Priorità è sabotare l’incontro Trump-Putin al G20. E da New York, arriva l’avviso all’Italia. Stile 2011

Di Mauro Bottarelli , il - 34 commenti


“Donald Trump ha forti relazioni con Angela Merkel, vanno d’accordo. Anzi, il loro rapporto è alquanto incredibile”. Parola del portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, rispondendo ad una domanda sulle presunte frizioni tra i due leader. Di più, il presidente USA “vede non solo la Germania ma anche il resto dell’Europa come un importante alleato americano”. Distensione, dopo gli attacchi incrociati degli ultimi giorni? Chissà, di certo c’è che se esiste un attrito diplomatico davvero pericoloso è quello sviluppatosi tra Francia e Russia, dopo la visita ufficiale di Vladimir Putin a Emmanuel Macron lunedì scorso, condita dalle dure accuse di quest’ultimo verso le presunte ingerenze dei media russi nella campagna elettorale per le presidenziali francesi.

E a dare l’idea della serietà della situazione, ci ha pensato lo stesso Putin, intervistato dal quotidiano “Le Monde”: “Tutto ciò che la Russia e le capitali occidentali vogliono è sicurezza, pace e cooperazione. Per questo, non dovremmo creare tensioni o inventare fantasiose minacce da parte della Russia, come quella di guerra ibrida. Qual è il principale problema legato alla sicurezza, oggi? Il terrorismo. Ci sono attentati in Europa, a Parigi, in Russia, in Belgio. C’è guerra in Medio Oriente. Questa è la maggior preoccupazione. Ma, invece, si continua con le speculazioni riguardo le minacce russe. L’Occidente ha creato da solo queste cose e ora le usa per spaventarsi e pianificare le proprie prospettive politiche. Questo spin anti-russo è causato da coloro i quali hanno perso le elezioni negli Stati Uniti e non riescono ad affrontare la realtà”. Insomma, il dito di Putin è puntato dritto dritto sul Deep State. E, avendo avanzato l’accusa dopo le intemerate di Macron contro RT e Sputnik, appare chiaro il collegamento: Macron ne è rappresentante.

E a far capire la serietà della situazione ci ha pensato proprio il fuoco di artiglieria messo in campo dalla Russia contro l’Eliseo. “Macron non ha prodotto uno straccio di prova e le sue dichiarazioni minacciano la libertà di stampa e il giornalismo in generale”, ha tuonato nel suo editoriale di martedì Russia Today, definito da Macron – insieme a Sputnik – “non organi di informazione ma di propaganda menzognera durante la sua campagna elettorale”. E la risposta non si è fatta attendere: “Nonostante il bombardamento quotidiano di fake news rivolte contro ogni cosa che faccia la Russia, dall’ospitare le Olimpiadi di Sochi al combattere l’Isis, sarebbe incoraggiante sapere che almeno i leader di Stato siano immuni da tale sfacciata propaganda. E’ triste ma questo non sembra essere il caso del presidente francese, che così ha fissato un disastroso precedente per altri leader del Continente, specialmente durante una stagione elettorale, quando c’è la tentazione di usare la carta russa”.

E’ stato poi il turno del ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, a detta del quale “le accuse di Macron sono il risultato della campagna anti-russa lanciata dall’amministrazione Obama, che ha investito un certo numero di Paesi occidentali. La cosa più importante di queste accuse è che non vediamo alcuna prova”. E quale fu la colpa di RT e Sputnik? A febbraio avevano pubblicato voci su una presunta “doppia vita” di Macron, in particolare riguardo a una ipotetica love story segreta – subito seccamente smentita dal diretto interessato – con il presidente di Radio France, Mathieu Gallet. Il team elettorale di Macron ha inoltre accusato Mosca di ingerenze nella campagna presidenziale evocando, tra l’altro, attacchi informatici “organizzati e convergenti” provenienti dai “confini” della Russia. Insomma, la terrificante ingerenza sarebbe consistita nel riportare la “voce” che tutti conoscono e che i giornali francesi hanno più volte fatto filtrare, ovvero l’omosessualità di Macron? E poi, cos’altro, l’attività di presunti hacker? Anche a Washington hanno provato questa strada ma gli è andata maluccio.

