Restringere l’offerta di moneta condurrà ad un bust

Di Francesco Simoncelli , il - Replica

di Frank Shostak

I policymaker della FED sono del parere che una politica dei tassi d’interesse corretta, potrebbe condurre l’economia su un sentiero di stabilità economica e bassa inflazione dei prezzi. L’idea è quella di portare i tassi d’interesse in linea con quello che viene chiamato tasso d’interesse “naturale”. Si crede che tale tasso sia coerente con la stabilità dei prezzi e un’economia equilibrata.

Ciò che è necessario, dunque, è che i policymaker della FED conducano con successo il tasso dei fondi federali verso questo tasso d’interesse naturale.

Uno degli strumenti che stanno impiegando nel loro processo decisionale, è la Taylor Rule. Questa regola è stata progettata per fornire un’indicazione ai policymaker della FED in relazione al livello “corretto” del tasso dei fondi federali per un determinato stato d’inflazione dei prezzi ed output gap. Serve a fornire ai policymaker una misura indicativa per quanto riguarda le misure “corrette” che devono introdurre per raggiungere il tasso naturale.

Il tasso d’interesse ottenuto dalla Taylor Rule è determinato dalle variazioni dell’indice dei prezzi, il tasso d’interesse reale all’equilibrio (che si presume sia al 2%), la differenza tra l’inflazione dei prezzi e l’obiettivo d’inflazione (moltiplicato per 0.5). L’obiettivo d’inflazione si presume che sia il 2%. Infine la regola è determinata dall’output gap espresso in termini percentuali. L’output gap è la differenza tra prodotto interno lordo reale e prodotto interno lordo potenziale reale (anch’esso moltiplicato per 0.5).

Taylor Rule = inflazione dei prezzi + 2 + 0.5 * (inflazione dei prezzi – 2) + 0.5 * (output gap)

Guardando al passato, la regola ha seguito i movimenti del tasso dei fondi federali piuttosto bene.

Secondo la Taylor Rule il tasso dei fondi federali doveva essere impostato al 3.62% il settembre scorso, rispetto all’entità del tasso effettivo allo 0.5%.

Data la distanza di 3.12 punti percentuali tra la Taylor Rule ed il tasso dei fondi federali effettivo, i policymaker della FED sono risultati troppo espansivi per quanto riguarda la loro politica dei tassi d’interesse. (Il tasso dei fondi federali è attualmente allo 0.75%.)

Si potrebbe però obiettare che la regola è valida solo se i policymaker della FED la seguissero ciecamente, cosa che non accade mai.

Nel discorso preparato per lo Stanford Institute for Economic Policy Research, il presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, ha espresso dubbi circa l’uso di una formula rigida per impostare i tassi d’interesse. Ha detto che la FED consulta una serie di regole, tra cui quella sviluppata dal professor John Taylor, per impostare le sue decisioni riguardo i tassi. Ma ha escluso un affidamento automatico a tali regole, perché non forniscono la necessaria flessibilità durante il verificarsi di diversi shock.

Nel suo discorso, ha suggerito che la banca centrale americana dovrebbe continuare ad aumentare i tassi d’interesse lentamente per salvaguardare i posti di lavoro e mantenere bassa l’inflazione. “Considero prudente regolare l’orientamento della politica monetaria in modo graduale nel tempo.”

La Yellen ha avvertito che un ritardo nella stretta monetaria potrebbe far salire l’inflazione e costringere la FED ad aumentare i tassi in risposta, gettando nel caos l’economia. Questa minaccia può essere evitata se i rialzi dei tassi sono più graduali.

Ma ha detto che “non sarà facile” trovare un percorso che possa favorire una forte crescita dei posti di lavoro e un’inflazione al 2%, date le incertezze della crescita globale, la crescita lenta della produttività interna e un cambiamento nelle politiche fiscali.

Sfortunatamente una stretta monetaria graduale non può impedire un successivo bust. I bust rappresentano la pulizia inevitabile di quelle attività che emergono a seguito di una politica monetaria allentata. Queste attività si sviluppano grazie a tale linea di politica e scompaiono quando questo intervento distorsivo scompare — non possono sopravvivere senza il sostegno continuo di una banca centrale “accomodante”. Le distorsioni causate da questi interventi causano danni ingenti all’economia — sottraendo investimenti alle attività creatrici di ricchezza.

Da questo punto di vista, una posizione monetaria più ristretta deve essere accolta a braccia aperte dai creatori di ricchezza, in quanto meno ricchezza verrà deviata verso attività che la sprecheranno.

È ingenuo credere che le difficoltà economiche possano essere evitate da una stretta monetaria graduale. Un rialzo graduale dei tassi d’interesse causerà dolore economico dapprima alle attività marginali. Dopo tot. tempo tale dolore si estenderà ad altre attività e condurrà al calo dei prestiti bancari — prestito a riserva frazionaria o prestito “dal nulla” — cosa che a sua volta acuirà la crisi economica.

Se la percentuale di attività creatrici di ricchezza rispetto alle attività che la sprecano è abbastanza grande, allora l’impatto della scomparsa delle attività che sprecano ricchezza potrà essere facilmente attutito, poiché gli individui hanno più possibilità di essere assorbiti nelle attività creatrici di ricchezza.

Una stretta monetaria graduale ritarderà semplicemente il processo di aggiustamento, impedendo così una pronta guarigione del processo di creazione di ricchezza reale e quindi dell’economia.

Infatti la FED di Greenspan tentò l’approccio graduale, il quale culminò con una grave recessione. Tra l’ottobre 2004 ed il giugno 2006, la FED restrinse la sua posizione riguardo i tassi d’interesse rialzando gradualmente i tassi dei fondi federali dall’1.75% nell’ottobre 2004 al 5.25% a giugno 2006. Ogni volta la FED li rialzava con incrementi dello 0.25%.

A quel tempo Greenspan, come la Yellen, era del parere che una stretta monetaria graduale avrebbe evitato un grave bust. Questo invece è stato esattamente quello che abbiamo ottenuto, quando l’economia degli Stati Uniti ha subito un crash enorme nel 2008, nonostante una politica graduale di restringimento monetario.

L’implicazione è chiara: la FED e gli analisti economici hanno torto se credono che l’uso della Taylor Rule — o di qualsiasi altra regola — possa in qualche modo ridurre i rischi di una recessione economica dopo l’inizio di una posizione monetaria più ristretta.

Quello che stanno cercando di fare i vari sostenitori di queste “regole” e di altre forme d’intervento sul mercato, è impostare un livello “giusto” per il tasso di interesse. Questo livello, tuttavia, può essere impostato solo in un mercato senza ostacoli. Un tale tasso d’interesse non può essere conosciuto senza liberare il mercato dalle manomissioni della FED.

Con un tasso d’interesse impostato dal libero mercato, il problema sistemico della cattiva allocazione delle risorse non emergerebbe affatto, né emergerebbe la maledizione dei cicli economici che spuntano fuori a seguito dell’ingerenza della banca centrale. Ovviamente le aziende possono sempre commettere errori, però questi errori verrebbero corretti e non si sedimenterebbero creandone altri.

Affinché i policymaker della FED possano essere in grado di stabilire il percorso “corretto” verso un tasso d’interesse naturale, dovrebbero conoscere le preferenze temporali degli individui, cosa che non può essere definita ex ante. Una cosa che sappiamo, però, è che ogni linea di politica che va ad indebolire il processo di creazione della ricchezza reale tende ad innalzare le preferenze temporali degli individui — spingendo in su i tassi d’interesse reali.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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