Saranno ignoranza, emotività e paura a ucciderci, prima del “terrorismo”. Oltre al danno, c’è la beffa

Di Mauro Bottarelli , il - 126 commenti


Alla fine, come da copione, è arrivata la solita, delirante rivendicazione dell’Isis e, stando alla CBS, abbiamo anche il nome del 23enne attentatore di Manchester: si tratterebbe di Salman Abedi, cittadino britannico di origini libiche già noto alle forze di polizia. La litania è la solita: prima Rita Katz lancia briciole ai pescecani per farli ingolosire e poi, col contagocce, escono sempre più dettagli. Spesso incoerenti ma non importa: ciò che conta è che siano in linea con la narrativa ufficiale. Cosa importa, ad esempio, che la notizia del kamikaze in azione l’abbiano data funzionari americani, ripresi da SkyNews e che un’altra fonte USA, la CBS, di fatto faccia un clamoroso spoiler a nientemeno che il primo ministro britannico, Theres May, la quale meno di due ore prima aveva detto che l’identità era nota ma non si poteva rivelare.

Grandi questi americani, pur essendo a chilometri di distanza, sono sempre sul pezzo: Giucas Casella gli fa una pippa. E che dire, poi, delle incongruenze tra versione ufficiale e comunicato dell’Isis? La prima ancora accredita la pista del Kamikaze, il secondo parla di un soldato che ha piazzato degli ordigni: qui, in un caso è ridotto a brandelli e nel secondo è vivo. E se non è stato arrestato, si è dato alla macchia. E’ tornato, come narrano le cronache, a camminare per strade recitando ad alta voce versetti e cori islamici: uno che non dà nell’occhio, quindi, il terrorista perfetto. Per questo chiudo qui il racconto della cronaca, tanto ne sentirete di tutti i colori ovunque, giornali, radio, tv e Rete, per giorni. In attesa di una patente iraniana o un certificato di vaccinazione siriano, fatevi voi un’idea. Io la mia ce l’ho e l’ho scritta questa mattina. Ora, invece, mi pare interessante vedere cosa è successo in questa giornata, mentre tutti gli occhi e le orecchie da coniglio erano rivolte verso Manchester.

Prima di partire per l’Italia e dopo aver incontrato Abu Mazen a Betlemme, Donald Trump ha dedicato l’ultima tappa mediorientale al Museo di Israele. Ecco le sue parole: “La mia amministrazione starà sempre con Israele. Questa è la mia promessa a voi. I leader dell’Iran chiedono la distruzione di Israele ma non succederà con Donald Trump, l’Iran non avrà armi nucleari. Hamas ed Hezbollah lanciano missili contro obiettivi civili in Israele. Il mondo deve riconoscere il ruolo cruciale di Israele”. Poi, un’altra uscita ad effetto: “Nessuna nazione può tollerare l’uso di armi chimiche”. Insomma, l’elogio parossistico di Israele come centro del bene mondiale (mancava la richiesta di circoncisione obbligatoria) e una diretta sparata, l’ennesima, contro l’Iran, non senza scordare Assad con le presunte armi chimiche. E sapete chi ha scritto il discorso di Trump, così come quello tenuto domenica in Arabia Saudita, altrettanto duro e diretto verso l’Iran? Il suo senior policy adviser, il neo-con Stephen Miller.

E di chi è allievo quest’ultimo? Nientemeno che David Horowitz, il cantore dell’invasione irachena di George Bush e assertore della teoria del “Grande satana” verso Teheran. Insomma, cambiano le amministrazioni ma l’ossessione degli apostoli del “Nuovo secolo americano” resta la stessa: l’Iran. Questa cartina

ci dimostra lo stato dell’arte: l’insider script rimane lo stesso, occorre il cambio di regime a Teheran. E per farlo vale tutto, persino giocare una partita parallela contro gli alleati del nemico. Ecco, quindi, la stoccata alla Siria sulle armi chimiche e, soprattutto, quanto dichiarato oggi pomeriggio dall’ex capo della CIA, Paul Brennan, di fronte all’House Intelligence Committee: “Ero a conoscenza di informazioni di intelligence che rivelavano contatti e interazioni tra funzionari russi e personale della campagna elettorale di Trump ed ero preoccupato perché conosco la capacità dei russi di contattare questi individui. In tal senso, penso che l’indagine dell’FBI abbia buone fondamenta”.

