L’immigrazione non è emergenza ma rivoluzione sociale. Servono muri, ora. E un Buzzati del 1971

Di Mauro Bottarelli , il - 122 commenti


“… Sei morto. Ti sei integrato, ti sei omogeneizzato… hai trovato l’equilibrio, la tranquillità e la sicurezza. E sei un cadavere. La morte fisica è un fenomeno esterno, banale… Ma c’è un’altra morte, che qualche volta è ancora peggio. Il cedimento della personalità, l’assuefazione mimetica, la capitolazione all’ambiente, la rinuncia a se stessi. Guardati in giro, parla con la gente. Ma non ti accorgi che sono morti il 60%? Spenti, piallati, asserviti. Tutti che desiderano le stesse cose, che fanno le stesse cose.. Ti sei conformato, ti sei aggiornato, ti sei tagliato le spine, hai dato le dimissioni da pazzo, da ribelle, da illuso. E perciò adesso piaci al grande pubblico. Il grande pubblico dei morti…”. Così scriveva Dino Buzzati nel racconto breve “Dal medico”, contenuto nella raccolta “Le notti difficili” del 1971.

Quando lessi questo passo da ragazzino, mi folgorò e me lo sono portato dietro negli anni, quasi fosse un termometro per misurare il mio grado di resa all’omologazione. Mi è tornato prepotentemente in testa questa mattina, quando leggevo sul sito di “Repubblica” il resoconto del Rapporto annuale 2017 dell’Istat. E cosa c’era scritto? Non esiste più la classe operaia, si fa fatica a rintracciare il ceto medio e, sempre di più, nelle famiglie italiane la “persona di riferimento” è un anziano, magari pensionato. “La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia”, osserva l’Istat. Una divisione nuova della società italiana farebbe pensare a cambiamenti rivoluzionari ma, in realtà, di rivoluzionario in Italia al momento non c’è niente: è una società che cristallizza le differenze e che, da tempo, ha bloccato qualunque tipo di ascensore sociale. Tra le famiglie con minori disponibilità economiche pesano di più le spese destinate al soddisfacimento dei bisogni primari (alimentari e abitazione), mentre in quelle più abbienti, che sono poi anche quelle con un maggiore livello d’istruzione, sale l’incidenza di spese importanti per l’inclusione e la partecipazione sociale, destinate a servizi ricreativi, spettacoli e cultura e a servizi ricettivi e di ristorazione.

L’Istat ordina le famiglie per “quinti” di spesa e il risultato è che gli ultimi due quinti spendono il 62,2% del totale contro poco più del 20% dei primi due. Risale, inoltre, l’indicatore di grave deprivazione materiale, il quale passa all’11,9% dall’11,5% del 2015, mentre la povertà assoluta riguarda invece 1,6 milioni di persone, il 6,1% delle famiglie che vivono in Italia. Se però si considerano le famiglie, e non gli individui, poiché quelle povere in genere sono famiglie numerose, l’incidenza della povertà assoluta individuale è più alta, arriva al 7,6% della popolazione, senza contare che il 28,7% delle famiglie italiane sono a rischio di povertà ed esclusione sociale. E la quota quasi raddoppia nelle famiglie con almeno un cittadino straniero. Inoltre, nell’ultimo decennio l’Italia ha perso 1,1 milioni di giovani tra i 18 e i 34 anni, mentre tra chi resta, il 70% di quella fascia vive ancora con i genitori, circa 8,6 milioni di individui. Infine, il reddito insufficiente influisce anche sulla salute: negli ultimi 12 mesi ha rinunciato a una visita specialistica il 6,5% della popolazione, nel 2008 la quota si fermava al 4%.

Insomma, in quale Paese viviamo? In uno che poco offre ai suoi cittadini, soprattutto quelli meno abbienti. E infatti, questo grafico

ci mostra come, dopo francesi e spagnoli, siano gli italiani i cittadini europei che si unirebbero più facilmente a una protesta o a una manifestazione nei prossimi 12 mesi. Eppure, a me non sembra. Sono spariti anche i sindacati: tutto passa sul fronte del lavoro, nessuno va in piazza. Si protesta nei talk-show, si urla un po’ al bar ma, alla fine, siamo onesti, le uniche sfilate che si vedono sono per i diritti dei migranti (sabato è prevista qui a Milano), dei gay e del movimento LGBT, per le unioni civili, per la stepchild adoption. Nessuno protesta più per il lavoro, solo per i presunti diritti di genere: e quando dico protesta, intendo di massa. Morte peggiore, il marxismo non poteva immaginarla. Siamo anche noi morti come il personaggio di Buzzati? Ci siamo tagliati le spine, ci siamo dimessi da ribelli per essere accettati e dormire bene la notte, politicamente corretti? Ora, permettetemi un salto logico che spiegherò subito dopo. Queste immagini



