Preoccupati dallo sbilanciamento di poteri turco? Date un’occhiata a chi sta comandando negli USA

Di Mauro Bottarelli , il - 140 commenti


Immagino che tutti sappiate come è andato a finire il referendum costituzionale in Turchia: il “Sì” alla svolta presidenzialista voluta fortemente dal presidente Erdogan ha avuto la meglio con il 51% a fronte di un’affluenza altissima, quasi l’86% degli aventi diritto. Molto polarizzata la distribuzione del voto: a valanga in favore del presidente l’Anatolia profonda e musulmana, in favore del “No” le grandi città come Ankara, Istanbul e Smirne. Decisivo, ancora una volta, il voto dei residenti all’estero, dichiaratisi al 60% per il “Sì” con percentuali bulgare in Germania e Olanda, proprio i due Paesi che avevano vietato comizi sul loro territorio e contro cui si era scagliato con virulenza Erdogan, tra accuse di fascismo e invito ai suoi connazionali a fare almeno 5 figli per diventare presto maggioranza demografica.

Qualche numero in favore del “Sì” in Europa? Eccolo: Belgio -77%, Austria- 73%, Olanda 70%, Francia65%, Germania 63% e Danimarca 61%. La svolta presidenzialista consentirà, potenzialmente, ad Erdogan di restare al potere assoluto fino al 2034, assorbendo su di sè anche i poteri del primo ministro, potendo nominare la metà dei membri del CSM turco (dimezzati nel numero totale rispetto a prima) e ridimensionando il ruolo dei militari, ovvero il contrappeso laico voluto dal padre della patria turca moderna, Kemal Ataturk. Immediatamente si è parlato di nuovo imperialismo ottomano, di chiusura definitiva tra Turchia ed Europa, di ripristino della pena di morte (subito ventilato da Erdogan, non appena comunicato il risultato) come vulnus insuperabile tra due mondi: certo, ci sono le accuse di brogli e le richieste da parte dell’opposizione di riconteggio di almeno il 40% delle schede ma resta un dato: l’Europa, come al solito, non ha capito il significato di quanto accaduto.

Il primo dato sottolineato da tutti, infatti, è stato quello tra la Turchia rurale che ha scelto il “Sì” e le metropoli che si sono opposte alla svolta accentratrice di Erdogan, di fatto schierandosi aprioristicamente al loro fianco. Accadde, se ricordate, lo stesso con il Brexit: a sancire l’addio di Londra dall’UE erano stati i vecchi ignoranti della campagna, mentre la cosmopolita Londra e le altre città avevano fatto la scelta giusta. Vecchi e con poca istruzione contro la “generazione Erasmus”, campagna contro città, bigottismo etico ed etnico contro illuminismo morale. Fu così per giorni, poi la realtà ha mostrato il suo viso e tutto è scivolato più o meno nell’oblio.

Attenzione a ragionare su questi termini riguardo alla Turchia, perché il vero grande segnale di allarme per l’Europa non viene dall’assolutismo di Erdogan e dalla rimozione del formalismo parlamentare (è così almeno da dieci anni) ma dal fatto che cittadini che vivono nelle nostre società abbiano detto chiaro e tondo che il modello cui aspirano non è quello tedesco od olandese o belga ma quello smaccatamente nazionalista di Erdogan, ivi compresa la repressione e il decisionismo personalista. Questa gente non intende tornare in Turchia per la gran parte, pur avendone in mezzi, visto che in Olanda come in Germania la comunità turca non è composta da lavapiatti o pony express ma da imprenditori, pressoché oligopolisti nella ristorazione etnica: restano qui, disprezzando il sistema democratico e i valori europei che hanno garantito loro, quantomeno all’inizio, diritti e welfare ma lo fanno su mandato presidenziale.

Ovvero, diventare maggioranza, imponendo le regole turche e non rispettando quelle del Paese ospitante: certo, nei giorni immediatamente prima del voto, il premier olandese, Mark Rutte, alzò i toni al riguardo ma lo fece soltanto per drenare consensi alla destra di Geert Wilders. Pensate che sia cambiato qualcosa nella società olandese al riguardo? O che cambierà? Perché dovrei avere come priorità politica la contestazione di un voto democratico compiuto in uno Stato estero, almeno fino a quando eventuali brogli non verranno confermati e non piuttosto il messaggio in codice che la componente estera di quel voto mi ha inviato direttamente? Perché l’Europa è miope. E, tendenzialmente, con istinti suicidi.

