Domenica questa fotografia compirà 40 anni. Ne scatteremo presto di simili con lo smartphone?

Di Mauro Bottarelli , il - 66 commenti


Oggi ricorrono 40 anni dall’uccisione della studentessa Giorgiana Masi, freddata da un colpo di pistola alle spalle nel corso dei violenti scorsi scoppiati tra polizia e manifestanti dopo il divieto nei confronti di una manifestazione del Partito Radicale. Quel giorno di quaranta anni fa esatti, la Repubblica dopo aver perso la verginità con le stragi di Milano e dell’Italicus, perse anche l’anima. Non era più solo strategia della tensione, era una strategia di controllo per interessi terzi. Da ottenere a qualsiasi costo. Ripercorrerò rapidamente la storia di quella giornata per chi non la conoscesse. Il 21 aprile del 1977, una sparatoria da militanti di Avanguardia Operaia e polizia si concluso con l’uccisione dell’allievo sottufficiale Settimio Passamonti. Il giorno dopo, l’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, comunicò in Parlamento di aver deciso, con il sostegno anche del Partito Comunista Italiano, di vietare tutte le manifestazioni pubbliche a Roma fino al 31 maggio.

Il Partito Radicale decise di non rispettare quelle disposizioni e di organizzare una manifestazione in piazza Navona per il 12 maggio, con l’obiettivo di raccogliere le firme su 8 referendum e per festeggiare il terzo anniversario della vittoria nel precedente referendum sul divorzio. La manifestazione, alla fine, non si tenne, perché alle 13.30 arrivò l’ordine di togliere gli impianti di amplificazione, mentre alle 14 venero bloccati gli accessi di piazza Navona, la quale diventa una trappola. Poco dopo le 14.30, partono i primi candelotti. Alle 19 alcuni parlamentari mediarono con le forze dell’ordine per permettere ai manifestanti di lasciare la piazza e spostarsi verso Trastevere. Da lì, nacque il caos. Giorgiana Masi si trovava su Ponte Garibaldi, mentre quella parte della città sembrava un campo di battaglia con opposte forze schierate: poliziotti dalla parte di via Arenula, manifestanti verso Trastevere. Lacrimogeni, sassi, la situazione precipita, chi può si mette a correre, cerca di scappare: Giorgiana, di colpo, cade a terra “come fosse inciampata”, dirà un testimone.

Invece era stata colpita alle spalle da un colpo di pistola calibro 22: a quel punto fu caricata su un’auto, trasportata in ospedale e lì venne dichiarata morta. Nella controperizia di parte civile, depositata il 6 dicembre 1978, si disse che Giorgiana Masi era stata uccisa “da un colpo d’arma da fuoco a proiettile unico, trapassante, con traiettoria pressoché ortogonale al dorso della ragazza (e cioè parallela al terreno) sparatole alle spalle da circa 40-60 metri”. Il giorno dopo, riferendo in Parlamento, Francesco Cossiga difese l’operato delle forze dell’ordine, sottolineando come il 12 maggio “con azione improvvisa, circa 300 dimostranti avevano attaccato le forze di polizia con il lancio di bottiglie molotov e sassi, per cui gli agenti si erano dovuti difendere”. I Radicali raccolsero invece molte testimonianze e foto e filmati delle violenze degli agenti, anche di quelli in borghese, mentre puntavano le armi contro i manifestanti. Schiacciato dai fatti, Cossiga fu costretto ad ammettere la presenza di squadre speciali in azione quel giorno.

Si seguirono varie piste, furono archiviate e riaperte inchieste (un brigatista, poi scagionato; il fidanzato neofascista di Giorgiana, tesi mai consistente; un agente in borghese; un membro delle squadre speciali o, addirittura, dei servizi): ad oggi, quaranta anni dopo esatti, l’assassino di Giorgiana Masi non ha ancora un nome, né un volto. Ma quella morte fu il detonatore di ciò che il potere voleva: il caos, appunto. La foto di copertina è storica, fu scattata durante gli scontri in via De Amicis a Milano del 14 maggio 1977, due giorni dopo i fatti di Roma. Studenti e sinistra extra-parlamentare scesero in piazza per chiedere verità per quella morte e per protestare contro governo (il famoso Kossiga con la K) e polizia. Finì a pistolettate in pieno centro storico della borghese, grigia e impaurita Milano di fine anni Settanta. Negli scontri morì il poliziotto Antonio Custra, mentre il ragazzo immortalato nella foto era Giuseppe Memeo: non uccise lui Custra ma sparò.

