Perché porre il lavoro come fondamento ultimo di una Repubblica è sbagliato

Di Lo Ierofante , il

 

 

 

Gerardo Gaita

 

 

 

 

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Da un punto di vista morale la costituzione italiana ha un inizio che può essere considerato per alcuni suggestivo – viene collocato il lavoro a fondamento ultimo di tutta l’architettura costituzionale.

Tuttavia, da un punto di vista economico e quindi scientifico siamo di fronte ad una presa di posizione che pretende di mettere il carro davanti ai buoi: allorché si è deciso di porre il lavoro come fondamento ultimo della Repubblica italiana si è, infatti, implicitamente messo a caposaldo delle relazioni economiche del paese la fallace teoria del valore-lavoro.

La teoria del valore-lavoro si basa sull’idea che sia il lavoro a determinare direttamente o indirettamente il valore di un bene o servizio prodotto.

Su questa teoria avanzata da pensatori economici classici, Karl Marx ci costruirà in seguito il suo rivoluzionario messaggio politico: se è il lavoro l’unico elemento della realtà in grado di spiegare i prezzi di mercato, allora non può esistere un surplus/profitto percentuale di cui si possano legittimamente appropriare i fornitori di capitale.

Tuttavia, sia il lavoro che il capitale non sono altro che due fattori della produzione e i fattori della produzione, come dice l’espressione stessa, non sono entità abilitate a creare valore, bensì soltanto a produrre beni e servizi.

I fattori della produzione, combinandosi tra di loro, generano beni o servizi, ma il valore discende dall’insieme delle valutazioni soggettive che gli agenti economici fanno circa l’utilità di quel determinato bene o servizio relazionandosi allo stato dell’offerta di quello stesso bene o servizio.

Di conseguenza, il valore è un qualcosa di esogeno rispetto ai fattori di produzione impiegati, qualcosa che viene imputato dagli agenti economici e il prezzo è il modo attraverso il quale si cerca di comunicare quel valore.

L’imputazione del valore è un atto individuale e collega l’attuale scala di valori della persona, suscettibile di essere rivista in qualsiasi istante, agli oggetti di una realtà anch’essa in continuo cambiamento.

Sostenere quindi che qualcosa possiede valore intrinseco è come affermare che qualcosa è immune dalle valorizzazioni degli individui e dalle mutevoli condizioni della domanda e dell’offerta, ma niente, in economia, gode di questa capacità nemmeno un bene di prima necessità come l’acqua.

Un bene di prima necessità come l’acqua presenta, a variazioni del suo prezzo, variazioni della sua domanda meno che proporzionali e per questo viene definito come un bene avente una domanda inelastica, ma nessun bene o servizio è comunque totalmente inelastico perché ciò significherebbe affermare che qualsiasi quantità domandata è completamente indipendente dal suo prezzo e i prezzi – quelli di mercato – sono la segnalazione del valore.

Le proprietà di un bene o di un servizio sono pertanto intrinseche, ma il loro valore no.

Nel mercato, i profitti dell’imprenditore e il salario dei lavoratori, nel loro complesso, dipendono conseguentemente dalle decisioni dei consumatori – ecco perché si dice che il consumatore è sovrano.

Gli imprenditori poi possono legittimamente far propri dei profitti per quei prodotti-stadi intermedi di loro proprietà i cui servizi hanno ceduto alla produzione – la proprietà su questi prodotti-stadi intermedi, i cosiddetti beni di capitale, rappresenta un titolo legittimo da far valere all’interno del mercato del lavoro –  mentre i lavoratori ricevono legittimamente un salario per aver ceduto alla produzione la loro forza produttiva.

Se il lavoro fosse generatore di valore, basterebbe che lo Stato assegnasse un’occupazione a tutti e avremo risolto ogni nostro problema economico.

Infondo, lo Stato attraverso i suoi decreti e abusando della sua autorità legale potrebbe creare tutta l’occupazione che vuole.