Forse ora l’Europa, intesa come istituzioni, sarà obbligata dalla realtà a sbattere la faccia contro ciò che è chiaro da sempre: UE e Turchia rappresentano mondi contrapposti che possono e devono dialogare ma che non possono convivere. Non lo vogliono i turchi, quantomeno, i quali se vengono qui è infatti per imporre sul lungo termine il loro modello, senza mai abbandonarlo. Resta in piedi la questione immigrazione, visto che Erdogan è sembrato lanciare un monito chiaro agli alleati europei, quando ha chiesto a tutti di riconoscere il risultato referendario: occhio che i confini con Grecia e Bulgaria possono riaprirli quando voglio, tanto più che i 2mila sbarchi avvenuti in Italia sono nella giornata di ieri ci dicono che la prossima estate potrebbe essere quella del collasso totale, se Ankara disattendesse l’accordo e in Siria tornasse l’instabilità totale.

Ci vuole tanto a prendere atto dell’accaduto, chiudendo di fatto le porte a ogni colloquio per l’ingresso di Ankara nell’UE e aprendo canali diplomatici differenti? Perché la discussione deve sempre e comunque essere sul perché il popolo x abbia scelto il modello y e non sul come evitare che quella situazione vada a riverberarsi negativamente sulla nostra realtà? In parole povere, perché non impariamo a tutelarci e farci i cazzi nostri? Alla maggioranza dei turchi va bene un governo dispotico, personalistico, nazionalista e con un’impronta repressiva forte? Chi siamo noi per negare loro il diritto di sbagliare, nel caso? Il nostro unico compito, inteso come governi occidentali, dovrebbe essere di ordine pubblico, prima che morale: alla luce del voto estero, rivediamo un attimino la politica di accoglienza. Perché la sedimentazione di questi anni di politicamente corretto ha creato vere e proprie enclave, altro che comunità da integrare. Se ciò che hanno scelto i turchi non va a influenzare la mia vita, perché mai dovrei mettere becco in un processo democratico come un referendum (al netto dei brogli, se dimostrati)?

E sto parlando di Europa, perché mentre in Turchia il popolo democraticamente sceglieva, dall’altra parte del mondo, nella terra che viene definita il “faro della democrazia” avveniva quanto mostrato dalla foto di copertina: nel corso di scontri tra supporter e contestatori di Donald Trump a Berkeley, in California, un sostenitore del presidente e reduce dall’Iraq ha mollato un pugno in faccia a una ragazza del fronte opposto. La foto di suo, ancorché non splendida, evidenzia da subito la sproporzione fisica tra i due e la violenza del gesto: per quell’uomo, davanti agli occhi c’era un nemico e non una donna. Un nemico da eliminare: senza sesso, età, nome, provenienza.
Solo un ostacolo fa schiacciare. E se stessimo guardando dalla parte sbagliata, quando puntiamo il dito contro la latente e potenziale guerra civile turca tra campagna e metropoli, scordandoci di dare un’occhiata alle ragioni che già stanno dando vita alla ben più grave guerra civile americana? Ovvero, al fatto che un’idea di società basata sulla falsa integrazione forzata e sul melting pot ideologico sta talmente andando in pezzi che ora non si tratta più di razzismo “classico” tra bianchi e neri o neri e ispanici ma tra bianchi e altri bianchi, tra supporter di un’America e di un’altra. Nemmeno negli anni di Nixon e del Watergate la spaccatura in seno all’America era stata tale: di fatto, New York è un’Ankara al cubo, Los Angeles un’enorme Smirne ma il resto del Paese, la pancia, il profondo Sud come il Mid-West sono tante, enormi e ribollenti Anatolie.

Tra l’altro, armate fino ai denti, in nome del Secondo Emendamento. Di più, siamo proprio certi che il pericolo su cui focalizzarsi, a livello di sistemi politici internazionali che perdono i bilanciamenti di potere, sia proprio quello turco – di fatto, in mano a Erdogan già da anni – e non quello statunitense a meritare la nostra attenzione e preoccupazione? Solo qualche appunto su decisioni prese Oltreoceano negli ultimi due mesi, comunicate dai mezzi d’informazione ma mai arrivate alle province dell’Impero, leggi la povera Europa che si straccia le vesti per gli arresti di Erdogan ma permette la nascita di tante Molenbeek, salvo poi maledire i vari Salah Abdeslam del caso (debitamente allevati alla bisogna).

