I guai del Paese? La maglia di Piola e il calendario di Mussolini. Servirebbe il 118 ma arriverà il 113

Di Mauro Bottarelli , il - 52 commenti


Ormai è un’ossessione. No, non mi riferisco a quella presunta di Ferruccio De Bortoli verso Matteo Renzi ma a quella di sempre più ampi di settori della politica e della cosiddetta società civile verso qualsiasi riferimento al fascismo. Di colpo, ci sono fascisti ovunque: ogni albero, ogni automobile parcheggiata, ogni panchina del parco nasconde manipoli di camicie nere. Di più, se per caso non sposi la narrativa dell’accoglienza, sei da mettere al bando in nome dell’antifascismo. Ma non basta, occorre di più. Occorre distruggere la memoria, fare in modo di creare un buco nero storico e politico tra la marcia su Roma e il 25 aprile: potessero, getterebbero una bomba atomica ideologica. Non riuscendoci, muovono le pletore di Manolis Glezos da tastiera, ovviamente supportati dalle solite associazioni di ghostbusters del Ventennio e dalla stampa politicamente corretta, “La Repubblica” su tutti e senza timore del ridicolo. Ultimo scandalo, la celebrazione della festa della mamma decisa dalla Federcalcio, dal titolo “Una maglia azzurra per raccontare la festa della mamma” e contrassegnata da questa immagine, la stessa che ho usato in copertina e ripropongo volentieri.

Di cosa si tratta? La maglia azzurra cucita – ed è questo il nesso con la festa della mamma – dalla madre di Silvio Piola, uno dei più grandi centravanti della storia del calcio. Il 24 marzo 1935, Piola esordisce con la Nazionale a Vienna contro l’Austria e segna i due gol che valgono la vittoria agli azzurri. Sua mamma, Emilia Cavanna, per celebrare l’esordio, cuce a mano la maglia ufficiale del figlio. La scritta, in carattere corsivo, riassume la giornata: “Vienna. 24 marzo 1935. Austria 0 Italia 2. Piola ha segnato entrambi i goal. Prima partita di Piola in Nazionale”. Il problema? Il fascio littorio e lo stemma di casa Savoia sul petto. Detto fatto, i social network sono impazziti: è apologia di fascismo! Ovviamente, immagine rimossa. “E’ una scelta a dir poco infelice – dicono dall’Osservatorio sulle nuove destre – delle due l’una: o è un infortunio, ed è comunque grave. O è una scelta voluta, il che sarebbe ancora peggio”.

Ora, di quale strana e seria patologia può soffrire gente che chiede la rimozione di un pezzo di storia sportiva del nostro Paese? A questo punto, per essere coerenti, chiedano che la UEFA ci revochi i due mondiali del 1934 e 1938, perché se fa tanto schifo la maglia con cui li si è vinti, allora che la vergogna venga cancellata per intero. Oppure l’antifascismo finisce, di colpo ma solo per 90 minuti alla volta, davanti al tavolinetto di Fantozzi, con frittatona di cipolle, Peroni familiare gelata e rutto libero?

Ma attenzione, perché se la FIGC ha risolto la questione togliendo la foto e dimostrando la spina dorsale di una medusa, altrove c’è chi lavora per un’amputazione ancora più netta dei residui tentacoli del regime. Non essendoci priorità maggiori, vivendo in un Paese baciato dalla crescita e dal benessere, ecco che il parlamentare PD, Emanuele Fiano, ha proposto di introdurre nel codice penale una legge che punisca il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, la quale è oggetto di approfondimento presso la Commissione Giustizia della Camera, dopo che sono già state concluse le audizioni. L’iniziativa del deputato, sostenuto da altri colleghi che si sono ritrovati in questa battaglia, punta a far introdurre nel codice una nuova fattispecie di reato. Senza toccare le normative speciali già vigenti in materia, viene spiegato, l’obiettivo è di colpire alcune condotte che individualmente considerate sfuggono oggi alla legge.

