Quello in atto è davvero un golpe contro Trump o solamente un’astuta pantomima per rafforzarlo?

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


Ci ho riflettuto parecchio l’altra notte, visto che non riuscivo a dormire e mi sono lanciato in una rassegna stampa globale dell’affaire Trump, ovvero l’accerchiamento che sta sostanziandosi nei confronti del presidente USA per il cosiddetto Russiagate, definito dallo stesso inquilino della Casa Bianca “la più grande caccia alle streghe della storia”. Memorandum, file audio, indiscrezioni, nomine di procuratori speciali: in tre giorni la parola impeachment è passata da tabù a normale ornamento di ogni titolo di giornale che si riferisse agli Stati Uniti. Di fatto, l’idea è quella di un piano per eliminare politicamente Trump, un golpe mediatico e incruento orchestrato dal Deep State attraverso una delle sue componenti più attive, i mass media. Poi, però, la memoria ti ricorda questo

e diventa difficile fare appello alla discontinuità in politica estera come motivo di eliminazione del presidente, visto che proprio oggi sbarcherà in Arabia Saudita per concludere contratti per oltre 200 miliardi di dollari – forniture di armi incluse, con somma gioia degli yemeniti – e dar vita al progetto di “NATO araba” per fronteggiare il terrorismo e, soprattutto, “fare muro contro l’Iran” (che oggi sceglie il suo presidente). Ryad avrà un ruolo centrale in quella che Trump definisce “un’architettura per la sicurezza nazionale”, quindi la vecchia partnership non solo non si è rotta ma, anzi, gode di ottima salute. Vogliamo parlare della politica economica del governo? Totalmente in mano a ex manager o lobbysti di Wall Street, tanto che Bloomberg si è spinta a questo titolo

per dire chiaro e tondo che, al netto degli annunci, le grandi banche possono dormire fra due guanciali riguardo la regolamentazione fra ramo finanziario e commerciale promessa in campagna elettorale.

Ma c’è di più. Quando CNBC, non un blog complottista, arriva a pubblicare un post simile,

non vi pare che qualcosa non torni? Un’agenzia più che establishment, legata al mondo finanziario, denuncia en plein air che in America si sta compiendo un colpo di Stato attraverso le accuse legate al Russiagate? Ecco alcuni passi dell’articolo di Jake Novak: “C’è, ovviamente, una reazione alla storia relativa al fatto che Donald Trump abbia rivelato informazioni sensibili nel corso di un meeting alla Casa Bianca con funzionari russi la scorsa settimana. Ma il presidente Trump non ha commesso alcun reato. La notizia veramente allarmante è che il presidente eletto degli Stati Uniti appaia il bersaglo di un colpo di Stato politico. Primo, siamo chiari: il presidente Trump sarà sciatto, arrogante e può aver preso decisioni sbagliate nel suo breve tempo alla Casa Bianca, inclusa la rimozione del direttore dell’FBI, James Comey e la scelta come consigliere della sicurezza nazionale di Michael Flynn. E se ha compromesso la fonte delle informazioni sensibili che ha condiviso con i russi, deve vergognarsi. Ma un presidente non può essere rimosso dal suo ufficio per arroganza e sciatteria…”. Insomma, una difesa su tutta la linea, anche un po’ goffa e dozzinale e una chiara indicazione: Trump è vittima di un golpe politico. E che dire di questo,

BOOM! Dennis Kucinich: Deep State Is Trying to Take Down a President – It Needs to Stop

andato in onda su FOX News: Dennis Kucinich, appartenente al Partito Democratico, ambientalista e membro della Camera dei rappresentanti dal 1997 al 2013 per lo Stato dell’Ohio, cosa dice? “Il Deep State sta cercando di abbattere Trump, è ora che smetta!”. Ovvero, l’uomo che il 6 novembre del 2007 presentò alla Camera una richiesta di impeachment per Dick Cheney per manipolazione dei dati di intelligence, affinché legassero l’Iraq ad Al-Qaeda e giustificassero la guerra, ora si schiera acriticamente al fianco di un presidente che nelle sue priorità di politica estera ha già dimostrato un livello di bellicismo non indifferente, oltre ad aver fatto carta straccia degli Accordi di Parigi sul clima? Sarà ma a me tutta questa faccenda puzza. Parecchio.

