Partigiani per Juncker, Boldrini che stalkerizza Zuckerberg e altre amenità: viva il 25 aprile!

Di Mauro Bottarelli , il - 101 commenti


Della serie, italiani che con il loro acume danno lustro al Paese. Ospite a La7, il giurista e già ministro della Giustizia del governo Prodi, Giovanni Maria Flick, ieri mattina ha così commentato un servizio sull’adunata della Lega Nord a Verona a sostegno dell’istituto della legittima difesa: “Forse Salvini ha scelto il palazzetto e non le celebrazioni in piazza del 25 aprile, perché non poteva festeggiare la vittoria della Le Pen”. Quindi, a parere di Flick, Matteo Salvini avrebbe affittato il palazzetto di Verona e mobilitato qualche migliaio di militanti nel lasso di tempo di un giorno: se così fosse, nominatelo premier ad interim subito. Chissà, magari in serata, dopo aver cenato e bevuto un buon caffè, all’illuminato giurista potrebbe essere sovvenuto il dubbio che la Lega avesse optato per la soluzione al chiuso da tempo, magari per evitare incursioni dei centri sociali: dai Giovanni Maria, se ti sforzi, puoi farcela.

Non c’è niente da fare, è più forte di loro: quando sentono determinate parole e nomi, sembrano i cani di Pavlov, reagiscono istintivamente. Oltretutto, incuranti del ridicolo. Ieri, poi, le celebrazioni per il 25 aprile hanno offerto parecchi spunti. Tutte le telecamere erano equamente divise tra Roma e Milano, epicentro delle manifestazioni e delle polemiche principali. Nella capitale ANPI e comunità ebraica hanno dato vita a due celebrazioni distinte, questo a causa della scelta dall’associazione dei partigiani di invitare una delegazione palestinese: “Sono i discendenti del Gran Muftì di Gerusalemme che appoggiava Hitler”, la motivazione avanzata. Quindi, per sillogismo, perché sfilare con degli italiani che sono stati mussoliniani per lungo tempo? Chissà. Il PD si è chiamato fuori, definendo “divisiva” la manifestazione, mentre il sindaco Raggi ha presenziato a entrambi gli incontri: bipartisan, la ragazza sta imparando come si sta al mondo.

Milano, invece, ha visto due eventi particolari. Il primo è stato l’incontro e quasi scontro tra chi si recava al campo X, dove riposano i volontari d Salò e il campo 64, dove invece si trovano le lapidi dei partigiani. La minaccia di sindaco e prefetto, in effetti, non è stata disattesa: Musocco sembrava San Siro prima di una partita ad alto rischio, tra camionette e agenti in borghese. Alla fine, non è successo nulla, se non un scambio di insulti e qualche minaccia di chiudere i conti il prossimo 29 aprile, quando sempre a Milano verrà commemorata la memoria di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù ucciso da un commando di estremisti di sinistra.

Triste di dirlo ma si tratta di normale amministrazione da 25 aprile, nulla che stupisca. La cosa sgradevole è stata l’edizione milanese di “Repubblica”, la quale ha sentito l’impellente necessità di dedicare addirittura un video ad hoc all’unico saluto romano registrato nella mattinata, con tanto di titolo nell’homepage. Vi invito a guardarlo, attentamente, perché trattasi di documento esclusivo e dall’enorme valore simbolico.

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Praticamente, due che litigano al bar per il gol a tempo scaduto nel derby, il tutto con il classico cotè di minacce da strada e cielodurismo da celebrazione. A casa mia, caricare di significato millenaristico una cazzata simile si chiama soffiare sul fuoco ma quando un’amministrazione comunale e un prefetto trasformano una manifestazione che si tiene da anni nella marcia sul Reichstag, ci vuole poco a far salire la tensione. Alla fine, non è successo niente ma resta il video di “Repubblica”, monito a futura memoria e destinato alla vittoria al Sundance Festival. Bravissimi.
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Ma veniamo ora alla parte sapida del corteo milanese dell’ANPI, il più importante. Qui la Brigata Ebraica ha sfilato, protetta dal servizio d’ordine ma non sono mancati gli attimi di tensione con i centri sociali, presenti con bandiere palestinesi e siriane (queste ultime, ovviamente, nella versione usata dai ribelli, ça va sans dire) ma tutto, alla fine, è finito in molto rumore per nulla. A Milano erano presenti i grandi vecchi della sinistra, Bersani e D’Alema, freschi di scissione dal PD ma, soprattutto era presente questo,