Più interessante, invece, sarebbe indagare sulla scelta della Commissione elettorale francese di mettere il bavaglio, attraverso la minaccia di procedimenti penali, a tutta la stampa riguardo il contenuto delle mail hackerate alla vigilia del primo turno: come mai, in quell’occasione, nessun giornale, radio o tv si appellò al sacro diritto/dovere di informare? Sono RT e Sputnik i servi del potere o anche Oltralpe non si scherza? D’altronde, come stiano le cose appare chiaro: un sondaggio Kantar-Sofres-OnePoint per Le Figaro, RTL e LCI, pubblicato stamattina, conferma infatti che Macron godrebbe di una comoda maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale nel voto di giugno. Il movimento “La République en marche” è in effetti accreditato del 31% delle intenzioni di voti, un aumento di 7 punti rispetto al precedente sondaggio realizzato prima del secondo turno delle presidenziali. Un vero miracolo per un movimento nato da zero. Un miracolo oppure un’operazione preparata a tavolino e a colpo sicuro. Per uno scopo preciso.

L’intreccio, infatti, appare quasi diabolico. Se infatti dall’America arrivano voci di un Mike Flynn che sarebbe pronto a fornire documenti legati al Russiagate a quella stessa Commissione intelligence del Seanto cui si è negato finora, nonostante quattro mandati di comparizione o deliri di poveri pazzi come il senatore John McCain – “L’Isis può fare cose terribili ma la Russia può distruggere le fondamenta stesse della democrazia”, ha dichiarato: d’altronde, i figli so piezz e core -, appare l’Europa il centro della campagna destabilizzante russofoba. E la priorità pare definita: sabotare il primo faccia a faccia fra Donald Trump e Vladimir Putin, previsto a latere del G20 dei prossimi 7 e 8 luglio ad Amburgo. Il che non significa evitare che avvenga, bensì creare condizioni tali da renderlo propedeutico a un’accelerazione del Russiagate.

Se infatti la russofobia, da qui a poco più di un mese, sarà debitamente salita oltre il livello di guardia, Donald Trump si troverà costretto da un lato a sposare la linea dura che vuole il Deep State e, dall’altro, a scegliere tra il disgelo con Mosca o la continuità con gli alleati europei, i quali come vedete stanno già piazzando mine anti-uomo ovunque per dipingere il Cremlino come la centrale del disordine e del male mondiale. E, in questo quadro, assume toni ancora più preveggenti la minaccia di Macron a Putin sulla Siria – “In caso di uso di armi chimiche, la risposta sarà automatica” -, non tanto come carattere di rappresaglia bellica, quanto di reazione diplomatica che arrivi a prospettare se non l’embargo, l’isolamento totale di Mosca. Magari prima del G20. Donald Trump, di fatto, oggi come oggi è il proxy nella guerra fra il Deep State e la Russia, con in controluce il bersaglio grosso in Medio Oriente, ovvero l’Iran.

E mentre il mio primo caffè del mattino è coinciso con le cronache dei tg del sanguinoso attentato a Kabul, 50 morti e oltre 40 feriti, immediatamente attribuito ai talebani come segnale per l’inizio del ramadan (segnale un po’ ritardato ma, si sa, se parli con i russi per un tavolo di mediazione, a volte certe cose accadono), ecco che quanto pubblicato lunedì sul “New York Times” si staglia sotto una luce differente. Due giorni fa, infatti, il quotidiano che insieme al “Washngton Post” sta montando una campagna degna del Watergate sui presunti rapporti inconfessabili fra Trump e il Cremlino, affidava alla penna del suo corrispondente dall’Italia, Jason Horowitz (tra l’altro, passato proprio dal “Post” al “Times”), un articolo che appariva come una messa in guardia. Non tanto al presidente USA o a quello russo ma al nostro Paese. Per Horowitz, dopo il G7 di Taormina, l’amministrazione Trump potrebbe infatti “tornare alla nuova, normale disattenzione nei confronti dell’Italia”.