Tuttavia, ciò causerebbe in finale due cose:

da un lato, l’annichilimento della libertà individuale di scelta, giacché avremo individui obbligati a fare qualunque lavoro sia assegnato loro dallo Stato, in sostanza non più quindi lavoratori, bensì schiavi alla mercé del più assoluto monopolista mai concepito – una società in cui tutti lavorano non è pertanto una società necessariamente libera;

dall’altro, una straordinaria caduta del tenore di vita complessivo dovuta alla mancanza totale o pressoché totale di quel libero processo di mobilitazione delle risorse e delle conoscenze – ricordiamo che il problema economico delle società consiste principalmente nel rapido adattamento ai cambiamenti che intervengono nelle particolari circostanze di tempo e di luogo e che questo problema può essere affrontato al meglio mediante il decentramento decisionale e non tramite mandati coattivi.

Fondando idealmente una comunità in maniera esclusiva sul lavoro, si finisce per dare credito ad una presunzione di carattere morale priva di verità intellettuale: il problema a monte, infatti, non concerne l’occupazione, ma quello di assicurare la migliore contribuzione possibile al processo di creazione della ricchezza.

In economia, dare seguito sistematicamente ad una posizione inconciliabile con le leggi economiche universali significa concretamente caos oppure la cosiddetta legge della giungla oppure entrambe le cose, dato che il potere politico non può condizionare l’efficacia delle leggi economiche universali.

In conclusione, piuttosto che sul lavoro, una comunità dovrebbe avere il suo fondamento ultimo nella libertà di domandare e di offrire: la concorrenza sociale rappresenta, infatti, non solo l’unico sistema in grado di tendere a minimizzare il potere dell’uomo sull’uomo, ma anche quel processo che ci porta all’uso di maggiori capacità e conoscenze rispetto a qualsiasi altro … e non ci sarebbe neanche bisogno di scriverlo.

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    ineccepibile

  • Claudicante

    Formidabile, articolo di difficile comprensione per la massa, ineccepibile nei concetti e nel contenuto.
    Come ho avuto modo di scrivere, dopo letto il primo articolo della costituzione si capisce che è inutile continuale.
    Non sulla libertà, sul diritto alla ricerca della felicità, sull’auto realizzazione dell’uomo, ma sul lavoro, una repubblica basata su una merce, inconcepibile e incomprensibile.

  • Articolo ottimo, davvero.

  • Pingback: Perché porre il lavoro come fondamento ultimo di una Repubblica è sbagliato()

  • peodiguerra

    il valore di un bene dipende da tanti fattori. tra questi anche dal valore/ lavoro e dalla domanda / offerta come dalla scarsità o abbondanza del bene .Non si può a priori dire che uno dei fattori sia più importante dell’altro. Tutti insieme concorrono al prezzo di un servizio o di un bene.Vedere le cose solo da una parte è riduttivo e fuorviante.

    • E’la costituzione che ha messo il Lavoro nell’articolo 1. Ma la frase non ha senso proprio. Fondata sul lavoro? che significa??

      • Ronf Ronf

        Significa “compromesso tra PCI, PSI (a quel tempo filo-URSS) e DC” 🙁

        • peodiguerra

          sì. è stato un compromesso che ha rispettato le diverse anime del paese.

      • peodiguerra

        a me sembra evidente . la popolazione non deve pensare di vivere di rendita con capitale poco produttivo ma deve lavorare. se hai del capitale e non è colpa tua se lo hai devi usarlo in modo produttivo e non speculativo finanziario. comunque i costituenti l’hanno scritto e ci sono libri e libri che interpretano la costituzione.

        • Una costituzione che deve essere interpretata?
          e nemmeno sugli articoli piú ostici, che pure capirei (anzi no! nemmeno quelli!), ma sul PRIMO articolo?

          Della serie: il lavoro per gli avvocati e azzeccagarbugli italiani era giá sancito nel primo articolo della costituzione…

      • Marius

        Vedi, il lavoro è quello che i fratelli d’Italia col grembiulino massonico svolgono in loggia. solo così ha senso.