Il 1 marzo scorso, prima dell’escalation bellica frutto del cambio di pensiero di Donald Trump rispetto all’interventismo estero, la rivista “The Atlantic” pubblicava un articolo dal titolo “Trump and the Generals”, una sorta di viaggio nel Deep State militare di alto livello per sondare gli umori delle forze armate rispetto alla nuova amministrazione. Ecco cosa dichiarò una delle voci più critiche verso la prima versione non-interventista di Trump, il generale Tony Thomas dello U.S. Special Operations Command: “Voglio che gli americani capiscano che queste operazioni anti-terrorismo di elite vengono compiute nottetempo”, di fatto facendo capire che non servono più soldi ma solo più indipendenza operativa. Leggi, mano libera. Per il generale non è importante comunicare la vittoria contro il terrorismo, “bisogna dire al pubblico americano e al Congresso che gli Stati Uniti sono impegnati in una battaglia che necessiterà di 10, 30 o 100 anni contro una guerra delle idee ideologica e multi-generazione che va bel oltre il campo di battaglia militare”. Capito in base a quale logica ragionano i generali USA?

Lo stesso giorno, il “Daily Beast” pubblicava un articolo di Kimberly Dozier dal titolo “Generals May Launch New ISIS Raids Without Trump’s OK”. E cosa contevena? Ad esempio questo, inserito come comunicato del Central Command in una versione aggiornata: “La Casa Bianca sta considerando di delegare più autorità al Pentagono”. E ancora: “Il presidente Donald Trump vuole che il suo segretario alla Difesa, James Mattis, abbia mano maggiormente libera per lanciare rapidamente missioni dal timing sensibile, ponendo fine a quello che gli ufficiali USA chiamavano un processo di lunga approvazione che sotto la presidenza Obama, stando ai critici, aveva messo in stallo molte missioni per ore o giorni”. Nello stesso articolo si faceva notare che, prima del voto dello scorso novembre, proprio l’attuale segretario alla Difesa era accreditato come antagonista a destra di Trump: “Il generale James Mattis non vuole necessariamente diventare presidente ma questo non fermerà certo un gruppo di donatori miliardari dall’approntare un piano per portarlo a quel ruolo. Mattis, soprannominato il monaco guerriero per la sua devozione alle arti militari, sarebbe una perfetta opzione per le forze anti-Trump”.

Quindi, il presidente lo avrebbe insignito di quel ruolo per poterlo controllare? O, forse, la domanda da porsi è un’altra: Mattis ha forse ottenuto quel ruolo attraverso una delega dei poteri? E’ lui, di fatto, il vero presidente, il Commander-in-chief? Non a caso, nello stesso articolo, si faceva notare che “il Pentagono potrebbe cominciare a lanciare operazioni senza l’approvazione presidenziale in aree al di fuori delle zone di guerra dichiarate”.

Sabato scorso, FoxNews ha pubblicato un articolo dal titolo “Trump gives generals more freedom to make decisions in ISIS fight, Trump reiterates confidence in US troops after MOAB strike”, nel quale si parlava chiaramente di “nuovo approccio bellico”, facendo notare come il generale John Nicholson, capo della coalizione in Afghanistan, avesse autonomamente deciso di utilizzare la bomba MOAB: “Un funzionario senior dell’amministrazione USA ha detto che Trump non ha saputo dell’uso della bomba fino a quando non è stata sganciata”. E ancora: “Di fatto, ciò che Mattis sta dicendo ai generali è che non è più come prima, non devi chiedere prima di sganciare una MOAB. Tecnicamente, non c’è alcun foglio di carta da compilare prima di farlo ma fino all’anno scorso, il mantra era che bisognava prima avvisare la Casa Bianca”. Poi, due giorni fa, questo:

il “Wall Street Journal” rendeva noto che al Pentagono era stata garantito il “freedom of initiative”, ovvero la mano libera da parte di Donald Trump su questioni militari. Pressoché di ogni livello. Un annuncio che è passato sotto silenzio ovunque in Occidente. Ma non a Mosca. Di fatto, chi comanda a Washington davvero? Trump o Mattis? La Casa Bianca o il Pentagono? E, di fatto, chi comanda la NATO, anche alla luce del dispiegamento di forze nell’Europa dell’Est, il quale proprio negli ultimi giorni ha visto continui movimenti di truppe? E in Siria, in seno alla coalizione, chi prenderà la decisioni? Donald Trump è, di fatto, un ostaggio dei generali e della lobby bellica che li sostiene?

Se sì, sicuri che siano la società polarizzata turca quella di cui dobbiamo preoccuparci maggiormente, volendo spaccare in quattro il capello della democrazia globale? Non è il caso di porre e porci qualche domanda al riguardo, piuttosto che guardare all’OSCE come all’oracolo di Delfi per sapere se ci sono stati brogli a favore del “Sì”? Anche perché la Turchia non solo è membro NATO ma è, di fatto, terzo elemento della coalizione ufficiosa che vede USA e Israele nuovamente in prima fila per quanto riguarda i destini della Siria: se a Washington comanda il Pentagono, il problema in tal senso è rappresentato da Mattis o Erdogan?

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