, solo ieri si sono tenuti i funerali di Emanuele, il ragazzo massacrato di botte fuori da una discoteca di Alatri ed ecco che un altro ventenne rischia la vita per quella che appare una lite per futili motivi all’interno di una discoteca: non una rissa ma la volontà di ammazzare, perché se meni fendenti con un coltello all’addome, non vuoi far male. Punti a lasciare per terra e non serve né un medico legale, né un criminale di lungo corso per capirlo. E poco importano i precedenti della vittima: qualcuno non si pone il problema di andare a freddare qualcun’altro fuori da una discoteca, al netto della fidanzata testimone oculare. E’ il clima a essere marcio, nel suo insieme. E il problema, è duplice. Primo, nel pomeriggio di oggi

questo era il titolo rilanciato dalla versione on-line di “Repubblica”, quando la dinamica dell’accaduto appariva già abbastanza chiara: parte un colpo, un morto. Come dire, rapina finita male, quasi una fatalità. Fatalità un cazzo: il colpo partito a caso non ha ucciso, ad ammazzare quel povero cristo ci ha pensato un colpo dritto al cuore, sparato “con occhi assolutamente spietati”, come ha detto la moglie del tabaccaio ucciso agli inquirenti. Quella bestia ha sparato per ammazzare, magari per poche centinaia di euro. Forse meno. Questo,

invece, il titolo del tardo pomeriggio: “la destra insorge” pare la preoccupazione principale. Secondo, ormai queste notizie non fanno più scalpore, sono la colonna sonora quotidiana che ci accompagna alla tv, mentre attendiamo che sia pronto il caffè. Siamo di nuovo nei tardi anni Settanta, primi anni Ottanta? Siamo in un film con Tomas Milian nei panni del bandito psicopatico Giulio Sacchi e con Maurizio Merli nei panni dell’ispettore che si fa giustizia da solo? Ovviamente, la polemica politica è scoppiata immediatamente, innescata dalle dichiarazioni di Matteo Salvini, il quale attraverso i suoi profili social ha rilanciato la sua battaglia per la difesa che è sempre legittima e ha invitato tutti alla manifestazione in programma il prossimo 25 aprile a Verona per chiedere una revisione in senso meno restrittivo proprio della legislazione sulla legittima difesa.

Come stiano le cose oggi in Italia in tal senso, non voglio dirlo io: ve lo faccio dire in questo video

Avv. Giulia Bongiorno: 'Se sento un ladro in casa mia io apro il fuoco!'

da Giulia Bongiorno, famosissima avvocato e donna che difficilmente annovererei tra le fila degli estremisti o dei populisti brutti e cattivi che soffiano sul fuoco. Vi prego di ascoltarla, sono pochi minuti ma illuminanti nella loro chiarezza e lucida follia contemporanei. Ora, al netto di tutto, vi pare normale? Certo, finché in questo Paese avremo i Cecchi Paone che invocano lo Stato, le forze dell’ordine e trattano chi detiene una pistola come un criminale, continueremo a contare i cadaveri innocenti come le proverbiali pecorelle per addormentarci ma verrebbe da chiedersi una cosa. La Svizzera è il Paese più armato al mondo a livello di rapporto tra popolazione e armi regolarmente detenute: sentite forse ogni giorno notizie di gente ammazzata per sbaglio o stragi stile Columbine? Non mi pare. Anzi, generalmente, se si vuole fare un esempio di Paese tranquillo e ordinato si cita proprio la Confederazione Elvetica. La quale, nel suo confine meridionale, da qualche giorno chiude le frontiere dalle 23 alle 5 del mattino per evitare che entrino nel suo territorio i ladri che arrivano dall’Italia: avete letto bene, blindano i confini per evitare che chi solitamente svaligia case o rapina negozi nel Varesotto o nel Comasco, tenti fortuna anche oltreconfine, arrotondando in franchi il bottino in euro.

Certo, le anime belle ci ricordano come i dati ufficiali del Viminale parlino dei crimini predatori come in calo nel nostro Paese, sottolineando i concetto di “insicurezza percepita”, quindi come se fossimo di fatto tutti dei mitomani che vedono delinquenti a ogni angolo di strada, solo perché in preda a paranoie da borghesucci spaventati (detto da chi vede hacker russi anche quando apre il frigorifero, fa un po’ sorridere). Non sarà che, forse, il numero di reati cala perché calano le denunce? Forse quei dati si basano sul fatto che la gente non solo ha paura ed è esasperata ma anche che, al netto dell’impunità totale di cui gode chi delinque nel nostro Paese, evita di andare al commissariato a buttare via tempo per una denuncia il cui valore reale è pari a quello di un kleenex usato? Forse è per questo che la gente tende ad armarsi, spalancando le porte ai peana democratici di chi rabbrividisce di fronte al concetto di giustizia fai da te?

Pensate che la gente si diverta ad armarsi? Pensate che sia una bella vita quella di chi vive con la pistola sul comodino, dormendo con un occhio aperto e le orecchie dritte per capire se il crepitio sulla grondaia è colpa di un gatto o di qualcuno che vuole entrarti in casa o nel negozio? Pensate che gli italiani, di colpo, si siano trasformati da pizza e mandolino in un esercito di Clint Eastwood versione ispettore Callaghan perché in preda a un delirio collettivo? Temo di sì e lo scandaloso titolo dell’edizione on-line di “Repubblica” pare darmi un’indiretta conferma ma li capisco: ammettere che siamo strapieni di delinquenti, molti dei quali entrati nel nostro Paese perché potenzialmente “profughi”, è davvero un concetto volgare, roba da far rabbrividire.

Sicuri che continuando a criminalizzare chi, spinto dall’esasperazione, ricorre all’extrema ratio della difesa personale – sempre rispettando la legge, ovvero con regolare porto d’armi, con acquisto tracciato in armeria e conseguente segnalazione alle autorità – sia la strada giusta per evitare di ritrovarci nella versione 2.0 di un film con Luc Merenda? Sicuri che derubricare a panico immotivato il timore della gente per la propria incolumità e per quella dei propri cari serva a tranquillizzare gli animi e a far dormire i cittadini la notte? Io ne dubito. E siccome non vedo all’orizzonte piani per creare le condizioni di una svolta autoritaria – me lo figuro Gentiloni nei panni del principe Borghese -, temo che quella che stiamo vivendo sia solo l’ennesima riprova dei danni che il Sessantotto ha fatto a questo Paese, se non al mondo intero.

Figli dei fiori o militanti di Lotta Continua che ora pontificano in televisione, parlando da salotti pieni di libri per inchiodare il becero popolo bue – oltretutto affetto da pulsioni fascistoidi – alle sue responsabilità di inferiorità morale e culturale, il tutto ben protetti da porte blindate, telecamere e, magari, guardie del corpo o scorta sotto casa. Andate a dirlo ai parenti Davide Fabbri, morto a 52 anni per difendere la sua tabaccheria, i suoi cari e i suoi clienti. Attenti però, andateci armati: potrebbero non essere particolarmente aperti al dialogo. Ma tranquilli, domani mattina sulla prima pagine di “Repubblica” e “La Stampa” capeggeranno i commenti indignati per gli arresti in Russia, dopo le ennesime manifestazioni non autorizzate degli amichetti di Soros (non importa che in tutta la Russia abbia manifestato un numero di persone pari ai paganti del settore ospiti all’ultimo Milan-Genoa, saranno sicuramente stati cortei oceanici repressi brutalmente). Povera Italia.

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