l’immagine di copertina che, a mio avviso, esemplifica al meglio questo 25 aprile 2017 di tensioni e polemiche. Di chi si tratta? Tifosi del Verona in trasferta? Dipendenti del corriere SDA in stato di agitazione? No, il PD milanese mimetizzato! Insomma, i partigiani sono morti per Juncker e Tusk. Ovviamente la vulgata rassicurante e poetica ci dice che sono morti, pur non sapendolo, per l’ideale europeo di Spinelli e Rossi, per il “Manifesto di Ventotene”, per un continente senza guerra e senza confini. Resta un fatto: quella bandiera, oggi, rappresenta l’esatto contrario di un principio di libertà dei popoli europei. Ammantarsi con la bandiera di chi mette le sanzioni alla Russia perché imposte da Washington, sostiene ogni guerra umanitaria e ogni esportazione della democrazia, pagando poi il prezzo in fatto di immigrazione incontrollata, devasta interi Paesi ed economie per dar vita ad esperimenti socio-economici chiamati austerity ma, di fatto, rivelatisi sotterfugi per salvare le banche esposte, nega in nuce le proprie radici aprendosi a un multiculturalismo arrogante e pericoloso, basa i suoi poteri su istituzioni non elette, garantisce le lobbies a dispetto dei cittadini e dimentica quali siano i suoi interessi, significa esserne complice.

E questo dovrebbe far riflettere soprattutto il 25 aprile, perché quando si compie il gesto che ha compiuto oggi il PD milanese, ammainare le proprie bandiere in favore di un altro vessillo, si compie un gesto politico enorme. Con enormi conseguenze. Wim Wenders, il grande regista tedesco, disse qualche anno fa che “gli Stati Uniti ci hanno colonizzato l’anima”, volendo così descrivere lo stato di sudditanza, prima culturale che politica, del Vecchio Continente verso il Paese che sfoggia sul bavero della storia la medaglia del “liberatore”, in Italia nel 1945 e in qualsiasi altro Stato del mondo in cui avessero degli interesse da soddisfare, da allora in poi. Questa Europa, quella rappresentata dalla bandiera blu che ieri sfilava lungo corso Venezia, è o non è, nei fatti, una colonia USA? Di più, una dependance dei loro interessi?

E poi, se dovesse esserci un retaggio della Resistenza, questo non dovrebbe forse essere la Costituzione repubblicana: sicuri che, in alcune parti non proprio secondarie, questa non sia vagamente incompatibile con i Trattati europei? Se siete convinti di no, in tutta onestà, allora scusatemi ma invito i vertici del PD a compiere un esperimento semplice, semplice: prendete 100 cittadini a caso, mostrategli quella bandiera e chiedete lo due cose. Primo, se sanno cosa sia. Secondo, qual è il loro giudizio sull’UE. La risposta che otterrete da questo piccolo sondaggio, vi offrirà un’enorme verità su cui riflettere: il grado di scollamento dal popolo che dite di rappresentare. Poi, vedrete che ci sarà un ottimo utilizzo per quella bandiera blu con le stelline: nascondervi.

