Cosa salva il Pil USA nel primo trimestre? Le ONG! Appaltare la povertà al privato è il vero business?

Di Mauro Bottarelli , il - 42 commenti


Scavalcata in urgenza e in priorità mediatica dall’emergenza terrorismo, l’ondata di immigrazione che sta colpendo il nostro Paese non accenna a fermarsi. Anzi, aumenta continuamente di volume, come è ovvio che sia con l’approssimarsi dell’estate e la perenne inazione di autorità libiche (bravissime in compenso a scoprire reti terroristiche e arrestarne in membri in un batter d’occhio) e UE. Il fatto che al G7, poi, sia stato sancito il principio – presente nel documento finale dell’incontro – che ogni Stato ha diritto di difendere le proprie frontiere e i propri confini, non può che aggravare la situazione per noi e la Grecia, di fatto le porte dell’Europa per l’Africa.

Domenica mattina è arrivata nel porto di Napoli la nave ong “Vos Prudence” di Medici Senza Frontiere con a bordo 1449 immigrati, tra cui 140 donne, 45 bambini, uno dei quali di appena una settimana e due cadaveri recuperati da un gommone. Anche in questo caso, un’altra bella infornata di 20enni ben piazzati che scappano dalla guerra. La cosa allucinante è che si è rischiato l’ennesimo naufragio, perché – stante la chiusura dei porti siciliani per il G7 – quella nave ha fatto da collettore di altre imbarcazioni più piccole per tre giorni, durante i quali ha girovagato per il mare. Dunque, tutta questa urgenza di “salvare” la gente non c’è, se Donald Trump è a Taormina, mi pare? Ipocrisia all’ennesima potenza, ormai anch’essa un segno dei nostri tempi. Ah, a proposito, oggi ne sono arrivati altri 1500.

E con il depotenziamento mediatico della questione immigrazione, è passato in cavalleria anche il capitolo dedicato dalla cronaca alle ONG, il cui salvataggio di qualche giorno fa di una decina di bambini è stato talmente pompato a livello mediatico che, credo, il procuratore di Catania possa tranquillamente chiudere le sue indagini sul presunto legame tra organizzazioni umanitarie e scafisti: ormai sono stati riabilitati a furor di telegiornali, provare a toccarli equivale a sfiorare i cavi dell’alta tensione. Ma perché tutta quest’aura di sacralità e intoccabilità attorno alle organizzazioni non governative? E’ l’idealismo disinteressato (formale) che le muove, a garantire loro uno scudo da ogni critica e l’elegia pavloviana ad ogni mossa? Forse.

Ma c’è dell’altro, un qualcosa di molto sottotraccia per mostrare il quale devo fare un salto logico notevole e portarvi al dato del Pil USA del primo trimestre: giuro che sono sobrio. Come sapete, per anni quel dato, quando era troppo al di sotto delle aspettative, è stato “gonfiato” dal BEA attraverso le revisioni e utilizzando le spese obbligatorie legate al programma sanitario Obamacare come driver. Ora, però, con l’avvento dell’amministrazione Trump quelle spese non potranno più essere usate come lievito magico. Eppure, nella revisione presentata all’inizio della scorsa settimana, la voce “Personal Consumption Expanditures” è letteralmente schizzata in aria, passando dal dato preliminare di 9,7 miliardi di dollari su base annua a 18,9 miliardi, un aumento del 100%. E cosa ha garantito quell’aumento. Ce lo mostra questo grafico,

dal quale desumiamo che trovare il nuovo driver chiamato a sostituire le spese mediche obbligatorie, per operare maquillage sul Pil, non sia stata opera così improba: come vedete dalla tabella, le spese legate a Obamacare sono scese di molto nel dato della seconda revisione ma il loro calo è stato abbondantemente controbilanciato dall’aumento su base annua di 11,9 miliardi di dollari delle spese legate a “ONG che offrono servizi ai cittadini”.

E cosa fanno, esattamente, queste ONG, la cui attività è il nuovo toccasana per il dato di crescita USA? Ecco la definizione ufficiale del BEA: “Le organizzazioni non-profit che offrono servizi ai cittadini, abbreviate in NPISH, danno vita a un settore istituzionale nel contesto degli affidamenti nazionali consistenti in appunto istituzioni non-profit che non sono principalmente finanziate o controllate dai governi e che forniscono beni o servizi ai cittadini, gratuitamente o a prezzi che non sono economicamente significativi. Alcuni esempi includono le chiese e le società religiose, sportive o altri tipi di club, sindacati e partiti politici”. Inoltre, “le NPISH sono produttori privati e non di mercato, dando vita a entità legali separate. Le loro principali risorse, a parte quelle derivanti da vendite occasionali, arrivano da contribuzioni volontarie in denaro o altro da parte dei cittadini attraverso la loro capacità di consumatori, da pagamenti fatti dai governi generali o da redditi di proprietà”.