Interrogato dal deputato repubblicano della Florida, Tom Rooney, sul fatto se ci fossero prove di collusione dei russi quando era direttore della CIA, Brennan ha risposto che “ero preoccupato dal numero di contatti che i russi avevano con cittadini statunitensi”. Direte voi, tutta acqua al mulino del Russiagate. Certo ma con le telecamere del mondo che ti dipingono come messaggero di pace e anti-terrorismo, sempre meglio che esca quello sui giornali piuttosto che questo,

ovvero il fatto che da più parti emergano testimonianze di insider di Washington su come i dubbi relativi alla morte di Seth Rich, il dipendente del Comitato elettorale democratico e spia di WikiLeaks, stiamo facendo letteralmente cagare addosso gli alti vertici del DNC. E ancora direte, quello riguarda la Clinton, per Trump sarebbe solo meglio. No, sarebbe stato meglio in campagna elettorale, ora sta lavorando per il Deep State e quest’ultimo ha bisogno dell’integrità del sistema statunitense di fronte alla sfida lanciata dall’asse del male Russia-Iran-Siria. E poi, è sempre meglio il Russiagate che dover rendere conto di fronte a una nazione non anestetizzata dal fantasma dell’Isis e del Cremlino del fatto la Casa Bianca si appresta a proporre un piano di bilancio per il 2018 da 4.100 miliardi di dollari, che taglierà drasticamente tutti i programmi per i più poveri, dalla sanità ai buoni spesa per i prestiti universitari e i pagamenti delle disabilità.

Il documento propone un aumento delle spese militari del 10%, oltre 2,6 miliardi per la sicurezza dei confine – inclusi 1,6 miliardi per iniziare il muro col Messico – una forte riduzione fiscale e una crescita del Pil del 3%. Nella nuova struttura di bilancio, guardando al prossimo decennio l’amministrazione prevede tagli da 3.600 miliardi di dollari di spesa pubblica con la riduzione dei fondi destinati al programma sanitario Medicaid per le famiglie a basso reddito, dei “food stamp” utilizzati per l’assistenza alimentare supplementare e dei sussidi alla disabilità. Ecco l’uomo che combatte contro le elites, ecco l’America great again: come al solito, dollari a pioggia per il comparto bellico industriale e tagli per la classe media proletarizzata dalla crisi. E se queste


sono state le reazioni della Borsa agli ultimi attacchi a Parigi e Londra, questa

è stata la reazione alla strage di Manchester. Ancora dubbi sull’utilità vitale del warfare e sul fatto che l’America, intesa come perno del sistema finanziario globale, abbia bisogno di un conflitto in tempi brevi?

E, guarda caso, del piano di politica economica 2018 fa parte anche la vendita di metà delle riserve petrolifere strategiche USA, una notizia che ha fatto terminare il rally di quattro giorni del greggio, salito fino ad allora sopra quota 51 dollari al barile. E perché mai Trump dovrebbe voler comprimere le valutazioni del petrolio? Perché dopodomani a Vienna si riunisce l’OPEC per decidere su un prolungamento dei tagli alla produzione che favoriscano appunto un aumento dei prezzi, dando un po’ di sollievo a un mercato bloccato dall’eccesso di offerta. Ma se arrivi ai colloqui con il petrolio in rally, magari qualcuno – tipo la Russia – nicchia, mentre con questo bello shock derivante dal budget statunitense servito su un piatto d’argento, sarà più facile per il nuovo super-amico di Trump, l’Arabia Saudita, strappare un accordo che lo faccia respirare a livello di introiti, a fronte di Iran e Iraq che le stanno scippando sempre più quote di mercato.