  • giuseppe

    …L’Italia non è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. E’ una repubblichetta fondata sulle spalle di pochi…che ne mantengono troppi. (politici…immigrati…ecc.ecc.)

  • nathan

    Bravissimo.
    Nota per i pitechi italici, ce ne vuole davvero per credere che un paese possa veramente essere basato sul lavoro solo perchè scritto in un inutile pezzo di carta, siamo alla circonvenzione d’incapace.

    • Nikytower

      Le foche impettite che sbattono le pinne sono favolose! 🙂

  • Albert Nextein

    Leggerò l’articolo stasera.
    Subito , però, voglio dire che in passato mi raccontò che una prima stesura della costituzione non citava il lavoro , ma i lavoratori.
    In sostanza i comunisti avrebbero voluto fondare la repubblica sui lavoratori.
    Gli altri costituenti si opposero e ci fu il compromesso sul lavoro.
    Chiedo a Gaita se mi fu raccontata una fesseria o meno.

    • Lo Ierofante

      Si è vero.
      Durante i lavori della commissione per la costituzione molti avrebbero voluto la formulazione che hai riportato.

      • Stemby

        Sarebbe stato meglio. Meglio ancora non mettere proprio alcun riferimento: “L’Italia è una repubblica democratica.” Punto.

        • Ronf Ronf

          Occhio che a quei tempi lì Repubblica Democratica voleva dire sovietica visto che la Germania Est si chiamava proprio così…

          • VincenzoS

            La DDR nel 1946 non esisteva ancora

          • Ronf Ronf

            Ok, ma nel linguaggio sovietico esisteva quel concetto della “RD”

        • Nikytower

          Bè… già che ci siamo potevqno scrivere la verità… l’itaglia è una repubblica democratica fondata sul taroccamento del referendum. 🙂

    • Sí, ora si spiega. Lavoratori ha piú senso logico.

  • gianni

    Che poi tra l’ altro lavorando in fabbrica ho visto gente che dopo 30 anni di fabbrica a fare sempre le stesse cose si sono ridotti a dei robot rincoglioniti

  • Il Cercatore

    Il problema principale di voi economisti è che siete completamente slegati dalla realtà delle cose. Ad esempio credete che esistano leggi economiche universali. L’economia non è una scienza, tutt’al più è una scienza sociale.. Per essere validi gli assunti di tale disciplina devono ricorrere particolari condizioni che non si trovano nel mondo contingente se non occasionalmente e limitatamente. Affermare che la Repubblica si fonda sul lavoro non vuol dire di fatto nulla, se non riconoscere che il lavoro è un’ importante strumento di realizzazione e sostentamento della persona, quindi non può essere considerato socialmente come un mero fattore di produzione per il semplice ragione che riguatda gli uomini, ovvero l’impalcatura che sorregge tutte le costruzioni mentali tra cui le “universali” leggi economiche.

  • Stemby

    Concordo pienamente: “fondata sul lavoro” è una delle tante parti della carta più bella del mondo che sarebbe stato meglio non inserire del tutto.

    Generalmente spiego la mia posizione così: per rispettare il mandato costituzionale alla lettera occorre uno stato puramente socialista (ovvero schiavitù). In caso contrario, l’art. 1 suona come una intollerabile presa per il culo nei confronti degli inevitabili (e nel contesto italiano numerosi) disoccupati.

    Poi il fatto che se la gente non lavora (in occupazioni utili) lo stato (qualunque stato) non possa stare in piedi è pacifico, quindi tanto vale non scriverlo.