Ma, al netto di quel rompicoglioni di Roberto Saviano, uno che ci ricorda il dovere dell’accoglienza per tutti, vivendo gran parte dell’anno a New York e tutto l’anno con la scorta per aver ciclostilato atti di tribunale spacciandoli per inchieste, ecco il vero caso umano di questo 25 aprile. Ancora lei, Laura Boldrini. La quale, partecipando alle commemorazioni di ieri, è tornata per 1.632ma volta sulla stessa menata: Facebook elimini i profili di estrema destra e quelli apologetici del fascismo. E lo ha fatto anche in maniera veemente, questa volta: “In Italia non sono consentite manifestazioni fasciste né atti di apologia nei confronti del fascismo. Lo voglio ricordare oggi, anche perché l’Anpi ha prodotto una ricerca, in continuo aggiornamento, secondo la quale questo tipo di pagine Facebook sono in aumento. Questo rappresenta un pericolo reale perché, come sappiamo, Facebook è uno strumento molto frequentato dai giovani”.

Poi, carica a molla, eccola partire lancia in resta, un po’ Catone il Censore, un po’ Selvaggia Lucarelli: “Ho scritto a Mark Zuckerberg per denunciare questa situazione: loro rispondono dicendo che hanno regole e politiche di carattere internazionale e che, quando possono, tengono conto delle legislazioni nazionali. Ma il fascismo non è una semplice questione di leggi locali, come dicono loro. Il fascismo e il nazismo sono state grandi tragedie mondiali, che i popoli e le nazioni libere hanno sconfitto pagando prezzi altissimi. Anche dagli Stati Uniti, che è il Paese in cui è nato Facebook, vennero migliaia di ragazzi in divisa a combattere per la libertà. Altro che fatto locale”. E sapete cosa aveva detto, prima di lanciarsi in questa intemerata? Che “la Resistenza ci ha ridato la libertà di parola”! E lei, in nome di quei valori, vuole toglierla. Ora, cara Presidente, glielo spiego io, cercando di usare terminologie semplici: Zuckerberg non la caga di striscio, se lo metta in testa.

E sa perché? Perché a dispetto del suo cognome che dovrebbe deporre a favore di una spiccata sensibilità sul tema, il nostro sa che chiudendo gruppi e bannando gente per le fake news, altra sua battaglia di retroguardia, perde utenti. E con essi, traffico, pubblicità, profilazione dati: ovvero, il grano, la fresca, i soldi! Pensa davvero che Facebook serva soltanto per postare foto di cosa mangiamo o per rendere noto al mondo che abbiamo un po’ di dissenteria dovuta al sushi scadente? Facebook ha una capitalizzazione di mercato di 424,3 miliardi di dollari: a suo modo di vedere, l’ha raggiunta con i selfie in vacanza di una famiglia di Cairo Montenotte oppure vendendo dati alle agenzie di intelligence e sicurezza? Le spiego una cosa, presidente ma se la tenga per sé, rimanga un nostro segreto: quando lei va a comprare qualcosa su Amazon e poi, andando su Facebook, vede quell’oggetto o altri simili pubblicizzati sulla sua pagina, non è perché a Menlo Park hanno delle facoltà divinatorie garantite dall’aria salmastra della California.

Per cui, si metta l’animo in pace, anche perché ormai sembra una di quelle studentesse che scrive sullo zaino il nome dell’innamorato, pur sapendo che questi non cederebbe nemmeno sotto tortura. Faccia altro, che ne so del découpage antifascista, del pilates militante, cucini dei capcakes con la falce e il martello in granella di mandorle ma, per favore, trovi pace. Io capisco che la sua iniziativa anti-fake news sia precipitata nel vuoto dopo pochi giorni, avendo dovuto prendere atto del fatto che, facendo un fact-checking serio, avrebbe dovuto chiudere RaiNews e SkyTg24 e non i blog (notare il silenzio tombale sulla questione migranti, da quando le ONG sono state beccate con la nave nel sacco a fare i fiancheggiatori degli scafisti), però ha una sua dignità istituzionale, non può rischiare una denuncia per stalking da parte di Mark Zuckerberg. Comunque, tranquilli: al prossimo 25 aprile mancano 364 giorni, c’è tempo. Magari Maria De Filippi farà il miracolo e, finalmente, Laura Boldrini potrà dirsi una donna politica appagata. Nei ritagli di tempo, magari, faccia la presidente della Camera. O, forse, è meglio di no.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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