Trump spedisce armi ai curdi e la lira turca crolla. Poi, silura il capo dell’FBI. E adesso, il Venezuela?

Di Mauro Bottarelli , il - 27 commenti


Nel mio articolo di ieri mattina ipotizzavo una giustificazione economica all’ennesimo riavvicinamento tra Erdogan e Putin, questa volta attraverso il via libera a “zone cuscinetto” in Siria e a un rafforzamento della cooperazione tra Russia, Iran e Turchia nella lotta non solo all’Isis ma anche ad Al-Nusra. In parole povere, il do ut des sarebbe stato il seguente: copertura finanziaria (e magari da qualche primavera colorata in ritardo, stante il malcontento della popolazione schiacciata da inflazione e disoccupazione) ma, in cambio, fine del doppiogiochismo in Siria, ovvero alla collaborazione con USA e Israele. E, ovviamente, alla messa in discussione del ruolo di Bashar al-Assad. Non ho le prove di questo, trattasi di deduzione in base a timing e dati macro ma poco fa una potenziale conferma dello scenario è giunta da Washington: la Casa Bianca ha infatti approvato la fornitura diretta di armamento pesante ai ribelli curdi dello YPG in Siria.

Di più, le armi serviranno per aiutare i combattenti nell’offensiva su Raqqa ma non è stato resa nota la tempistica per l’inizio delle spedizioni. La notizia è stata data dalla Reuters e poi confermata da NBC News attraverso due funzionari del Pentagono, i quali si sono premurati di sottolineare come “la Casa Banca ha preso la decisione nonostante le dure obiezioni della Turchia”. Di più, uno dei funzionari ha ricordato come “questa decisione è decisamente significativa a livello politico, perché supporta la teoria in base alla quale la Syrian Democratic Force sarà la forza combattente che eventualmente entrerà a Raqqa”. Essendo lo YPG legato direttamente al PKK, Ankara lo ritiene in tutto e per tutto un gruppo terroristico. Di fatto, ancora di più, questa mossa rinforza l’idea che la Syrian Democratic Force, la Syrian Arab Coalition e lo YPG abbiano il completo appoggio, anche logistico, degli USA.

Per i funzionari, la consegna potrà avvenire in vari modi: convogli a terra, C-130 o lanci dagli aerei, “tutto è possibile, dipende dal tipo di equipaggiamento e dall’area di spedizone”. Ma se la mossa appare strumentale e tesa a porre Erdogan sotto pressione, visto che non più tardi dello scorso marzo, nella sua visita in Turchia, Rex Tillerson aveva dato rassicurazioni a Erdogan rispetto alla contezza degli Usa rispetto a cosa Ankara pensasse dello YPG, solo oggi pomeriggio il generale Mattis aveva lasciato trapelare qualcosa con delle dichiarazioni sibilline: “Il nostro intento è di lavorare con i turchi, fianco a fianco, per riprendere Raqqa e in un modo o nell’altro ci riusciremo… Risolveremo l’impasse con Ankara, a volte la guerra non ti offre tutte le migliori opzioni. E’ la natura stessa della guerra, non è una buona situazione”. E non lo è soprattutto per la lira turca, come ci mostra questo grafico,

visto che subito dopo la pubblicazione della notizia relativa alla fornitura di armi ai curdi, è passata dall’area 3,59 sul dollaro a 3,6200. E un movimento simile dice una cosa sola, anzi due. Ovvero, prezza sì una reazione molto stizzita di Ankara alla decisione ma anche il fatto che ora il governo turco si trova tra due fuochi, costretto a smettere la politica di porte girevoli adottata finora a livello di alleanze in Siria. Ma c’è dell’altro, perché quasi in contemporanea con il comunicato della Casa Bianca, il “Washington Post” rendeva noto che sempre il presidente Donald Trump starebbe valutando di cedere alle pressioni del generale John Nicholson, capo delle operazioni militari in Afghanistan e di dare il via libera all’invio di altri 5mila militari nel Paese. Una notizia ma anche un messaggio in codice, visto che due settimane fa lo stesso quotidiano aveva rilanciato per primo la notizia della delega formale ceduta proprio da Trump al Pentagono per quanto riguardava le decisioni operative in Siria e Afghanistan: di fatto, decide Mattis.

E se per quanto riguarda la lotta ai talebani ha già deciso, la scelta sulle armi ai curdi appare un chiaro segnale intimidatorio. Non a caso, il funzionario interpellato si è premurato di sottolineare come non sia ancora stata decisa una timeline per la spedizione di quelle armi. Come dire, se cambi idea, Raqqa la può tentare di riconquistare qualcun’altro e le armi allo YPG non arriveranno mai. Cosa farà ora Erdogan, non potendo più operare la politica dei due forni? Chi sceglierà? Una cosa, almeno a me, pare chiara: la mossa di Washington è la conferma del riavvicinamento reale di Ankara a Mosca nell’ultimo periodo. Con coté di legnata ulteriore sulla già collassante lira turca, a fronte di riserve monetarie in area di pre-allarme. Se nei prossimi giorni (od ore), l’Unione Europea si muoverà – con qualsiasi pretesto – contro Ankara, avremo la prova del nove di come i padroni del mondo abbiano mosso i vassalli europei per rafforzare l’accerchiamento.

P.S. Pochi istanti fa, due notizie bomba. Primo, Donald Trump ha silurato il capo dell’FBI, James Comey, con effetto immediato. Secondo, gli USA parteciperanno a un’esercitazione navale, denominata “Operation: America United” insieme a Brasile, Peru e Colombia, su diretto invito del presidente brasiliano, Michel Temer, uno che ha aumentato le spese militari del 36%, congelando contemporaneamente la spesa pubblica per un decennio. Ecco le parole di Hector Luis Saint Pierre, coordinatore per difesa e sicurezza internazionale della Brazilian Association of International Relations: “L’esercitazione è di particolare interesse per gli USA, visto che garantisce la possibilità di un focus sulla situazione politica interna del Venezuela”. Pronti per pop corn e birra?

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