Due messaggi di Mosca ci dicono che la pazienza russa sta per finire. Mentre Draghi detta la linea

Di Mauro Bottarelli , il - 67 commenti


“Sono stato detenuto per sette anni senza un’accusa, mentre i mie figli crescevano e il mio nome veniva diffamato. Non perdono né dimentico”. Con questo tweet il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, che da quasi cinque anni si trova bloccato nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, ha “salutato” la decisone della procura svedese di archiviare l’accusa di stupro per la quale era ricercato, facendo così decadere anche il mandato di arresto europeo che pendeva su di lui. Certo, Scotland Yard si è premurata di far sapere ad Assange che se metterà piede fuori dall’istituzione diplomatica verrà immediatamente arrestato, stante una serie di reati minori che lo riguardano ma il gioco delle parti appare palese: come nei telefilm, c’è il poliziotto buono e quello cattivo.

La questione è una sola, visto il timing della decisione di Stoccolma: cosa stava per pubblicare WikiLeaks che necessitasse un passo del genere pur di trattare? Di colpo sono uscite prove a discarico di Assange, casualmente mentre infuria la versione 2.0 del Russiagate? Certo, il capo della CIA, Mike Pompeo, ci è andato giù pesante con Assange, definendo WikiLeaks “una sorta di servizio segreto non istituzionale ma ostile” e lo stesso ministero della Giustizia USA ha detto chiaro e tondo che arrestarlo è una priorità dell’amministrazione Trump ma le parole, si sa, lasciano il tempo che trovano. Una decisione del genere, senza spiegazione, puzza lontano un miglio di gesto di buona volontà per cercare un accordo. Anzi, una tregua.

In vista di cosa, però? Questo grafico

ci mostra, storicizzato, l’incredibile pattern a cui stiamo assistendo in questi giorni: a fronte di tensioni geopolitiche sempre maggiori, il VIX – l’indicatore di volatilità dei mercati – è rimasto incredibilmente nell’handle di 9, bassissimo. Cosa è successo, il mercato si è sconnesso dalla realtà e vede solo unicorni e arcobaleni? In parte sì ma non certo grazie ai dati macro dell’economia o a uno spudorato ottimismo rispetto agli sviluppi in Siria, Corea del Nord, Libia e chi più ne ha, più ne metta. Una spiegazione di questo ce l’ha fornita, indirettamente, ieri Mario Draghi, nel discorso che ha tenuto per il conferimento della laurea ad honorem dell’università di Tel Aviv: “La crisi è superata e la ripresa dell’area dell’euro è resistente e sempre più ampia fra i vari Paesi e settori. La domanda interna, sostenuta dalla politica monetaria della BCE, è il principale motore della ripresa. Cinque milioni di persone hanno trovato lavoro dal 2013 e la disoccupazione, anche se ancora elevato, è a un nuovo minimo da otto anni”.

Una botta di ottimismo sospetta da parte di un banchiere cauto come è sempre stato Mario Draghi, uno spegnitore di entusiasmi per antonomasia. Di più: “Il settore finanziario è ora più resistente. L’outlook economico mondiale sta migliorando e i rischi di un peggioramento sono in calo”. Insomma, il mondo intero scoppia di salute. Ma è nel proseguo del discorso che qualcosa insospettisce. Parlando degli ultimi risultati elettorali, specie quello francese, ecco le parole del Draghi politico: “Ora la maggioranza silenziosa ha ritrovato la sua voce, il suo orgoglio e la fiducia in se stessa. Questo perché, nonostante la gran parte dei cittadini europei sia favorevole all’Unione, in passato spesso si sentiva solo una opposizione rumorosa”. E ancora: “Lo scoppio della crisi finanziaria globale nel 2008 e le ricadute sulla crisi del debito sovrano in Europa hanno portato a una profonda recessione in tutto il mondo, a un netto aumento della disoccupazione, rendendo chiara l’incompletezza di alcune parti dell’architettura istituzionale della Ue. Inevitabilmente tutto ciò ha alimentato un terreno fertile per dare voce a una retorica populista e nazionalistica”.

Poi l’auspicio. O, se volete, l’agenda da adottare: “Servono ulteriori progressi: l’architettura istituzionale dell’Unione economica e monetaria resta incompleta sotto diversi aspetti. La crisi ha messo in evidenza la debolezza strutturale della nostra costruzione e ci ha obbligato a muoverci. L’aggiustamento è iniziato con la creazione dell’unione bancaria. Ma il lavoro è lontano dall’essere esaurito e le sfide che dobbiamo affrontare vanno oltre l’Unione economica e monetaria. Riguardano sicurezza, migranti, difesa e queste sfide possono essere indirizzate solo mettendo insieme sovranità”. Ops, quante parole d’ordine che suonano come musica alle orecchie dei mondialisti e globalisti. Oltretutto, dette da un uomo la cui autorevolezza è riconosciuta a livello bipartisan e che gode della nomea e del titolo di salvatore dell’Europa. Possibile, ora che la ripresa è arrivata e i populismi ridimensionati, non far tesoro dei suoi consigli? Alan Greenspan, il decano dei banchieri centrali, è passato alla storia per questa frase: “Quando la situazione è davvero seria, è compito del banchiere centrale è quello di mentire”.