  • John Snari

    Vabbè, sputtanare la schifosa kostituzione socialista italiota è come sparare sulla croce rossa, ma più facile…

  • VincenzoS

    Fintanto che in Italia le istanza liberali e libertarie verranno portate avanti in questo modo, scrivendo articoli come questo, ci sta molta poca speranza che esse trovino spazio. Non è che la costituzione italiana mi piaccia granché, ma stravolgerne il significato così come fatto qui è un po’ troppo.
    Cosa afferma infatti l’articolo 1, a parte dare la definizione della forma istituzionale, e soprattutto perché?
    Che la realizzazione delle persone e quindi della nazione si ottiene attraverso il lavoro, l’impegno. L’Italia usciva infatti dal fascismo, il massimo responsabile ideologico della II guerra mondiale, laddove il nazismo tedesco, derivato dal fascismo, lo fu dal punto di vista pratico. Quale era stata la responsabilità del fascismo? Quella di volere fare passare la realizzazione dell’identità nazionale sull’aggressione nei confronti degli altri popoli, cosa messa ben in atto in Etiopia ad esempio, e cosa che poi il nazismo realizzò in maniera scientifica. Nell’articolo 1 non si parla di lavoro come fatto economico ma come principio etico di impegno personale volto alla realizzazione di qualche cosa di utile.
    Purtroppo la costituzione italiana, fondamentalmente dettata dagli anglo-americani, ha dovuto contenere alcuni elementi di compromesso con il PCI, nel 1946 non era ancora iniziata la Guerra Fredda. Una volta usciti di scena coloro che furono alla guida dell’Italia in quel periodo e che avevano una formazione liberale, Einaudi, De Gasperi, Sturzo, l’interpretazione della costituzione ha subito progressivi stravolgimenti, inganno in cui cadono anche coloro che dicono di richiamarsi ai principi liberali.

    • Lo Ierofante

      Non si può parlare del significato etico del lavoro senza tener conto del suo primario significato economico. Il sonno della ragione genera mostri.

      Se avessero voluto avrebbero potuto scrivere all’articolo 1 (tra i principi fondamentali) qualcosa di diverso e/o di più completo: non è stato fatto e noi ci dobbiamo limitare a prendere atto di quello che vi è stato scritto.

      Per il resto, come al solito, o non capisci o fai finta di non capire.
      Null’altro da aggiungere.

      • VincenzoS

        Il senso etico del lavoro era gia stato definito nella Bibbia, Genesi cap. 1, versi 26, 27 e 28

        26 E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
        27 Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.
        28 Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra».

        Quando Dio crea l’uomo non lo crea perché stia a girarsi i pollici ma perché operi, lavori quindi, soggiogando la terra. E’ solo dopo la cacciata dall’Eden che il lavoro diventa faticoso.
        Ripeto, che la costituzione sia stata stravolta è un fatto, che si facciano critiche che sono peggio degli stravolgimenti è un altro.
        P.S tra i 10 e i 13 anni ho visitato in sequenza la Spagna franchista, la Jugoslavia titina, la Grecia dei colonnelli, l’URSS la Romania e la Bulgaria. Certe esperienze si imprimono bene nella mente

        • Lo Ierofante

          1). E’ impossibile dimostrare la giustezza di qualsivoglia principio etico o anche argomentare in suo favore esattamente allo stesso modo in cui argomentiamo in favore di un enunciato scientifico.
          Di conseguenza, in economia, se un principio etico non è supportato da una verità scientifica abbiamo di sicuro perso la retta via in partenza.

          2) Qui nessuno ha stravolto alcunché.
          Si è preso il testo per quello che è lo si criticato per quello che è.
          Se i costituenti intendevano altro, avrebbero dovuto allora scrivere qualcosa di diverso.

          Per inciso, avrei criticato il testo anche se al posto della parola lavoro vi fosse stata scritta la parola capitale.

          3) Nel post si è parlato chiaro e senza ipocrisie.
          In questo paese come condizione preliminare per un futuro migliore si deve iniziare sistematicamente a chiamare le cose con il loro vero nome e cognome.

          • VincenzoS

            Non penso di avere scritto in aramaico antico ma anzi in modo più che comprensibile. Dire che l’Italia è fondata sul lavoro significa dire che non vi è altro modo, per la persona o per la nazione, di realizzarsi. Non l’aggressione, non il parassitismo, non il colpo di fortuna, ma solo ciò che riesce a generare valore riconosciuto. D’altra parte l’attività lavorativa è proprio ciò che distingue l’uomo dagli animali, visto che l’uomo non può altrimenti sostenersi.
            Ciò detto, ripeto che mi rammarico che i principi liberali e libertari, principi in cui mi riconosco, vengano rappresentati così malamente.