Come fecero in tanti quel giorno. E nei giorni a seguire. La pistola era sdoganata, era guerra civile ormai: Umberto Eco, non a caso, disse che “quel giorno era finita l’idea della rivoluzione proletaria”. Quel giorno, forse, cominciò la vera vittoria dello Stato. Più o meno parallelo e avvenne molto prima della fine delle Brigate Rosse, prima degli infiltrati che le devastarono, prima del riflusso: in quel colpo di pistola, c’era il via libera per un’operazione di normalizzazione che utilizzasse qualsiasi mezzo. D’altronde, Gladio era nata per questo: l’anti-comunismo della NATO era declinabile in molti modi, anche quello ad uso interno delle forze di polizia e di intelligence. I favolosi anni Ottanta dell’edonismo reaganiano e del benessere mediatico del duo Craxi-Berlusconi potevano nascere.

Perché questo excursus storico? Primo perché mi pareva giusto ricordare l’anniversario di un atto che, a mio modo di vedere, ha cambiato il corso della storia recente del nostro Paese. Secondo, perché sento aria pesante. A Roma, stamattina, si è sentito anche dell’altro: un bel botto alle 9.20 del mattino nei pressi dell’ufficio postale di via Marmorata. Nessun ferito, solo pochi danni a una macchina parcheggiata accanto. Per gli inquirenti si è trattato di “un atto dimostrativo non teso ad offendere”, reso possibile da un solo ordigno pieno di liquido infiammabile collegato a un timer: “L’assemblaggio dei pezzi non è stato certo casuale ma opera di persona o persone competenti”, ha spiegato il responsabile ufficio protezione generale e soccorso pubblico della questura di Roma, Massimo Improta, il quale ha anche ricordato il precedente della settimana scorsa, quando un fatto simile avvenne vicino a un altro ufficio postale in via Laurentina, sempre a Roma.

La pista privilegiata è quella anarchica, pur non essendo – al momento – arrivata alcuna rivendicazione. Ovviamente è un atto dimostrativo ma quando cominciano i botti e cominciano a saltare fuori gli anarchici come colpevoli, in questo Paese è come se suonasse la campanella della memoria. Intendiamoci, non temo che questo botto sia prodromo di qualcos’altro. Mi fa pensare il fatto che sia accaduto oggi e a un orario non esattamente “dimostrativo”: le 9.20 del mattino significa avere addosso tutte le luci del media, significa massima esposizione nei tg dell’ora di pranzo. Se voglio solo “dimostrare”, il botto lo faccio alle 4 del mattino, quando il rischio di colpire qualcuno, anche per sbaglio, è minimo. Qui si vuole fare anche altro: spaventare e farlo in maniera il più plateale e mediatica possibile, pur non spargendo sangue. Inoltre, è il timing che induce una riflessione: nel giorno del 40mo anniversario dell’uccisione di Giorgiana Masi e nel pieno di uno scontro di potere che in questo Paese non si vedeva da decenni.

L’altro giorno vi ho parlato della querelle legata alle rivelazioni contenute nel nuovo libro di Ferruccio De Bortoli, in base alle quali Maria Elena Boschi, quando era ministro delle Riforme, chiese all’allora ad di Unicredit, Fabrizio Ghizzoni, di acquistare Banca Etruria. Una bomba politica per il governo, soprattutto dopo il “no comment” opposto da Ghizzoni stesso alle domande di chiarimento dei giornalisti, quasi una conferma di quanto scritto da De Bortoli. Il quale, ospite ieri sera da Lilli Gruber a “Otto e mezzo” insieme a Massimo Cacciari, ha sparato un altro, pesante siluro contro il circolo renziano, scomodando uno dei nervi scoperti della recente storia italiana, soprattutto quella degli anni di piombo e della strategia della tensione, gli stessi che reclamarono la vita di Giorgiana Masi: la massoneria. “La Banca Etruria è una storia di massoneria. E c’è chi dice che MPS sia stata rovinata dalla massoneria toscana. E allora perché non fare chiarezza?”, ha detto con la stessa naturalezza che si utilizza di solito parlando di calcio. Ma deve essere stato lo studio della Gruber a ispirare onestà intellettuale ieri sera, visto che Massimo Cacciari, sempre parlando di massoneria, ha detto chiaro e tondo che c’è sicuramente il suo zampino dietro l’elezione di Emmanuel Macron, uomo di Rothshield. Evviva.

