Come utilizzare lo spauracchio atomico coreano per muovere le pedine contro l’Iran (e la Russia)

Di Mauro Bottarelli , il - 37 commenti


Eviterò, visto che non è mia usanza sparare sulla Croce Rossa, di dilungarmi in ironia sull’Armada statunitense che ha sbagliato strada e puntava fiera verso l’Australia, invece che verso la Nord Corea. Non so cosa sia successo in realtà e, francamente, non mi interessa. Per una ragione semplice: a mio avviso, più passano i giorni e più il ping pong tra Washington e Pyongyang appare un gioco delle parti, con la Cina ben felice di fare da paciere, visto che mentre finge di mediare per evitare al mondo un’apocalisse nucleare, sta pompando nel sistema finanziario denaro a pioggia, svalutando lo yuan senza che Donald Trump abbia nulla da ridire al riguardo. Anzi, in un tweet di qualche giorno fa, il presidente USA diceva chiaro e tondo che non poteva rivolgersi a Pechino chiamandola manipolatrice valutaria, visto che stava dando una mano con la Corea del Nord. Siamo alle solite e ce lo mostra questo grafico:

c’è qualche rogna in casa? Negli USA è semplice: spara due missili, gonfia il petto e minaccia invasioni in stile Rambo e la gente è pronta a mettere la bandiera sul porticato di casa e a garantirti sostegno. Film già visto che non stupisce. Il problema è che mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla Corea del Nord, altrove accadono cose che andrebbero seguite con attenzione e utilizzate come i puntini dei giochi della “Settimana enigmistica”: unendoli, il quadro si chiarisce. O, quantomeno, trova un senso. Primo, da giorni il governo siriano sta riposizionando la gran parte dei suoi aerei da combattimento in prossimità di una base russa, per evitare che siano colpiti da nuovi bombardamenti americani. Lo riportano fonti del Pentagono alla CNN. La flotta aerea del regime di Damasco si starebbe dunque trasferendo nell’aeroporto internazionale Assad, adiacente alla Khmeimim Air Base, dove si trovano i caccia russi che operano in Siria: lo spostamento sarebbe cominciato all’indomani dell’attacco dei missili Usa del 6 aprile scorso, ordinato dal presidente Donald Trump come rappresaglia all’attacco chimico al villaggio di Sheikhoun.

E a tale riguardo, ecco un paio di notizie. Primo, alti funzionari della Difesa israeliana hanno affermato che il regime siriano di Bashar al Assad è ancora in possesso di tonnellate di armi chimiche: “Fra una e tre”, riferiscono le fonti. Secondo, “Abbiamo degli elementi che ci permetteranno di dimostrare che il regime siriano ha utilizzato scientemente l’arma chimica”. Chi lo ha affermato? Il ministro degli Esteri francese, Jean-Marc Ayrault, riferendosi proprio all’attacco chimico su Khan Shaykhun, nel nord-ovest della Siria. “E’ questione di giorni, porteremo la prova”, ha aggiunto il ministro, specificando che “i servizi di intelligence francese e militare stanno conducendo un’inchiesta”. Tradotto: visto che la Le Pen sostiene Assad e Putin e che Emmanuel Macron è l’unico dei contendenti a essere dichiaratamente schierato contro Damasco, entro domenica ci inventeremo qualche bufala da propinare all’opinione pubblica a urne aperte. Due piccioni con un a fava, lecco il culo a Washington e sfrutto il caso a uso interno. Infine, parlando a margine del voto con cui il Parlamento britannico ha dato via libera al voto anticipato dell’8 giugno prossimo, il ministro degli Esteri, Boris Johnson, ha detto chiaramente che “sarebbe difficile dire no all’America se ci chiedesse aiuto per attacchi contro la Siria”. Insomma, c’è puzza di nuova coalizione anti-Assad.

