In attesa del verdetto, mi chiedo: se l’UE teme il “nazismo”, perché sta spianandogli il cammino?

Di Mauro Bottarelli , il - 55 commenti


Mentre scrivo, le urne sono ancora aperte in Francia per il ballottaggio delle presidenziali e il dato dell’affluenza delle 12 sembra giocare a favore di Emmanuel Macron. Ma non sono qui per fare previsioni, né tantomeno dietrologie sul misterioso Macronleaks scoppiato ad orologeria alla vigilia del voto. Questo articolo è un divertissement, come dicono i francesi, senza alcun rigore scientifico, né storico, né storiografico: è una serie di iperboli, di suggestioni per riflettere sullo strabismo dell’elite europeista di fronte ai cosiddetti movimenti populisti che ne mettono in discussione la leadership politica ed economica. Mi limito a far notare che, come ha fatto ieri la Commissione elettorale francese, minacciare la stampa che pubblicare i leaks sul candidato di En Marche! avrebbe comportato conseguenze penali, poiché avrebbe potuto influire sul regolare andamento del voto, mi pare una palese violazione del motto fondativo “Liberté, Egalité, Fraternité”.

Lo stesso che le stesse istituzioni vorrebbero preservare e difendere, di fatto criminalizzando la Le Pen. Punto. La questione è questa, a mio avviso: l’UE, intesa come istituzione ma anche come insieme d Stati, si rende conto che sta creando essa stessa le condizioni potenziali per quel neo-nazismo che evoca come spauracchio ogni qual volta si avvicina un appuntamento elettorale che veda tra i favoriti un candidato fuori linea su temi come immigrazione, protezionismo o vincoli comunitari? Ora, tralasciando che appare ridicolo sbandierare i pericoli di un nuovo Reich in sede UE, quando nazisti autoproclamati li si sta sostenendo con entusiasmo in Ucraina, mi chiedo: la grande crisi del debito UE non è stata la nostra Prima Guerra Mondiale, forse?

Non è emersa da quella crisi, di fatto mai passata ma solo stabilizzata dall’intervento continuo della BCE, una netta frattura fra Paesi vincitori e Paesi vinti? Quale prezzo sta ancora pagando la Grecia a quella “sconfitta”? E l’Italia con il suo 2011, lo spread a 575, l’arrivo della Troika nascosta sotto l’elegante e sobrio loden di Mario Monti, il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio in Costituzione? E proprio questi ultimi due vincoli possono rappresentare, allegoricamente e simbolicamente, il nostro Trattato di Versailles, il conto da pagare per la sconfitta (leggi debito pubblico alle stelle e instabilità politica).

Come sapete, furono proprio i costi e le condizioni imposte alla Germania da quel trattato, tra cui la perdita di territori, a fungere da scintilla dell’impegno politico di Adolf Hitler, semplice reduce del Primo conflitto che cominciava a cuocere nella rabbia della sconfitta quella che sarebbe diventata la sua battaglia. E cos’altro cominciò a ingrossare le file dell’allora Partito dei lavoratori tedeschi, di cui Hitler doveva paradossalmente controllare i capi, infiltrandosi nei comizi nelle birrerie e fungendo da informatore del governo di Weimar? Lo smacco allo spirito nazionalista tedesco e l’impatto devastante sull’economia che rappresentò l’occupazione francese della Ruhr, il polmone industriale del Paese.

Non ritrovate un parallelo simbolico con l’invasione di migranti – leggi manodopera a basso costo – in atto nell’UE ma, soprattutto, in Italia? E poi, la stessa Repubblica di Weimar con i suoi tratti socialisteggianti e la sua politica economica dissennata, non è la controfigura storica dell’UE che si sta stabilizzando e cristallizzando? La dove c’era l’iper-inflazione a seminare miseria e risentimento popolare, oggi c’è la disoccupazione dovuta a una politica di stimolo, potenzialmente inflattiva, che finora ha avuto come unico scopo quello di mantenere in vita i mercati e salvaguardare le grandi aziende, le quali a fronte del finanziamento extra-bancario a costo zero garantito dagli acquisti di corporate bond della BCE, non assumono, né innovano: sistemano i bilanci e operano buybacks.