Infine, “nei conti nazionali su reddito e prodotto, i servizi forniti dalla NPISH – la loro produzione lorda – è misurata come spese di conto operativo, perché questi servizi non sono generalmente venduti su mercati con prezzi osservabili e tracciabili”. In parole povere, il Pil USA del primo trimestre è stato gonfiato da organizzazioni non-profit che hanno semplicemente “imbottito” le loro spese operative (senza fornire veramente benefici tangibili), le quali hanno permesso al BEA di vendere al pubblico l’impressione che l’economia stesse facendo molto meglio di ciò che ci si aspettasse. Il tutto in una perversa partita di giro che vede le ONG, nel frammezzo, ricevere sempre maggiori contributi dai donatori. Chissà quanto avrà contribuito al dato del Pil la Clinton Family Foundation, ad esempio? E le ONG legate alla Open Society Foundation di Geprge Soros?

Ma c’è qualcosa di strutturale in questa crescita di numero, influenza e operatività delle ONG, negli USA come altrove: l’esempio americano, infatti, ci dice che a fronte di un welfare che il budget 2018 vede massacrato da tagli alla spesa sociale per 4.100 miliardi di dollari, food stamps in testa, la nuova ricetta potrebbe essere molto simile allo schema usato dai creditori della Grecia. Lo Stato taglia servizi, i quali vengono erogati dalle ONG in regime statutario (e, quindi, fiscale) agevolato e grazie ai contributi che gli stessi cittadini, cui vengono tagliati i servizi, donano. E’ forse il prodromo dello smantellamento totale dello stato sociale, l’inizio del nuovo esperimento, la privatizzazione del welfare? Anzi, meglio ancora, l’illusione della bontà e del solidarismo, perché quella privatizzazione de facto è operata da ONG che sono non-profit, sulla carta. E queste dinamiche,



ci dicono che di nuovi poveri e proletarizzati dalla crisi infinita, la fucina americana ne sfornerà ancora parecchi da qui in avanti.

E l’Europa? Da noi il ciclo è più perverso ma la logica non è dissimile, se prendiamo il fronte migranti. Qui abbiamo le ONG che agiscono in sostituzione della Guardia costiera, spesso andando a prendere gli immigrati a domicilio sulle coste libiche e questo loro agire è finanziato da donazioni private, esattamente come per le ONG operanti negli USA e che stanno salvando il Pil. Ma questo loro sforzo è propedeutico a un altro tipo di sostituzione privata del ruolo statale, ovvero le varie cooperative e associazioni che operano nel ramo secondario dell’accoglienza di chi arriva. Queste operano in regime di collaborazione con lo Stato, il quale sborsa denaro pubblico a soggetti privati a fronte dell’erogazione di un servizio che è ontologicamente pubblico, ovvero welfare.

Invece di trovare un soluzione al problema che sia interna alle pieghe e ai servizi del sistema di stato sociale (o, magari, di cercare di limitare o bloccare gli sbarchi), lo Stato deroga a 35 euro al giorno per migrante questa sua funzione a soggetti privati: a quando gli ospedali? E gli ospizi pubblici? Cooperazione e cosiddetto terzo settore sono la gallina della uova d’oro di un mondo che sta smantellando ciò che resta dei diritti e sei servizi fondamentali che lo Stato deve garantire ai cittadini? Se così fosse, saremmo dentro al paradosso di soggetti universalmente descritti e dipinti come “angeli del quotidiano” che, invece, operano per disgregare e rosicchiare fino all’osso ciò che resta del welfare universalistico, privatizzando di fatto servizi che saranno pagati poco ed erogati su base volontaristica. Cioè, a prezzi stracciati e con qualità e professionalità zero. Guardate questa immagine,

è il logo pubblicitario di una campagna che da qualche giorno sta passando con enorme frequenza su La7, soprattutto nel corso dei lacrimosi talk-show del mattino e del primo pomeriggio. Di fatto, ti invita ad adottare un figlio della crisi, bambini che pagano la disoccupazione e le difficoltà economiche dei genitori: avete visto quanto chiedono? Fino ad ora, anche per campagne più complesse come la cooperazione internazionale, ti chiedevano 1, 2 o 5 euro tramite sms o 5-7 euro al mese per l’adozione: adesso 15 euro al mese. Si chiama operazione “Mission bambini” e ci mostra plasticamente, non solo l’Italia della presunta ripresa ma anche come l’appalto privato del welfare pubblico stia diventando sempre di più la norma. E, quindi, un business. Forse, più inquietante ancora del quadro delineato dalle procure siciliane, c’è questo quadro macro di trasformazione dello stato sociale in fornitura di servizio: strisciante ma destinata a crescere.

Oltretutto, con il plauso del mondo intero verso chi opera. E con i vostri soldi, donazioni o adozioni che siano. A casa mia, si chiama ricatto latente. Per quale cazzo di motivo, infatti, se questa è la strada, dovrei pagare le tasse per un servizio di cui non beneficio da parte dello Stato? Ah già, forse questa è la domanda da non porre. Direte voi: ma la politica non ha un sussulto di dignità, fosse anche soltanto per preservare il proprio ruolo istituzionale? E io vi rispondo: avete mai sentito un esponente delle ONG dire qualcosa che non fosse politicamente affine e favorevole, anche a livello elettorale, alla sinistra? Si chiama ripartizione dei ruoli. E’ proprio vero, come diceva Nicolàs Gomez Davila, che “da sempre, in politica, patrocinare la causa del povero è stato il mezzo più sicuro per arricchirsi”.

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