Da ieri, poi, l’amministrazione Trump ha gettato la maschera nei confronti di una sua vecchia ossessione, casualmente comune anche a Israele e Arabia Saudita. Il presidente ha infatti dato indicazione che venga condotta una revisione dell’accordo sul nucleare iraniano, ha confermato il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer (non si sa se prima o dopo aver rivalutato l’operato di Attila e Jack lo Squartatore). Lo stesso Spicer ha definito la mossa, “un passo prudenziale”: l’amministrazione Trump intende verificare entro 90 giorni il rispetto dell’accordo sul nucleare da parte di Teheran e chiarire se la rimozione delle sanzioni è negli interessi della sicurezza nazionale USA. Alla domanda se Trump sia preoccupato che l’Iran possa imbrogliare, Spicer ha risposto che “sta facendo una cosa prudenziale, chiedendo una verifica dell’attuale accordo”. Il problema è che sul tema è intervenuto, sempre ieri, il Segretario di Stato, Rex Tillerson, il quale ha chiarito – non si sa quanto volontariamente – quale in realtà sia l’agenda politica insita nella mossa.

Tillerson ha infatti negato che Teheran sia inadempiente nei suoi obblighi rispetto all’accordo, fattispecie che già renderebbe inutile la revisione chiesta da Trump ma ha accusato Teheran di sponsorizzare il terrorismo, violare i diritti umani e agire come forza destabilizzante. “In quanto ad azioni e propaganda, l’Iran fomenta discordia. Un Iran non controllato ha il potenziale di muoversi lungo traiettorie come quelle della Corea del Nord e di trasportare con sé il mondo”, ha dichiarato. Ora, ci sono tre cose da notare. Primo, il 31 gennaio scorso hanno avuto inizio le manovre navali denominate “Unified Trident”, svoltesi davanti alle coste del Bahrain, quindi non lontano da quelle iraniane e che hanno visto la Marina britannica guidare per tre giorni navi da guerra americane, francesi e australiane. Obiettivo principale delle manovre è stato simulare proprio un attacco all’Iran. Il tutto, dopo che a inizio gennaio il cacciatorpediniere USS Mahan aveva sparato colpi di avvertimento in direzione di quattro motovedette iraniane. La stessa unità assieme alla USS Hopper, alla nave ammiraglia britannica HMS Ocean e al cacciatorpediniere HMS Daring, alla fregata francese FS Forbin e a unità da guerra australiane, ha preso parte a “Unified Trident”.

Secondo, la decisione statunitense e il monito di Tillerson sono guarda caso arrivati il giorno seguente alla parata del “Giorno delle forze armate”, durante la quale a Teheran è sfilato il nuovo missile di fabbricazione domestica, Sayyad, insieme alle batterie S-300 di fabbricazione russa, carri armati, veicoli corazzati, UAV, jet da combattimento, sistemi radar e di difesa aerea. Dulcis in fundo, sui missili campeggiava la scritta “Morte a Israele” in farsi e il disegno di un pugno che distruggeva la stella di David.

Parlando in occasione della parata, il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha dichiarato che “il popolo deve sempre mantenersi vigile e allerta rispetto alle cospirazioni poste in essere da altri soggetti e deve aumentare il suo potere di deterrenza giorno dopo giorno. Le forze armate iraniane difendono una regione importante e sensibile del Medio Oriente. Prometto una risposta vigorosa e determinata contro potenziali aggressioni: alcuni eserciti nemici stanno compiendo interventi e intromissioni negli affari interni degli Stati, compiono genocidi, sponsorizzano il terrorismo, i colpi di Stato, il tutto con assoluta mancanza di riguardo verso l’opinione della gente e la legge”. USA, Israele e Arabia Saudita sono avvertiti.

Terzo, il 19 maggio prossimo l’Iran andrà al voto per le presidenziali e proprio l’altro giorno, l’ex presidente conservatore, Mahmoud Ahmadinejad, con una mossa a sorpresa, ha presentato la sua candidatura. In un primo momento, Ahmadinejad aveva detto di non voler entrare in corsa perché sconsigliato della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei e aveva annunciato di voler sostenere la candidatura del suo ex vicepersidente, Hamid Baghaie. Poi, il colpo di scena. Reso tale dal fatto che solo il 5 aprile scorso, Ahmadinejad si era espresso con queste parole al riguardo: “Non ho intenzione di correre per la presidenza e sostengo Hamid Baqaei come candidato più qualificato”. L’elenco definitivo dei candidati che saranno giudicati idonei sarà annunciato dal ministero degli Interni entro il 27 aprile, mentre la campagna elettorale comincerà invece ufficialmente il 28 aprile e terminerà il 17 maggio. Finora i due politici di alto profilo che hanno annunciato la candidatura sono stati il presidente uscente, Hassan Rohani e il custode del Santuario dell’Imam Ali Reza, Ebrahim Raesi, anche se entrambi non hanno però ancora registrato i nomi al ministero.