Ma quella di De Bortoli non è un’accusa qualunque, né un’accusa da poco nel Paese che ha vissuto la P2 e le sue emanazioni, giunte – ancorché depotenziate, provincializzate e un po’ incafonite dagli intrallazzi di bassa lega – fino ai giorni nostri. E Ferruccio De Bortoli non è uomo che parli a caso: conosce i segreti del potere italiano da 30 anni, ha diretto due volte il “Corriere della Sera” e una “IlSole24Ore”, certi ambienti e certi meccanismi non gli sono certamente alieni. Qualcuno ha mosso guerra contro Matteo Renzi e il mondo che egli rappresenta, due blocchi di potere italiano sono – ora come non mai – contrapposti. Certo, all’esterno giungono solo i latrati delle polemiche su vaccini e legge elettorale ma in gioco c’è dell’altro, c’è l’assetto che prenderà questo Paese nel grande progetto di stravolgimento democratico che le elites europee hanno avviato.

Permettetemi un salto logico. Sempre questa domenica, quando la fotografia di copertina compirà 40 anni, la segreteria della Övp austriaca (partito di centro destra al governo) si riunirà per indicare quale sarà il prossimo segretario. Dalle decisioni che verranno prese (o che non verranno prese) si decideranno anche, e soprattutto, le sorti della coalizione (con i socialdemocratici) e quindi del governo stesso. Ecco le parole pronunciate stamattina da Sebastian Kurz, ministro degli Esteri austriaco: “Le elezioni anticipate sono la strada giusta da dover prendere”. Pur essendosi immediatamente precipitato a ribadire come la sua sia solo una posizione personale, a stretto giro di posta si sono schierate a favore del ritorno anticipato alle urne anche le segreterie della Övp della Carinzia e di Vienna, oltre ovviamente alla Fpö di Strache. Il tutto, con un precipitare della situazione nelle ultime settimane e senza una reale crisi o scandalo politico emerso, visto che l’impasse del governo di coalizione era cronica da mesi e mesi. Sapete cosa significa un’eventuale crisi di governo in Austria?

Primo, settimane di propaganda della paura contro il rischio neofascista in Austria, una manna per il mainstream, politico e mediatico. Secondo, un segnale politico chiaro di accelerazione per l’Italia: se Vienna si unirà al carro, il 2017 sarà ricordato come l’anno dei grandi appuntamenti elettorali. Mancherebbe solo l’Italia ma negli ultimi giorni molti accadimenti parlano la lingua di un precipitare della situazione verso elezioni anticipate in inverno: chi le vuole davvero? Chi le vincerà? Nel frattempo tornano i botti, innocui ma rumorosi. E, soprattutto, sono pronti gli agenti agitatori, come 40 anni fa.

Servizi segreti? Infiltrati? No, bastano due armi: media e migranti. E per dimostrarvi quanto questo binomio sia potente e in servizio permanente ed effettivo, basta che vi racconti quanto accaduto ieri alla presidente del Friuli-Venezia Giulia, la piddina Debora Serracchiani, finita nella bufera per una dichiarazione a commento della violenza sessuale di martedì scorso, quando un richiedente asilo iraniano ha rapinato e stuprato una 17enne alla stazione ferroviaria di Trieste. Nel coro unanime di condanne per la violenza, il governatore del Friuli-Venezia Giulia, ha scritto quanto segue: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. Inoltre, la Serracchiani richiedeva l’espulsione immediata per i richiedenti asilo che si macchiano di reati di tale gravità. Insomma, finalmente del mero buonsenso da parte PD sul tema.

E invece no, è partito subito il crucifige: per Arturo Scotto di Art1, l’ex vicesegretario del Pd “supera a destra Salvini con frasi irresponsabili e razziste”, mentre la rivista di sinistra Left – quella che ha eletto personaggi dell’anno gli “Elmetti bianchi”, per capirci – parla di “giovane promessa marcita”. Ma è su Twitter che si è scatenata la tempesta, con la giovane esponente del PD subissata di insulti: da “lepenista” a “razzista” a chi si affida all’ironia chiedendosi sarcastico “ma se ti violenta tuo padre, è una passeggiata?”. Per finire, non poteva tenere la bocca chiusa sull’argomento il tuttologo del momento, Roberto Saviano, il quale ha consigliato a Salvini di “candidarla nelle liste della Lega Nord”. In serata, la Serracchiani ha provato a correggere il tiro su Twitter ma il concetto, giustamente, è cambia di poco, essendo sacrosanto: “Non esistono stupri di serie a o serie b. Sono tutti ugualmente atroci. In questo caso all’atrocità si aggiunge rottura patto di accoglienza”.