giungono da Ventimiglia due giorni fa, a testimonianza che l’arrivo del caldo abbia portato con sé anche un’intensificazione degli arrivi di migranti. Al Parco Roja, ad esempio, sono 252 gli stranieri ospiti del centro di accoglienza gestito dalla Croce Rossa. Al momento, però, la capienza è al completo e non sono possibili nuovi arrivi, a meno che non si liberino dei posti. In città, invece, si stima che siano circa trecento i migranti cosiddetti “autonomi”, sparsi tra la spiaggia, il greto e la foce del fiume Roja, la stazione, le vie del centro e addirittura nelle feritoie del ponte della ferrovia. L’altra sera, ad esempio, erano più o meno centocinquanta i migranti che si sono radunati nel piazzale dell’ex dogana per essere sfamati da alcuni attivisti, giunti a bordo di auto e furgoncini. Infatti, dopo la revoca dell’ordinanza del sindaco Enrico Ioculano (Pd), che vietava di somministrare cibo e bevande per strada, sono riprese le lunghe processioni e la situazione igienica sta peggiorando, di giorno in giorno, soprattutto alla stazione ferroviaria. Il tutto, con la stagione turistica alle porte. E quante Ventimiglia ci sono in Italia? Il tutto con la prospettiva di sbarchi a go-go grazie alla bella stagione, fatta salva la pausa di una settimana in Sicilia per il G7.

Ed ecco che spiego il nesso. O, almeno, ci provo. In America esiste un programma federale denominato H-1B ed è quello che permette ai lavoratori stranieri di entrare negli Stati Uniti grazie alle loro elevate professionalità, una dote che i datori di lavori non hanno potuto trovare in lavoratori del luogo, per quanto qualificati. Sapete cos’è quello schema? Nulla più che la legalizzazione della compressione salariale e del costo del lavoro, tramite importazione di manodopera che accetta condizioni che il lavoratore statunitense medio ritiene quasi offensive. E non è un programma da poco: nel 2014 furono 124.326 le nuove richieste accettate e 191.531 quelle rinnovate, il tutto all’interno di un programma triennale con una possibilità di rinnovo. Insomma, i lavoratori H-1B sono quasi un milione, tutti occupanti posizioni a basso costo che altrimenti sarebbero andate a cittadini USA, ovviamente con salari molto più alti. Questi grafici


ci mostrano da dove arrivano principalmente questi lavoratori e in quali settori vengono occupati. Come vedete, l’India la fa da padrona e questo dovrebbe dimostrarci come i suoi lavoratori siano significativamente più qualificati delle loro controparti americane: diciamo che le cose non stanno così, soprattutto per quanto riguarda la preparazione in un settore chiave come la programmazione di computer. E non lo dico io e nemmeno uno studio finanziato da Donald Trump, lo dice un’azienda di skills assessment indiana, la Aspiring Minds, nel suo report valutativo rispetto alle capacità di laureandi in ingegneria informatica. Su due problemi dati ai candidati, soltanto il 14% degli ingegneri indiani è stato in grado di scrivere codici utilizzabili per entrambi, mentre solo il 22% ha fornito la risposta esatta almeno per uno. Di più, solo il 14,67% è occupabile nel ramo dei servizi IT e solo il 2,47% può puntare a un’occupazione in una azienda di prodotti IT.

Infine, solo il 2,21% dei candidati è in grado di scrivere un codice funzionalmente e logicamente corretto. Lo dice un’azienda di valutazione indiana: come spiegare allora quel dato di occupazione straniera, se non con la volontà di abbassare sempre maggiormente costo e standard del lavoro attraverso la scorciatoia dell’immigrazione? E, quantomeno, quella di cui ho appena parlato è immigrazione che opera dumping salariale e sui diritti ma lavora, dopo aver subito un attento screening valutativo per vedere chi entra e chi no: da noi stanno arrivando, senza alcun controllo, masse di uomini fra i 20 e i 30 anni che non fanno nulla dalla mattina alla sera, salvo reclamare diritti e creare insicurezza. Pensate che la dinamica in Europa sia molto diversa, pensate che il livellamento verso il basso non sia preordinato? Però tutti zitti, spine tagliate, morti per compiacere altri morti. Finché arrivo, anche arrancando o facendo i debiti, a fine mese, sto zitto e sopporto. Altrimenti, alle mie spalle c’è un esercito di neo-schiavi e sotto-salariati pronti a prendere il mio posto e ringraziare sentitamente.

Eh, l’Europa! Sapete cosa hanno votato oggi pomeriggio, mentre io mi facevo un fegato così con questi dati, gli eurodeputati, a seguito del dibattito tenutosi in sessione plenaria lo scorso aprile? Una bella risoluzione (393 voti favorevoli, 221 contrari e 64 astensioni) nella quale si denuncia che la situazione in Ungheria giustifica l’avvio della procedura che potrebbe portare a sanzioni contro il Paese. Perché? I deputati vedono un grave deterioramento dello Stato di diritto e della democrazia. E cosa occorre fare? Le leggi controverse devono essere sospese o ritirate, tanto che fino ad allora i fondi UE per l’Ungheria devono essere sotto sorveglianza della Commissione.