Per questo dico che gli occhi su Manchester, oggi, hanno fatto molto comodo. A tanti. Questo non vuol dire che non ci siano in Europa dei pazzi pronti a uccidere in nome di Allah, anzi, ma, al netto del fatto che tutti gli attentatori finora entrati in azione erano noti e controllati dagli apparati di sicurezza, c’è il forte dubbio in me che gli stessi vengano lasciati agire liberamente quando fa più comodo. Se non aizzati. Per questo eviterei atteggiamenti alla Fallaci o collegamenti diretti tra sbarchi di migranti e terrorismo: i presunti terroristi che finora hanno sparso morte in Europa non erano migranti ma immigrati di secondo o terza generazione, presunti integrati.

Chi arriva qui ora va fermato per evitare un’invasione che porti a una sorta di rivoluzione sociale nelle nostre società ma si tratta di gente che vuole il wi-fi e le scarpe all’ultimo grido, vuole le donne e i vestiti, non le presunte vergini di Allah: almeno per la stragrande maggioranza dei casi. Se sarà manovalanza, lo sarà a basso costo per caporali e Confindustria, non per l’Isis. Entrambe i fenomeni vanno contrastati ma con metodi e finalità diverse, altrimenti è un attimo ritrovarsi sulla sponda di chi argomenta in modo tale da ritenere davvero Donald Trump uno che combatte il terrorismo attraverso l’asse con Ryad e Israele. Il cortocircuito è dietro l’angolo, se non restiamo freddi e cediamo invece all’emotività che ci impongono quei volti di bambina massacrati a Manchester.

Poco fa, nella sua mini-maratona, l’ormai neo arruolato nelle fila dei neo- con nostrani, Enrico Mentana, si è tramutato in Vittorio Gassman per scandire con voce drammatica che una delle vittime aveva solo otto anni, O-T-T-O A-N-N-I. E’ vero, spezza il cuore e taglia il fiato. Ma, fuori di ipocrisia, 10-15 bambini morti al giorno in Siria, Iraq o Yemen sono la normalità: si muore per l’Isis, la fame, i missili sauditi venduti da Obama prima e Trump poi, per quelli americani sparati alla cazzo. Anche per quelli di Assad, a volte, non lo nego. Sono meno bambini? Hanno meno diritto a vivere? No, però – siamo sinceri – non ce ne frega un beato cazzo, salvo non servano per incolpare il mostro di turno a fini politici. Mai scindere la mano che aziona il timer da quella che ha fornito o pagato la bomba o creato l’occasione di piazzarla, altrimenti siamo finiti, morti prima di morire.

Pensate, per le coincidenze della storia, oggi ricorrono i 25 anni dalla strage di Capaci, in cui la mafia uccise il giudice Giovanni Falcone, la compagna e la scorta. Ma cosa disse lo stesso Falcone, parlando della bocciatura della sua nomina a capo della Procura da parte del CSM, lo stesso organo che oggi lo ricordava contrito e commosso? “Lo avete capito che così mi hanno consegnato alla mafia?”. Al netto dell’emozione, che capisco e delle convinzioni di ognuno, che rispetto profondamente, lo schema Falcone-CSM – denunciato dallo stesso giudice – non potrebbe funzionare anche per quel brand chiamato Isis? Ignorare troppo soggetti ed azioni che rendono possibili o facilitano certi avvenimenti con i loro comportamenti, solo perché i protagonisti hanno le mani pulite, fa proliferare i pazzi. E rafforza il marketing del terrore, primario alleato di anime nere e capitani di ventura che popolano tempi pericolosi, fragili e incerti come questi.

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