E con quale la conseguenza? Che il vuoto lasciato dagli Stati Uniti venga riempito dalla Russia: “Mosca sta assiduamente corteggiando l’Italia, Paese che una volta aveva il più forte Partito comunista fuori dal blocco sovietico e che molti analisti considerano il ventre molle dell’Unione Europea”. E ancora: “A Roma, Donald Trump non ha ancora nominato un ambasciatore, rinunciando ad un campo di gioco geopolitico che sta sfruttando l’ambasciatore russo, Sergei Razov. La sua diplomazia energica – scrive il giornale, preannunciando “un suntuoso banchetto” nella residenza di Villa Abamelek per il 12 giugno prossimo, in occasione della Festa nazionale russa – come buona parte della costruzione delle relazioni con la Russia avviene alla luce del sole ma c’è il timore tra funzionari italiani, europei ed americani che Mosca stia anche usando lo stesso genere di influenza dietro le quinte e confusione sui media impiegati negli Stati Uniti e altrove per creare un’inclinazione italiana a favore della Russia”.

Certo, l’assenza della nomina dell’ambasciatore USA a Roma può destare preoccupazione, visto il valore geostrategico del nostro Paese ma la visita di Trump e il suo atteggiamento al G7 hanno parlato chiaro: ritiene tutto ciò che non è America un vassallo, quindi non lo sfiora l’idea che non aver ancora scelto un nome per Villa Taverna possa essere letto come un atto politico con doppi fini. A spaventare, invece, è il tono dell’editoriale, soprattutto quando cita “funzionari italiani, europei ed americani” spaventati dall’attivismo di Mosca per ingraziarsi Roma. Le visite di Paolo Gentiloni da Vladimir Putin lo scorso 17 maggio ha allarmato così tanto il Dipartimento di Stato? Troppo morbido, aperto e accondiscendente per i desiderata da Guerra Fredda del Deep State?

Oppure a spaventare è stata la visita, cordiale e molto proficua, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dello scorso aprile? Il nostro capo di Stato ebbe infatti parole di apertura verso Mosca, di cui riconobbe il ruolo fondamentale anche nel Mediterraneo. Ma, forse, furono le parole di Putin a inquietare, visto che proprio al termine dei colloqui con Mattarella e incalzato dai giornalisti, il presidente russo disse di aspettarsi nuovi attacchi chimici come quello accaduto a Idlib, in Siria e, più in generale, uno scenario stile 2003, con una serie di bugie che spianino la strada a un intervento armato. Allora fu l’Iraq, oggi la Siria. Sarà per questo timore americano, forse, che magicamente si è trovato in un lampo un accordo generale sulla nuova legge elettorale e si vola verso elezioni anticipate in autunno? Quale sorpresa ha in serbo il Deep State per fine anno, tale da necessitare governi europei tutti allineati e fedeli?

Guarda caso, in Europa entro dicembre avranno votato quasi tutti: Francia, Olanda, Gran Bretagna, Austria, Germania, quasi certamente l’Italia e forse anche la Spagna, visto che potrebbe saltare il sostegno socialista al governo Rajoy, dopo il “miracoloso” e inaspettato cambio di segretario al congresso di due settimane fa. Più che il 2003, sembra il 1993. O forse il 2011, quando l’America non mosse un dito per salvare l’alleato Berlusconi dall’attacco speculativo che portò Mario Monti a Palazzo Chigi: troppo stretto e sbandierato il legame dell’uomo di Arcore con Vladimir Putin, occorreva rimettere in riga il Paese-colonia per antonomasia. E, guarda caso, anche all’epoca tutto partì dalla Germania, con la vendita di 9 miliardi di titoli di Stato del nostro Paese da parte di Deutsche Bank. Poi, ci pensarono Commissione UE e BCE con la famosa lettera. E anche oggi, il Deep State non ha tempo da perdere, la russofobia è necessaria. E l’Italia è avvertita.

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