          • Lo Ierofante

            No non scrivi in aramaico, il problema è che molto spesso, come anche in questo caso, non riesci proprio a capire o non vuoi capire cosa vi è scritto post e questo commento ne è l’ennessima riprova. A questo punto io non dedico altro tempo a spiegare perchè tanto sarebbe inutile.

            P.S. Ciò che distingue l’uomo dagli altri animali in realtà non è l’attività lavorativa in sè e per sè ma la sua immensa capacità creativa.

  • #Venexit #Calexit

    “L’Italia é una repubblica basata su mafia, clientele e parassitismo. Una minoranza di coglioni produce, mentre tutti gli altri mangiano a sbafo”
    Fine.

  • AnonimoSchedato

    Mi permetto di dissentire. Nella mia interpretazione il concetto di “fondata sul lavoro” è in contrapposizione alla rendita, intesa come tassa o sfruttamento. Non va inteso come richiamo ai lavoratori salariati, che sembra poi essere il solo significato che si da al lavoro.
    Quando la propaganda socialista contrappone lavoro e, ad esempio, imprenditorialità opera una mistificazione. L’imprenditore lavora, come tutte le persone produttive. Svolge un lavoro diverso, di scoperta e/o di coordinamento, ma svolge un lavoro.
    Anche il banchiere lavora (o almeno dovrebbe, in un mondo che funziona, cioè diverso da quello che stiamo vivendo), lavora attribuendo risorse a progetti imprenditoriali.
    Poi c’è la rendita. L’imprenditore che non intraprende niente, ma semplicemente sfrutta chi non ha altre scelte (es: aziende agricole che vivono grazie alla carne fresca portata dai caporali, che mai riuscirebbero a stare sul mercato senza), il banchiere che moltiplica i denari per trarne l’interesse moltiplicato, e via enumerando.
    Credo che dovremmo interpretare la parola “lavoro” con il senso originario (attività svolta) e non come la neolingua socialista vuole, in questo modo si comprende il senso di quell’articolo e il valore che vorrebbe trasmettere. IMHO.

    • Lo Ierofante

      Vedi Anonimo io non interpreto io ho solo analizzato quello che vi è scritto:

      1) il lavoro è un fattore della produzione e non può essere inteso come un diritto, una pretesa – piacerebbe anche a me che fosse diversamente ma nessuno di noi ha il potere di cambiare la condizione umana.

      2) al prodotto del nostro lavoro, della nostra attività, può essere riconosciuto dal mercato anche nessun valore – potrei spaccarmi il culo a produrre un qualcosa che a me piace tanto, ma allo stesso potrei ricavare zero guadagni da ciò, perchè nessuno si mostra interessato a quello che io ho realizzato.

      3) poichè al prodotto del nostro lavoro, della nostra attività, può essere riconosciuto dal mercato anche nessun valore, lo Stato deve tendere a sostituire il meno possibile il mercato nel ruolo di “generatore di occupazione” perchè nell’allocazione delle risorse lo Stato non è in grado di mostrare la stessa efficienza del mercato.

      • AnonimoSchedato

        In realtà non è possibile leggere un qualsiasi testo senza interpretarlo, a maggior ragione quando è simbolico come una dichiarazione di principio.
        Sono d’accordo con tutti i tre punti del post precedente, ma sono anch’essi un interpretazione.
        1) “non può essere inteso come un diritto o una pretesa” è la risposta a chi lo interpreta come tale, talvolta in buona fede, talvolta no.
        Non posso fare a meno di notare che tale interpretazione da parte loro è spesso un lamento fondato nel problema dello stato iniziale, ma sarebbe un discorso troppo lungo…