Non servono i morti, le bombe e le false flag (almeno, per ora), quando sei riuscito ad avvelenare e far marcire la mente della gente: ti seguirà comunque. Per questo c’è corsa elettorale, c’è voglia e bisogno di urne ovunque in Europa, per cristallizzare il momento e battere il ferro finché è caldo: il nemico è il fascismo, declinato ora in populismo, nazionalismo e protezionismo. E anche gli atti simbolici servono a questa agenda: come definire, altrimenti, l’allucinante ok giunto ieri dal Congresso dei deputati spagnolo, su richiesta dei Socialisti e sostenuta da Podemos e Ciudadanos, di trasferire i resti di Francisco Franco dal mausoleo Valle de los Caidos, dove fu sepolto nel 1975? Terrorismo storico e psicologico, non è altro. E i media applaudono e amplificano. I migranti? Gente che scappa dall’orrore, quasi declinato in modo e tempo conradiano, quindi vanno accolti a prescindere. Tutti.

Senza accorgersi che stiamo accogliendo un esercito, nel vero senso della parola: se il 70% abbondante di chi arriva è sotto i 30 anni e fisicamente ben messo, ti metti in casa qualcosa di pericoloso a livello tangibile e concreto. E manovrabile. Il 2017 sarà un nuovo 1977? Temo di sì ma la “guerra civile” si combatterà con altri mezzi, paradossalmente i piani eversivi adesso si mettono a compimento con il voto democratico e con i media. Vi pare una coincidenza tutto quanto accaduto dalla Brexit in poi? E la nascita dal nulla delle fake news? E la russofobia? E l’invasione di migranti, benedetta dalle elites, le stesse che stanno garantendo il collegio difensivo alle ONG? In Italia, poi, non ci facciamo mancare nemmeno lo scontro di potere al massimo livello, ancorché sotterraneo, arrivando a scomodare parole proibite come “massoneria” in prima serata da Lilli Gruber. E, a proposito di massoneria, non avete notato anche voi l’improvviso ritorno sulle scene, in grande stile e con profilo sempre più popolare (ovvero, di massimo ascolto e massima capacità attrattive) del piduista più famoso d’Italia, dopo Licio Gelli, ovvero Maurizio Costanzo? Era sparito. Ora, proprio ora, è tornato. Coincidenze.

Vuol dire che il tempo stringe e che è già guerra: magari, il botto di stamattina a Roma è stato davvero un atto dimostrativo di qualche epigono di Bakunin ma ha suonato una bella sveglia. E silenziato altri fatti, spariti o coperti dalle “necessità di cronaca” dei tg. E, attenzione, perché a conferma che il mondialismo non solo esiste come forza motrice politico-economica ma che è attualmente al suo massimo di operatività, non sfugga a nessuno il timing del siluramento di James Comey da capo dell’FBI e il conseguente ritorno in scena del farsesco Russiagate? Chi consiglia davvero Trump, chi comanda davvero in America? Ecco come un trader ha descritto il momento: “Quando prendiamo posizioni overnight a Wall Street, solitamente andiamo a casa preoccupati per cosa possa succedere nelle strade dei Paesi arabi. Ora andiamo a letto preoccupati per quanto possa accadere nelle strade degli Stati Uniti”.

Scatteremo foto simili a quella di copertina ma con i nostri tecnologici smartphone? No, non ci saranno prove, né istantanee della rivoluzione delle elites che è in corso. Ci ritroveremo in un altro mondo, senza capire come. Senza averne fissato i momenti. Occhio a Vienna, domenica: se anche l’Austria voterà anticipatamente, è il segnale della resa dei conti finale. Buon 1977 in versione 2.0, dove le pistole e il piombo non servono. Bastano migranti e fake news di Stato. Meglio delle omonime stragi, per carità ma capaci di fare danni, paradossalmente, maggiori. E di lungo termine.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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