Ora, siccome chiunque abbia un minimo di sale in zucca sa che la ripresa millantata da Draghi è frutto soltanto degli acquisti obbligazionari della BCE e della Bank of Japan, verrebbe da pensare che il numero uno dell’Eurotower abbia preso alla lettera l’insegnamento dell’ex governatore della FED: mentire. Il problema è che un segnale simile potrebbe essere letto dai mercati come un’apertura al tapering, ovvero al graduale ritiro delle misure di stimolo, magari anche prima del tempo: se accadesse, razionalità ci dice che i mercati stessi potrebbero patire una dura sell-off. Il tutto, a sole 24 ore da un’altra apertura molto netta verso una normalizzazione della politica monetaria UE, compiuta in un’intervista alla Reuters da quello che è storicamente sempre stato l’alleato numero di Draghi in seno al board della BCE, il francese Benoit Coeurè. Il viaggio di Macron dalla Merkel ha cambiato il paradigma? Delle due, l’una: si vuole stimolare un crash relativamente controllato dei mercati, salvo poi ricominciare emergenzialmente a comprare? Oppure Mario Draghi ha profuso ottimismo perché sa che non servirà nemmeno forzare i toni sulla fine del QE, poiché a creare le condizioni del QE perenne e dei tassi a zero infiniti ci penserà la geopolitica, ovvero la necessità USA di attivare il moltiplicatore bellico del Pil, il warfare, il prima possibile?

Già, perché a smentire la voce che gli USA avrebbero avvertito Mosca del raid contro le milizie pro-Assad nel sud della Siria compiuto ieri, ci hanno pensato le stesse autorità russe e con una certa veemenza. Il vice ministro degli Esteri, Gennady Gatilov, ha infatti dichiarato che il raid è “assolutamente inaccettabile, viola la sovranità del Paese e non ha nulla a che vedere con la guerra al terrore. Ogni azione militare che porta al deterioramento della situazione in Siria ha un impatto sul processo politico”. Stando a quanto afferma la televisione di Damasco, sarebbero “numerosi” i soldati siriani uccisi nel raid di aerei americani in territorio siriano vicino al confine con la Giordania. Poi, a stretto giro di posta, l’intervento di Serghei Lavrov, il presunto benefattore delle confidenze di intelligence di Donald Trump: “In Siria, gli USA utilizzano Al-Nusra in chiave anti-Assad”.

Insomma, niente giri di parole: Washington usa i terroristi come truppe di terra nella lotta contro il legittimo governo di Damasco per rovesciarlo. La solita guerra diplomatica? Le solite schermaglie verbali? Forse. Ma la notizia in arrivo dalla Russia che deve far riflettere oggi è un’altra ed è contenuta nell’intervista concessa a Rossiiskaya Gazeta da Nikolay Patrushev, il capo del Consiglio per la sicurezza russo. Ecco le sue parole: “Le autorità russe hanno il completo controllo della situazione nel Paese e non permetteranno uno scenario da “rivoluzione colorata” come pianificato da servizi speciali stranieri. Questo è uno strumento politico tradizionale per alcune nazioni, designato per distruggere la statualità e la sovranità di Paesi stranieri, condotto con la scusa della democratizzazione. In realtà, quasi tutti i Paesi dove è stata lanciata una “rivoluzione colorata” sono precipitati nel caos e sono finiti sotto protettorato esterno”.

Dopo aver sottolineato di avere informazioni in base alle quali alcune nazioni occidentali ripongano ancora speranze di poter implementare un simile scenario in Russia, anche attraverso la sponsorizzazione di ONG, Patrushev conclude così: “Vorrei enfatizzare il fatto che stiamo mantenendo la situazione sotto controllo. Agenzie per il rafforzamento dell’intelligence e servizi speciali hanno accumulato esperienza considerevole nella prevenzione di varie provocazioni e altre attività illegali”. Strano timing per un’intervista del genere. Che sia un messaggio per qualcuno, nemmeno troppo in codice? Sicuramente non in codice è il messaggio recapitato via Twitter dall’ambasciata russa nel Regno Unito, con tanto di immagine decisamente esplicativa ed esplicita

a Hillary Clinton e a chi, a detta di Mosca, sta mestando nel torbido, negli USA come in Siria. “L’informatore di WikiLeaks Seth Rich è stato ucciso negli Stati Uniti ma i media mainstrem (MSM) erano troppo occupati ad accusare gli hacker russi per prendere nota”. Stranamente, il tweet è partito dall’ambasciata londinese (dove risiede Julian Assange) e citando la figura di informatore di WikiLeaks di Seth Rich, proprio nel giorno in cui l’attenzione mediatica sarebbe stata massima su Assange e sulla sua organizzazione, visto il decadimento delle accuse nei suoi confronti. Che la Russia stia togliendosi i guantoni, dopo aver giocato per lungo tempo da scacchista? E, peggio, che a Mosca si stia sentendo tintinnar di sciabole da destabilizzazione esterna e si giochi d’anticipo?

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