      • AnonimoSchedato

        In realtà non è possibile leggere un qualsiasi testo senza interpretarlo, a maggior ragione quando è simbolico come una dichiarazione di principio.
        Sono d’accordo con tutti i tre punti del post precedente, ma sono anch’essi un interpretazione.
        1) “non può essere inteso come un diritto o una pretesa” è la risposta a chi lo interpreta come tale, talvolta in buona fede, talvolta no.
        Non posso fare a meno di notare che tale interpretazione da parte loro è spesso un lamento fondato nel problema dello stato iniziale, ma sarebbe un discorso troppo lungo…

        • Lo Ierofante

          Noi possiamo dare il significato alla parola lavoro di attività o di fattore di produzione. Altri significati non ci sono.
          Poichè parlando in termini economici i fattori di produzione non generano valore e poichè anche coloro che lavoravano nei campi di concentramento svolgevano un’attività, erano pertanto loro malgrado occupati, ecco io al fondamentale articolo 1 avrei scritto che la mia comunità è fondata “sul rispetto della libertà dell’individuo” ed avrei scritto ciò a maggior ragione che il mio paese usciva da vent’anni di dittatura fascista.

          L’articolo 4 (La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto) è altrettanto criticabile perchè non c’è nulla da riconoscere: il lavoro in quanto spontanea e legittima azione umana non può essere considerata una concessione da parte dello Stato. Sul promuovere le condizioni vediamo poi spesso come i nostri governanti agiscano nella direzione esattamente opposta.

          • AnonimoSchedato

            Mi è chiaro. Parlando in termini fisici, se stai fermo e tieni in mano una valigia piena di mattoni fai una fatica bestia e non compi nessun lavoro (occorre spostarla per compiere lavoro in senso fisico). Trovo abbia molte analogie con il significato economico 🙂
            Sull’articolo 4 siamo senz’altro più vicini, anche se credo che “il promuove le condizioni” non sia del tutto campato in aria.
            La storia ci ricorda come nel passato ci sia stato chi ha impedito ad altri di lavorare (monopoli, ad esempio, o costrizioni con la violenza in difesa di interessi vari). Non mi sembra tanto una concessione da parte dello stato, ma l’enunciazione di un suo dovere (dello stato) spesso disatteso.
            Possiamo non condividere questo dovere (lo stato meno fa, meglio è, in condizioni ideali, che però non sono quelle in cui viviamo, essendoci altri stati pronti a prendere il posto di ogni organizzazione più debole) ma mi sembra correttamente espresso. Ancora un problema di interpretazione.

    • Albert Nextein

      Forse volevano intendere una cosa diversa, quei babbei dei costituenti.
      Forse intendevano più che lavoro , occupazione.
      Occupazione del proprio tempo, in cambio di qualcosa.
      Una repubblica fondata sull’occupazione fruttifera e soddisfacente.
      In realtà , poi , c’è stata una diversa forma di occupazione.
      La politica ha occupato, infestandolo e ammorbandolo, ogni spazio che per natura deve essere lasciato alla gente, ai privati occupati per il loro futuro e per il loro benessere.
      Interpretando potrei affermare che la repubblica italiana è fondata sul lavoro politico, sull’occupazione degli spazi vitali privati da parte della politica che , è risaputo, non è un lavoro , ma un’occupazione deteriore praticata da delinquenti e malati di mente.

  • nevenbridge

    ognuno interpreta come più gli aggrada e fa comodo. L’opinione dell’autore è una appunto una opinione ma credo sia possibile essere un po’ oggettivi.

    Dal dizionario tre cani:

    Lavoro: “l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo rivolta direttamente e coscientemente alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale”

    Assecondando il buon senso comune direi che l’affermazione “L’italia è una repubblica fondata sul lavoro” sia un concetto stupendo, assolutamente non rispettato ma stupendo nell’intenzione. Poi ognuno può ricavarne quel che vuole in base ai propri interessi storpiandone il significato come fa l’autore di questo articolo.
    Se l’autore considera fare un buco per poi ricoprirlo come lavoro probabilmente ha qualche problema intellettuale 🙂 Trovo questo articolo idiota.