Ma andiamo ancora più in profondità con il simbolismo. Tutti sapete che uno dei punti di svolta dell’ascesa dell’allora Partito nazionalsocialista dei lavoratori fu il fallito putsch di Monaco, ovvero il colpo di Stato contro il governo bavarese che doveva prendere le mosse dalla birreria Burgerbraukeller di Monaco tra l’8 e il 9 novembre del 1923, dove Hitler e le SA avrebbero dovuto ricevere man forte dagli altri congiuranti nazionalisti. Finì in un flop e con l’arresto di Hitler per alto tradimento, accusa da pena capitale. Ebbene, il processo si chiuderà con una condanna a soli 5 anni da scontare nel carcere di Landsberg, dove il futuro Fuhrer non solo godeva di particolari comfort (tra cui potersi incontrare con i propri gerarchi, di fatto potendo portare avanti l’attività politica) ma diede vita alla stesura del suo testamento politico, il Mein Kampf.

Perché una pena così leggera e una detenzione quasi da villaggio vacanze, visto che a fronte di quell’accusa si sarebbe potuti procedere con il pugno di ferro, stroncando il movimento nazista sul nascere? Furono le argomentazioni addotte da Hitler in sua difesa a garantirgli il favore della Corte, debitamente instradata verso questa decisione dal potere politico: con le sue appassionate arringhe in difesa dell’onore ferito e tradito della Germania post-Versailles, un qualcosa che rendeva ontologicamente impossibile il compimento del reato di alto tradimento, Hitler caricava cuori e pance dei tedeschi sempre più colpiti dall’iper-inflazione e dalla crisi economica. Stroncarlo poteva sortire l’effetto contrario, ovvero tramutarlo in martire.

C’era una doppia realtà in atto: non vi pare che l’intero impianto comunicativo e social-mediatico delle cosiddette “fake news” sia il golpe della Burgerbraukeller dei giorni nostri, ovvero una presunta sconfitta che diventa punto di forza? Il continuo gridare alle bufale dei complottisti da parte dell’establishment non si è infatti risolto nel patetico tentativo di nascondere e dissimulare le loro bugie di Stato, dalla Siria agli hacker russi, dalle ONG fino alla crisi nordcoreana? Pensateci, sempre ricordando che questo è un puro esercizio di stile parallelistico a livello simbolico, non un saggio storiografico.

C’è poi un enorme parallelo con i tempi che stiamo vivendo, con la contrapposizione elite-populisti dei giorni nostri. Si tratta, decisamente, dell’elefante nella stanza: cosa denunciava, solitario, Adolf Hitler, quando la ripresa economica fece rifiorire Weimar e garantì l’arrivo al governo dei comunisti? Che quel benessere era unicamente frutto del prestito estero di cui godeva la Germania, soprattutto quello statunitense ma che, se questo fosse venuto a mancare, il Re nudo della Repubblica sarebbe stato palese al mondo, con conseguenze catastrofiche. Ora, guardate questi grafici:



non vi pare che il prestito estero USA a Weimar sia molto simile all’impianto ontologico del QE posto in essere dalle Banche centrali? Nel solo primo trimestre di quest’anno, il controvalore di acquisti di assets finanziari (soprattutto da parte di BCE e Bank of Japan) ha superato il trilione di dollari: il tutto, solo per non fare schiantare il mercato. Ma cosa succederà quando quello stimolo, assolutamente vitale per il mondo intero, verrà a mancare o rallenterà pesantemente? Come descrisse Adolf Hitler quella condizione di benessere artificiale, garantito da soldi a pioggia? “Weimar sta danzando su un vulcano”. E guardate questo grafico,

forse l’Italia non sta danzando su un vulcano, in caso la BCE facesse mancare o limitasse di molto il suo apporto di stimolo e compressione dello spread? L’Italia dipende sempre di più dall’Eurotower come acquirente di ultima istanza del suo debito, tanto che un giornalista non certo populista come Federico Fubini del “Corriere della Sera” faceva notare come la sempre crescente disaffezione degli investitori esteri per il debito italiano, -15% o oltre 100 miliardi in meno nel solo 2016 da parte delle banche internazionali – fosse tamponata sempre maggiormente e sempre più strutturalmente dagli acquisti di Mario Draghi. Una dinamica insostenibile e, soprattutto, potenzialmente a rischio di shock esterni o tail risks.