Washington intende alzare la tensione per entrare a gamba tesa nella campagna elettorale iraniana, tentando di destabilizzarla? Una cosa è certa: la decisione a sorpresa di Ahmadinejad sembra offrire un pretesto perfetto alle preoccupazioni di USA e Israele, sia perché ritenuta divisiva all’interno del Paese, sia per il profilo dichiaratamente aggressivo in politica estera. Tanto più che la principale accusa verso Rohani, destinata a diventare il leit-motiv della campagna elettorale, è quella di aver affossato l’economia, oltretutto attraverso un parziale abbandono del programma atomico e di concessioni alla comunità internazionale pur di giungere a un accordo che avrebbe dovuto imprimere proprio un’accelerazione alla crescita. Di fatto, il patto che Washington ha messo in revisione e che “Mad dog” Mattis vorrebbe stracciare a colpi di missili, rischia di finire sul banco degli imputati anche a livello interno: un mix che, a mio avviso, dovrebbe far spostare in fretta i riflettori da Pyongyang a Teheran, senza scordare il patto d’acciaio iraniano con Mosca e Damasco per la tutela del governo Assad, anch’esso tornato nelle mire di regime change statunitensi.

Ma c’è un altro fronte aperto nella nuova Guerra Fredda, quello afghano. Venerdì scorso a Mosca si è tenuta una Conferenza internazionale sull’Afghanistan, cui hanno partecipato delegazioni di almeno undici Paesi, fra cui Cina, Pakistan, Iran e India ma non quella statunitense, questo nonostante un invito formale e il fatto che Washington dal 2001 sostenga la maggior parte dello sforzo finanziario e militare in appoggio di governi democratici, presieduti prima da Hamid Karzai ed ora da Ashraf Ghani. Gli analisti non hanno esitato a sottolineare che il “no” di Washington andava letto, dopo gli interventi russi in Siria e Libia, come una resistenza all’ingresso di Mosca anche in una regione che gli Stati Uniti considerano strategica per i loro interessi in Asia meridionale e centrale.

Nelle ultime settimane, in effetti, la diplomazia russa è stata molto attiva sulla questione afghana con notizie, mai formalmente smentite, di contatti diretti con esponenti dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, atto che ha non poco irritato il governo di Kabul, intenzionato a restare al centro di ogni trattativa. In febbraio, poi, il ministro degli esteri Serghei Lavrov aveva sostenuto che “i talebani dovrebbero prendere parte direttamente ad un dialogo “costruttivo” sulla pacificazione dell’Afghanistan, mentre l’inviato speciale del presidente Vladimir Putin in Afghanistan, Zamir Kabulov, aveva escluso che gli Stati Uniti potessero decidere di ritirarsi dal Paese: “Per quanto ne so, Trump non prevede nessun ritiro delle truppe ed è logico, perché l’intera situazione collasserebbe”.

Detto fatto, Washington non parla ma agisce: a fronte della richiesta al Congresso di qualche migliaio d uomini in più per spezzare l’impasse creatasi con i talebani (capaci di controllare o disputare 171 dei 400 distretti del Paese) da parte del comandante delle forze degli Usa in Afghanistan, generale John Nicholson, ieri il Pentagono ha annunciato l’invio di 300 marines nella provincia meridionale di Helmand: il loro arrivo è previsto entro fine mese. Si tratta del singolo, più grande dispiegamento di forza USA dal 2014, sintomo chiaro della crescente volontà statunitense di combattere sul terreno e aumentare la propria presenza attiva: nonostante qualifichino loro stessi come “advisers”, i militari USA sono in tutto e per tutto presenti in modalità combat operativa.