    • Fabrizio de Paoli

      Forse sbagli, e forse dovresti analizzare più attentamente la differenza tra lavorare e creare, che a quanto pare la Treccani mescola nello stesso pentolone.
      “Lavorare”, in senso fisico, non significa necessariamente produrre ricchezza, come pure produrre qualcosa non significa necessariamente produrre ricchezza perché la ricchezza è qualcosa che è stato prodotto ed è utile perché il mercato lo ritiene tale.
      Per tutto il resto è stato svolto lavoro inutile per produzioni altrettanto inutili.

      • nevenbridge

        scusi rilegga, gli italiani hanno bisogno di ripartire dalle basi, dal significato delle parole 🙂
        “l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo rivolta direttamente e coscientemente alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale”

        • Fabrizio de Paoli

          Ma va bene, sarai quindi d’accordo che un’occupazione (magari retribuita con soldi pubblici) non debba automaticamente corrispondere ad un lavoro.

          • nevenbridge

            Lo stato italiano fa schifo, contento? 🙂
            Mi son stufato sia a leggerlo che a scriverlo.

    • Lo Ierofante

      Mi limito a dire che sei parecchio lontano dall’aver capito il post. Cordialmente

      • nevenbridge

        La mia ultima affermazione è una provocazione in merito all’immagine che è più esplicativa dell’intero articolo riguardo a ciò che lei crede essere il concetto di lavoro a cui la costituzione fa riferimento.
        Se ci sono uomini che interpretano il lavoro in maniera idiota utile solo ai loro interessi come fanno ad esempio politici e loro seguito di burocrati perditempo questo non significa che il lavoro sia errato come fine.
        Se gli italiani di oggi sono stronzi non significa che tutti gli italiani sono sempre stati stronzi.
        Il lavoro a differenza del capitale da senso alla vita delle persone, permette loro di vivere una vita felice.
        Avere come fine il lavoro è uno scopo nobile a differenza del solo scambio di merce e servizi attraverso domanda e offerta perché il lavoro da seguito a numerosi effetti collaterali virtuosi.
        Il lavoro garantisce dignità, soddisfazione, amicizia, fiducia, permette di guardare gli altri a testa alta, da un senso ad una vita senza senso, fornisce ad un uomo tutto ciò di cui ha bisogno per vivere pienamente la sua esistenza, è la base per avere in comunità armonia e serenità.
        E’ qualcosa che va oltre le sole questioni economiche e di mercato.
        Ovviamente non mi aspetto che tutti considerino gli uomini come essere viventi con delle emozioni e dei sogni.
        Oggi gli uomini sono solo fornitori e consumatori di beni e servizi che devono vivere solo per essere sempre più efficienti in modo da produrre e consumare sempre più beni e servizi.

  • nevenbridge

    se l’italia fosse una repubblica fondata sull’offerta e domanda di beni e servizi cosa accadrebbe?
    Il lavoro è un servizio fornito dalle persone. Non tutte le persone hanno capitale o capacità per fare impresa in maniera competitiva.
    Se c’è un esubero di offerta di lavoro questo si svaluta.
    L’unico mezzo di sussistenza per la maggior parte degli uomini è il lavoro.
    L’unica soluzione per un uomo non in grado di sostenersi in maniera dignitosa neanche attraverso il lavoro è morire.
    Un uomo che deve morire probabilmente deruba o ammazza l’uomo che ha la ricchezza.

    Fondare una comunità su offerta e domanda porta all’autodistruzione della società.
    E’ un modello incompatibile con la civiltà.
    Il lavoro fa sentire le persone utili, il lavoro porta le persone a collaborare e aumenta la coesione e l’interdipendenza all’interno di una comunità (dunque porta felicità), il lavoro tende a migliorare la società attraverso la creazione di ricchezza. Il lavoro è una buon fine.

    Vorrei aggiungere, cose come la democrazia e la felicità sono roba assolutamente inefficiente.

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