E come? Chi verrà colpito? Quale ingegnoso cavillo si andrà a inserire tra le leggi Scelba e Mancino? Nel testo viene sottolineato come sembrano sfuggire alle maglie delle fattispecie di reato già contemplate oggi comportamenti talvolta più semplici o estemporanei, “come ad esempio può essere il cosiddetto saluto romano che, non essendo volti necessariamente a costituire un’associazione o a perseguire le finalità antidemocratiche proprie del disciolto partito fascista, finiscono per non essere di per sé solo sanzionabili”. Ma non basta: “Altrettanto grave e non derubricabile a un mero fatto di folklore – osserva Fiano – è tutta la complessa attività commerciale che ruota intorno alla vendita e al commercio di gadget o, ad esempio, a bottiglie di vino riproducenti immagini, simboli o slogan esplicitamente rievocativi dell’ideologia del regime fascista o nazifascista”.

Insomma, in un sol colpo si vogliono evitare i “presente” al Campo X o alle cerimonie di ricordo dei caduti come Ramelli e Pedenovi e stroncare i pellegrinaggi a Predappio, oltre a mettere fuori legge chi vende busti del Duce, calendari e quant’altro. D’altronde, viviamo nel Paese dove la stessa intellighenzia che nei giorni scorsi ha fatto i salti mortali in tv e sui giornali per legare comunque al razzismo e all’estremismo il rogo del camper di nomadi a Roma, qualche annetto fa per un altro rogo, a Primavalle, festeggiava per due giovani arsi vivi. O che auspicavano “10, 100, 1000 Ramelli” e altrettante spranghe tra i capelli. Galantuomini.

Ora, al di là che nell’epoca di Amazon e dell’e-commerce, se anche le vieti in Italia, certi gadget li puoi comprare comodamente su Internet e farteli inviare a domicilio, quindi la strumentalità della legge è già dimostrata – almeno in questa sua fattispecie -, sarebbe interessante capire di quanto sostegno popolare goda una legge del genere, di cui – guarda caso – si sta spingendo la calendarizzazione in Aula con urgenza degna dell’assistenza alle popolazioni terremotate. Un governo con i giorni contati, alla prese con una manovrina ancora da limare e con un DEF che ci ridurrà in mutande, dovrebbe trovare in tutta fretta il tempo di far passare una legge che vieti a qualche migliaio di persone in tutta Italia di fare il saluto romano alle commemorazioni o all’esercente di vendere accendini e portachiavi con l’effige del Duce?

Ma stiamo scherzando o vogliamo anche ammantarci di serietà? Il passo successivo quale sarà, cambiare d’imperio nome a chi si chiama Benito, Adolfo o Italo? E Galeazzo, Claretta ed Eva? Anagrafe progressista e politicamente corretta per legge? A questo punto, abbattiamo fisicamente tutto ciò che il regime ha costruito ma proprio tutto: ponti, strade, palazzi, stazioni. Tutto. Ma questo non lo faranno, state certi: perché una cosa è vietare il saluto romano o il calendario, un’altra rendersi conto di quanto resterebbe a questo Paese senza le opere del Ventennio. Piaccia o meno, è ora di finirla con il ridurre l’intero periodo tra le due guerre mondiali a quanto accaduto dopo l’entrata in vigore delle Leggi razziali: il fascismo è stato altro ed è stato anche buono, in molti campi. Negarlo significa essere falsi, storiograficamente, nemmeno ideologicamente.

Cancellare la storia è l’atto di intolleranza più subumano possibile e qui non solo lo si vuole far passare per difesa della democrazia ma si impongono anche le tappe forzate al Parlamento, prima che finisca la legislatura e – magari – ne cominci una guidata da un governo con delle priorità più serie che ti manda a cagare, se solo provi a calendarizzare una cosa simile. Fossi Fiano o i “no pasaran” da social che hanno attaccato la FIGC e chiedono la galera per un busto di Mussolini, mi porrei un quesito più serio riguardo al fascismo e al suo risorgere indotto da parte dell’establishment e dei media.

Non preoccupatevi di chi compie certi gesti alla luce del sole, preoccupatevi di quanti nel silenzio delle loro case cominciano a farsi delle domande, le stesse che la buona società vorrebbe punire con la galera. E, magari, davanti a quella maglia cucita con amore da mamma Piola, una mamma prima che una “fascista”, si sono emozionati. Giocate pure a rincorrere fantasmi e abbattere simboli, mentre l’Italia muore di fame e di insicurezza: l’iconoclastia, d’altronde, è il primo simbolo di debolezza. E anche un po’ di vigliaccheria.

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