Tanto più che a diretta domanda sull’argomento, il colonnello Matthew Reid ha risposto in questo modo: “I marines USA sono sempre dispiegati con mentalità da combattimento”. Tutto questo senza scordare che, nella notte, proprio Mattis ga detto chiaramente che “la questione in Yemen va risolta nel più breve tempo possibile”: ovvero, l’ennesimo proxy tra Arabia Saudita e Iran deve registrare una svolta prima che a Teheran si vada alle urne. Prepariamoci, quindi, a un’escalation in grande stile, soprattutto dopo l’abbattimento dell’elicottero saudita dell’altro giorno, nel quale hanno perso la vita 12 soldati di Ryad: la scusa della rappresaglia è servita su un piatto d’argento. Direi che, al netto di colpi di scena o colpi di testa, Pyongyang appare un diversivo di stile hollywoodiano: attenzione a non distrarsi dagli scenari dove davvero si trova l’azione. Pena venirne travolti.

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  • Annibale Mantovan

    Secondo me è tutta colpa dei mezzi di informazione o per meglio dire di propaganda per gli interessi di una parte dei cittadini del solito staterello. Sembra che gli USA – GB- EU siano diventati gli asini da soma di ISRAELE…, saranno mica tutti rincitrulliti? Ma al posto di fare una guerra per amazzarsi tra di loro cambiare la proprietà dei mezzi di informazione no?

    • Friendly Cynic

      USA, UK e Francia sono zionizzate da cosi tanto tempo da essere ormai inscindibili dagli interessi dello staterello: potrebbero unificarsi politicamente già che ci sono.

      • Noel

        ..non gli conviene,altrimenti l’avrebbero già fatto!

      • Fabrizio Bertuzzi

        I padroni dietro questi stati sono gli stessi, sono gia’ uniti. assieme ad altri europei.

  • johnny rotten

    Se Trump lanciasse tutte queste guerre in un colpo solo, distruggerebbe una volta per tutte l’apparato militare-industriale, i generali lì per lì sarebbero tutti accontentati, ognuno avrebbe finalmente una guerra tutta sua da combattere, ma poi le perderebbero tutte ed il risultato sarebbe quello di ritirarsi a casa con la coda tra le gambe, verso un lungo periodo di isolazionismo necessario per leccarsi le ferite, insomma quello che era il progetto Trump in campagna elettorale.

    • marco dall’oglio

      Un’osservazione condivisibile se non una speranza visto che qui le guerre non si fermano

  • luis

    tutti sti focolai di guerre vanno letti secondo me nell’ottica che la fed non sa più che pesci pigliare

    • Ronf Ronf

      Mi associo al tuo commento.

    • Fabrizio Bertuzzi

      al vertice del comando ci stanno gli esperti dello spirito perche’ e’ lo spirito che crea l’illusione della materia.
      il denaro e’ uno degli strumenti usati ma non il fine.

  • Etrusco

    Come già avevo detto qualche giorno fa mi pareva dura da far digerire all’opinione pubblica mondiale un’attacco alla Korea del Nord solo sulla base di:
    – “timori di attacchi”
    – rischio di aprire un nuovo fronte …. e di farsi tanto male (in quelle zone ne hanno già buscate parecchio)
    – ma sopratutto, non giova alla causa di Israele!

    Molto meglio buttare benzina sul fuoco dove già ci sono incendi.

  • Gianox

    Mossa astuta dei Russi agire in Afghanistan.
    Al di là di tutto, l’Afghanistan è il maggior produttore di oppio al mondo e la CIA il maggior trafficante. Il tutto con il governo locale che… beh, si volta dall’altra parte.
    I talebani saranno talebani, ma accordarsi con loro è un modo intelligente per togliere al deep state la sua principale fonte di finanziamento. Insomma, si sta combattendo un’altra guerra dell’oppio.

  • Friendly Cynic

    Trump ha tenuto un vertice con Nethanyau all’inizio della sua presidenza, praticamente promettendo fedeltà ad Israele.

    http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Usa-Trump-a-Netanyahu-respingiamo-le-azioni-ingiuste-Onu-contro-Israele-465c3e79-9b93-45aa-91ac-6a72a9f6132e.html

    Cos’altro c’é da dire?

    CASO CHIUSO.

  • giuseppe

    …fra Trump e Nethanyau…chi è il culo e chi la camicia?

  • gianni

    Non ce niente da fare , l’ occidente deve avere la guerra in casa altrimenti continuerà a rompere i coglioni al mondo

  • Noel

    Quali sono gli unici due stati al mondo che purtroppo hanno avuto il coraggio di usare il famigerato fosforo bianco causando migliaia di morti?…i soliti due “compagni di merende”!