Tanto più che, al netto del tossico che ha fatto gridare all’attentato a Times Square, ieri la notizia dell’audio ascoltato dal “Washington Post” relativo alla confessione di un deputato repubblicano sui soldi che Putin garantirebbe a Trump, ha permesso di silenziare la vera e propria bomba – non smentita finora da alcuno – rilanciata mcclatchydc.com. Ovvero, il fatto che l’ex capo della sicurezza nazionale, il generale Mike Flynn, fosse un agente per conto del governo turco, dal quale ha ottenuto 530mila dollari per un compito preciso: bloccare la fornitura di armi pesanti ai curdi per la liberazione di Raqqa. La decisione fu presa 10 giorni prima dell’insediamento di Donald Trump come presidente, quando ancora si era nel periodo di transizione dei poteri, la cosiddetta “lame duck session”: Susan Rice, consulente per la sicurezza di Barack Obama, decise che era giusto consultare Flynn, visto che quella decisione sarebbe diventata operativa con Trump già alla Casa Bianca e che la firma sarebbe stata la sua.

E Flynn non ebbe dubbi: nonostante il sì del Pentagono, quello che sarebbe diventato – per poco tempo – capo della sicurezza nazionale disse di mettere il piano in stand-by. Le armi ai curdi siriani non dovevano arrivare. E guarda caso, pochi giorni fa, la Casa Bianca ha improvvisamente e unilateralmente deciso invece di inviare armamento pesante al PYG, facendo infuriare Erdogan, il quale l’altro giorno – proprio durante l’incontro con Trump a Washington – ha detto che, in caso le armi arrivino davvero ai curdi, Ankara reagirà senza consultarsi preventivamente con nessuno. E, altra coincidenza, la decisione di Trump è giunta dopo l’accordo di Astana fra Iran, Russia e Turchia per la creazione di zone cuscinetto in Siria. Insomma, gli ambivalenti e un po’ ambigui rapporti tra Washington e Ankara degli ultimi mesi partono viziati di fondo: il peccato mortale di Flynn non era il rapporto con l’ambasciatore russo a Washington ma l’essere, di fatto, un agente del governo turco infiltrato alla Casa Bianca. Ma, ovviamente, di questo i giornali non parleranno. Dell’audio del “Washington Post”, invece, sì.

Su quanti tavoli si sta giocando la partita statunitense? Quello in atto contro Trump è davvero un colpo di Stato strisciante per ottenerne l’eliminazione del potere o soltanto un abile gioco di specchi, visto che gli interessi geopolitici di Deep State e amministrazione USA per ora sono coincidenti? Non sembrano anche a voi un po’ troppo palesi e marchiani gli errori in cui stanno incorrendo i potenziali congiuranti? Dal forno di Assad alla denuncia di Comey all’audio del “Washington Post”, tutto è stato di fatto smentito e ridimensionato in pochi giorni: nulla che abbia inferto il colpo fatale a Donald Trump, il quale oggi raggiungerà Ryad con un bell’assegno da 40 miliardi da incassare per opere infrastrutturali (al netto di un sondaggio Gallup dello scorso febbraio, il quale vede solo il 31% degli americani favorevoli a investimenti diretti sauditi, anche in relazione alla causa per le vittime dell’11 settembre) e poi raggiungerà Israele con volo diretto, il primo che colleghi Ryad a Tel Aviv senza scalo.

Simbolismo? Penso che potremo capire di più al G7, quando Donald Trump avrà colloquiato con i due potenti alleati e, forse, renderà nota la sua posizione con maggiore chiarezza: il nodo, di fatto, resta la Siria. Ma non tanto Assad, al netto del bombardamento di ieri contro milizie filo-lealiste nel sud del Paese (pare addirittura concordato con Mosca), quanto il ruolo di Hezbollah: in parole povere, la questione cardine resta l’Iran. E questo mette d’accordo tutti: Deep State, Pentagono, Arabia Saudita, Israele, membri OPEC e Casa Bianca. Siamo nel pieno di una cortina fumogena senza precedenti? Comincio a far fatica a seguire piste e indizi e devo ricredermi sul fatto che sia la disperazione a guidare le mosse di chi orchestra il vero potere a Washington: c’è della genialità dietro questa pantomima. Ancorché molto pericolosa.

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