Detto fatto, il 24 ottobre 1929 la Borsa di Wall Street crollò e la previsioni di Hitler diventarono realtà: gli USA prima richiedono la restituzione dei prestiti esteri e, poi, vista l’emergenzialità della situazione, li revocano. E come reagisce la Repubblica di Weimar al venir meno del denaro necessario per proseguire la falsa narrativa della ripresa? Impone l’austerity, tagli su tagli che mettono in ginocchio il Paese. Vi ricorda qualcosa? Vi evoca qualche scenario? E a cosa ha portato la scellerata scelta di Weimar di truccare il gioco e campare a credito? Hitler, l’estremista che doveva essere condannato per altro tradimento diventa per sempre più strati della popolazione il profeta, quello che aveva predetto il disastro imminente. Non a caso, i nazisti sfruttano il momento e la macchina della propaganda messa in atto da Goebbels diventa enorme.


La gente vuole pane, lavoro e libertà e lo slogan scelto dai nazisti è di quelli da uomo della Provvidenza: “Hitler, ultima speranza della Germania”. Non vi ricorda più di qualcuno, traslando quel millenarismo salvifico ai giorni d’oggi? La stessa propaganda anti-ebraica si basava non su presupposti religioso- razziali ma sul fatto che gli ebrei, a detta di Hitler, controllavano la finanza, quindi erano responsabili della crisi. Al netto del fallimento del primo boicottaggio delle attività ebraica in Germania, il messaggio era chiaro: gli ebrei controllano economia e finanzia, sbarazziamoci di loro e il benessere tornerà. E chi è, trasposta nella contrapposizione politico-culturale odierna, la nuova minaccia alla prosperità, chi sono i nuovi ebrei? L’UE, visto che il mantra su cu si basano molti programmi dei partiti cosiddetti populisti è chiaro: fuori da UE ed euro c’è vita, dentro c’è soltanto una condanna a morte.

Vogliamo poi parlare del clima da campagna elettorale permanente che caratterizzò il 1932 in Germania? Non vi pare che ci sia qualche verosimiglianza con l’attuale instabilità italiana, al netto che all’epoca si votò anche troppo, mentre ora ci si limita allo scontro politico senza urne? Di più, la stampa più vicina all’establishment diede conto con orrore dell’accoglienza riservata dai lavoratori della Whirlpool di Amiens a Marine Le Pen, di fatto sottolineando il carattere post-ideologico di questo voto che vedeva elettori storicamente di sinistra parteggiare per il candidato dell’estrema destra in nome del protezionismo.

E cosa garantì a Hitler l’appoggio di sempre più ampi strati della popolazione? La crisi post-1929, una enorme crisi economico-finanziaria che spinse tra le braccia dei nazisti non solo operai ma anche insegnanti e colletti bianchi, quella società civile istruita che cominciava a vedere i propri risparmi di una vita erosi dalla crisi e temeva che il governo comunista di Weimar cominciasse a tassare e confiscare per garantirsi fondi per misure redistributive a fini di consenso interno. Suona qualche campana? E poi, quale fu l’atto che spianò di fatto la strada al nazismo? L’incendio del Reichstag del 27 febbraio 1933. E chi fu incolpato per quell’atto, vissuto dal popolo tedesco come un insulto alla democrazia parlamentarista? Marinus van der Lubbe, noto agitatore comunista. Esattamente come comunisti erano gli avversari di Hitler verso la conquista del potere: l’impatto emotivo fu enorme, tanto che il futuro Fuhrer sfruttò la situazione a suo favore, dichiarando lo stato di emergenza e spingendo l’allora vecchio e malato presidente, Paul von Hindenburg, a firmare un decreto che aboliva la maggior parte dei diritti sanciti dalla costituzione di Weimar del 1919.

La strada era spianata: c’era stato il casus belli e, di li a poco, arrivò il decreto che garantiva pieni poteri ad Adolf Hitler. Ma quanta responsabilità ebbe la Repubblica di Weimar nel consentire a Hitler di marciare per le strade? Quante volte sanò i suoi errori, tramutandoli in vantaggi? Così, oggi, dobbiamo chiederci: il rischio più grande sono i populisti che denunciano i guasti o le elitè che li causano e li fanno proliferare in nome dello status quo, oggi declinato nel più elegante “stabilità”? Al netto che anche soltanto paragonare Marine Le Pen o Matteo Salvini ad Adolf Hitler è materia da TSO, attenzione a evocare troppo il nazismo come spauracchio: perché – ed è innegabile – si stanno compiendo gli stessi errori che lo portarono al potere già una volta. Se si trasforma l’Hitler potenziale in risposta, forse il problema risiede nella domanda e in chi l’ha formulata. Non sempre nel popolo ignorante che si fa abbindolare dai populismi.

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