    • Friendly Cynic

      É un singolo stato con doppia capitale o tripla se includi Londra.

  • Nicola

    Ve lo dico e ve lo ripeto…il problema del gasdotto è una boiata…tutto intorno ci sono Paesi alleati…il gasdotto del Qatar può tranquillamente passare da Arabia Saudita e Giordania…la storia che deve passare da Siria e Turchia è una boiata enorme…l’obiettivo è un altro…a voi le ipotesi….vi dico solo che Putin lo conosce il motivo…e lo ha fatto capire anche in un discorso ufficiale dicendo ‘se l’Europa non vuole il nostro gas basta che ce lo dice, noi lo venderemo ad altri’…e la storia dell’errore di manovra FINTO della nave USA è collegata a questa storia…ripeto a voi le ipotesi

    • Sick boy

      Ma che è un gioco a premi? Spiegati invece…

      • Nicola

        Non facendo parte di alcun servizio segreto, non sono in possesso di alcuna verità’ come te….mi limito ad evidenziare le incongruenze sui fatti che si denunciano…tu sai perché la flotta americana ha sbagliato direzione?non andando in Corea del Nord…beh dai dacci questo scoop…non so perché hanno la paranoia di Assad visto che non è quello che descrivono e visto che un gasdotto non è sostenibile (basta vedere la Russia che i gasdotti li fa passare da sopra da sotto in mezzo per aria)…allora? Tu conosci il motivo reale? Allora diccelo

        • Sick boy

          Ma sei scemo? Sei tu che hai fatto un commento sibillino “unite i puntini”, “sotto con le ipotesi”, dicendo anche quali erano gli indizi rilevanti. Bastava dire, invece, “non ho un cazzo da dire”.
          Certo che con un esercito così immagino che Soros se la faccia nei pantaloni..

          • Nicola

            Vedo che te intendi parecchio di quello che Soros ha nei pantaloni…ahahaha che idiota di un bimbominchia malato…

          • Sick boy

            risposta si sei scemo

          • Nicola

            Oh my God….un’offesa da un intellllettttuale come teee!!!…non ci dormirò la notte!…nooooo…

  • donato zeno

    Non mi paiono cattive nuove gli impegni in Yemen e Afghanistan sottraggono risorse alla Siria e l’aggressività verso Teheran spingerà quest ultima ad appoggiare maggiormente Assad.

  • Ale C.

    comunque, nel frattempo, il venezuela, dopo aver accusato gli americani di essere dietro le proteste, ha sequestrato un impianto GM.
    Cioè, venezuela vs USA. uno scontro fra luminari.

  • ws

    Non so cosa sia successo in realtà
    in realtà la NK è un osso che non si puo’ più rodere senza consumarsi qualche dente e l’ armada stava andando in un vicolo cieco seppure molto gentilmente ivi accompagnata dalla solita cortesia cinese.
    Ma per fortuna a washington sapendo di bluffare hanno svoltato in tempo e per ora l’ abbiamo sfangata

  • Fabrizio Bertuzzi

    articolo che secondo me ha centrato il punto. prima si attaccano tutti i tuoi alleati cominciando dai piu’ deboli, poi si arriva a te pesce grosso.

  • Caio Giulio

    A me sembra che come al solito i coglionazzi al pentagono ed i vari neocon stiano sottovalutando il casino in cui si sono cacciati con la Corea.
    Il cicciobomba non scherza, come tutti gli asiatici, e giocare a fare i bulletti si potrebbe rivelare la loro fine una volta per tutte. Poi se perdono la faccia lì, non vedo come poi possano pensare di andare a rompere i coglioni in Iran etc.

    • Friendly Cynic

      Xi deve aver ricordato a Trump cosa la Germania ha fatto a Berlusconi con i titoli di stato.

      • Caio Giulio

        Forse pensavano di averlo commosso con questa pagliacciata ripresa dal quel cuore tenero di mamma che poi ha siglato alcuni contratti per le sue borsette in Cina:
        https://www.youtube.com/watch?v=lIZpWtn007M
        Comunque questo dimostra come questi non conoscano proprio la cultura orientale.

  • ultor

    sembra che erdogan abbia detto si ad un attacco all’iran; ora manca solo la solita scusa per attaccare, che sarà molto presto; occhio all’oro, quando schizza in alto ci siamo

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