Insomma, il muro anti-migranti e la legge anti-Soros ha fatto molto incazzare i burocrati e loro servi, tanto da arrivare a chiedere l’attivazione dell’articolo 7, paragrafo 1, con il quale i deputati incaricano la commissione per le libertà civili di elaborare una risoluzione formale da votare di nuovo in Plenaria. Insomma, “il governo ungherese deve abrogare le norme contro i richiedenti asilo e le organizzazioni non governative e che raggiunga un accordo con le autorità statunitensi, consentendo all’Università dell’Europa centrale di rimanere a Budapest come istituzione libera”. Più servi di così, penso sia impossibile. Per gli eurodeputati, “i recenti sviluppi in Ungheria che hanno portato ad un grave deterioramento dello Stato di diritto, della democrazia e dei diritti fondamentali, rappresentano un banco di prova per la capacità dell’Unione di difendere i suoi valori fondanti”. E Viktor Orban, cosa farà adesso? Non lo so, in tutta onestà, so cosa ha già fatto. Questo:





un bel rafforzamento delle difese, con cartelli in ungherese, serbo e arabo, recinzione elettrificata e torrette di guardia. E qual è il mantra dei politicamente corretti? I muri non possono fermare chi scappa da fame e guerra. In Ungheria sì, visto che gli ingressi illeciti sono calati del 97% da quando è stato costruito il muro. Già, il muro è il tabù del nostro tempo: la gente vuole solo ponti e porte aperte. Basti pensare all’ondata di critiche che ha travolto Donald Trump per la sua promessa (per ora disattesa per ragioni di budget e temo archiviata, vista la puzza di impeachment) di costruire un muro alla frontiera con il Messico, per bloccare l’afflusso di clandestini e droga. L’hanno crocifisso, dipinto come il nuovo Hitler e, soprattutto, sbeffeggiato, dicendo che un muro c’è già e non che non esiste necessità difensiva per costruirne un altro o rafforzare quello attuale. Davvero?

Questo grafico

sembra dirci di no, visto che a parte la Siria, nel 2016 è stato il Messico con la sua guerra tra cartelli dei narcos rivali a reclamare più vite al mondo, più di Afghanistan e Iraq. “E’ un dato sorprendente e terribilmente allarmante, visto che le morti collegate alla guerra tra narcos in Messico sono quasi tutte dovute a armi da fuoco di piccolo calibro. Le guerre in Iraq e Afghanistan hanno registrato rispettivamente 17mila e 16mila morti nel 2016 ma sono state sorpassate da quanto sta accadendo in Messico dopo la cattura di El Chapo, con i vari cartelli che si riorganizzano e cercano di espandersi a colpi di pistola. Il problema è che Iraq e Afghanistan sono sotto i riflettori dei media, il Messico no”, ha dichiarato John Chipman, chief executive e direttore generale dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), il quale ha pubblicato la scorsa settimana il suo report annuale sui conflitti armati, da cui sono tratti i dati.

E’ lo stesso trucco della cosiddetta “insicurezza percepita”, ovvero trasformare chiunque si opponga all’immigrazione di massa in un mitomane xenofobo che vede emergenze e degrado che in realtà non esistono. Siamo in piena svolta epocale, se lasciamo che passino le logiche imperanti del mondialismo, non ci sarà modo di tornare indietro. Occorrono muri. Alti. E ben controllati. E occorre, ovviamente, smettere di esportare democrazia e razziare il razziabile a prezzo di saldo in Africa, perché altrimenti il cortocircuito è assicurato. Ci sono fame, sete e carestie? Ci sono le malattie? Li si aiuta ma non li si importa, si interviene ma non ci si prostra, spalancando le porte al frutto marcio del capitalismo deteriore e del meticciato univaloriale e multietnico. Occorre far ricrescere le spine e ritirare le dimissioni da pazzo e ribelle, altrimenti siano davvero morti. Come diceva Buzzati nel 1971.

E visto che a giugno Aga Editrice ne pubblicherà la versione integrale (ve ne consiglio caldamente la lettura), vi lascio con un passo tratto da “Cittadella”, la raccolta di note e pensieri postuma di Antoine Saint-Exupéry, a mio avviso quantomai attuale. Rifletteteci su. “(…) Per quelli che sono emigrati nel regno della morte, questo villaggio era come un’arpa, e i muri, gli alberi, le fontane e le case avevano il loro significato. Ogni albero aveva la sua storia, ogni casa le proprie usanze e ogni muro era diverso per via dei suoi segreti. Quando facevi la tua passeggiata era come se componessi un brano musicale, traendo il suono desiderato da ogni tuo passo.

Ma il barbaro accampato nel tuo villaggio non sa farlo vibrare. Egli vi si annoia, e, nell’impossibilità di comprendere, abbatte i tuoi muri e distrugge i tuoi oggetti. Per vendetta contro lo strumento di cui non sa servirsi, vi appicca il fuoco, che lo ripaga almeno con un po’ di luce. Dopo di che si scoraggia e sbadiglia. Poiché è necessario conoscere quello che si brucia perché la fiamma sia bella. Così la fiamma del cero acceso davanti al tuo dio. Ma la fiamma stessa della tua casa non dirà nulla al barbaro poiché non è la fiamma d’un sacrificio (…)”.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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