And the winner is… Mosca medierà sul caso Qatar, Arabia e USA sono avvisati. E l’Iran ora alza il tiro

Di Mauro Bottarelli , il - 82 commenti


Cosa resterà dell’8 giugno 2017 ai posteri? Vediamo. La rottura tra PD e Cinque Stelle sulla legge elettorale, dopo un voto segreto tramutatosi in palese che ha mostrato a tutti l’azione di franchi tiratori su un emendamento riguardante l’assimilazione del Trentino- Alto Adige al resto del Paese per quanto riguardo i criteri di voto. Sono volate parole grosse, insulti, minacce e alti lai relativi a una legge che ormai è morta e una condivisione politica impossibile, stante il tradimento dei patti. Roba pesante.

C’è stato poi il board della BCE, il quale ha eliminato la dizione “o più bassi” nel comunicato stampa alla riga in riferimento ai tassi di interesse, lanciando un messaggio da falco ma, contemporaneamente, ha detto chiaro e tondo che – stante le previsioni inflazioniste magicamente riviste al ribasso – il QE potrebbe andare avanti anche nel 2018. Roba pesante. C’è stato poi grande dibattito sul voto alle legislative britanniche, ancora in corso quando pubblico questo articolo ma di cui ho ampiamente parlato nel precedente. Roba pesante, comunque.

Infine, c’è stata la deposizione dell’ex capo dell’FBI, James Comey, di fronte al Commissione intelligence del Senato USA, ampiamente anticipata da una nota scritta di ieri ma che, comunque, si è immediatamente tramutata nella headline di tutti i siti. E cosa ha detto, dopo aver cambiato più versioni di Pacciani, sul caso Russiagate? “Le spiegazioni del mio licenziamento mi hanno confuso e preoccupato, visto che fino ad allora mi era stato ripetuto che stavo facendo un gran lavoro”, ha esordito Comey, salvo poi dire ciò che il Deep State voleva sentir uscire dalla sua bocca: “Sono convinto che la Russia abbia interferito nelle elezioni americane”.

Ma, subito dopo, l’ex capo FBI ha ribadito la sua fiducia sul fatto che nessun voto sia stato alterato, denunciando però che sono “almeno centinaia, o forse migliaia, le istituzioni americane prese di mira dagli hacker russi durante la campagna presidenziale del 2016”. Forse addirittura milioni, mi permetto di aggiungere. Sfidando il ridicolo, Comey ha poi affermato che “l’FBI è forte e sarà sempre indipendente”, denunciando però le bugie dette nei suoi confronti da Donald Trump, quando ha spiegato le ragioni del suo licenziamento: “Ha scelto di diffamare e di mentire su di me e sull’FBI”. Infine, incalzato dalle domande del presidente di commissione, Richard Burr, Comey ha precisato che né Trump, né il ministro della Giustizia, Jeff Sessions, gli chiesero di fermare l’inchiesta sul Russiagate.

Gli venne chiesto solo di “lasciar andare” su Michael Flynn: “Il presidente Donald Trump non ha espressamente chiesto di fare cadere le indagini dell’FBI su possibili interferenze della Russia nelle elezioni ma ha detto di sperare che Comey lasciasse correre”. Il quale, quindi, ha spiegato di aver preso le parole del tycoon, “come una direzione da seguire”. Insomma, sperare in un impeachment per ostruzione della giustizia dopo una recita a soggetto del genere, con mezze accuse e mezze ritrattazioni, detto e non detto, appare abbastanza lunare. Comunque sia, roba pesante. Da prima pagina.

Cosa, invece, non resterà di questo 8 giugno 2017? Non verrà ricordato che, al netto di aver messo l’esercito in stato di massima allerta, il Qatar ha dato vita a quello che possiamo definire un atto di sfida in piena regola nei confronti dell’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri di Doha, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, ha infatti lanciato qualche vera e propria mina nello stagno della crisi che vede protagonista il suo Paese, parlando con la stampa: “L’Iran ci ha fatto sapere di essere pronto ad aiutarci con cibo e con la messa a disposizione di tre suoi porti… Non ci arrenderemo mai e non comprometteremo mai la nostra indipendenza in materia di politica estera. Le truppe turche che stanno arrivando in Qatar sono le benvenute e arrivano per il bene e la sicurezza dell’intera regione. Al momento, non ho idea di come la riconciliazione tra noi e il Consiglio del Golfo e le altre nazioni che hanno rotto le relazioni diplomatiche con noi, possa avvenire”.

Insomma, non esattamente le parole di un uomo spaventato o di uno Stato arrendevole. Ma il meglio deve ancora arrivare. Dopo aver sottolineato che “il Qatar rispetta gli accordi che abbiamo siglato con gli Emirati Arabi Uniti sulla fornitura di gas naturale liquefatto”, lo sceicco ha fatto notare altresì come “il 40% dell’energia di Abu Dhabi dipende dal nostro gas naturale”: come dire, se volete che i ricchi turisti stranieri trovino la vostra capitale-casinò spenta e morta come un cimitero, non c’è che da chiederlo. E l’ultimatum in dieci punti avanzato due giorni fa dall’Arabia Saudita e, di fatto, scaduto stamattina? “Non abbiamo ancora ricevuto delle richieste chiare, le aspettiamo”.

Insomma, bello spavaldo. Ma come mai? Persuaso che nessuno possa tirare la corda più del necessario? Convinto di una mediazione, magari quella avanzata dal Kuwait? No, di qualcosina di meglio. Già, perché tra le altre cose che non verranno ricordate di questa giornata c’è, come confermato da un lancio dell’agenzia RIA, il fatto che lo stesso sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani sabato sarà a Mosca per incontrare il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, in quella che di fatto è una vera e propria opera di mediazione gestita dalla Russia per la peggior crisi mediorientale da decenni. Oltretutto, riguardante Paesi – quelli del Golfo – tutti sotto la sfera di influenza diplomatica e militare statunitense. Un funzionario del ministero degli Esteri russo ha confermato che “i negoziati si terranno sabato”, mentre il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che “il presidente Putin non ha ancora deciso se incontrerà il dignitario qatariano”. Io ho la quasi certezza che lo farà, con tanto di photo-opportunity.

Sono convinto che al Deep State non l’abbiano presa benissimo, visto che questa mossa rischia di vanificare tutto quanto ottenuto a livello di destabilizzazione geopolitica con la visita di Trump in Arabia Saudita. Non sfugge, poi, come in questo modo, il Qatar si trasformi ufficialmente nell’ennesimo proxy fra Stati Uniti e Russia da una parte e Iran e Arabia Saudita dall’altra. E attenzione, perché questa mossa potrebbe avere dei seri ricaschi anche in Siria, dove il Qatar ha smesso di finanziare i ribelli, avendo capito che far la guerra a una Russia già “boots on the ground” era assurdo e controproducente e Mosca e Teheran combattono fianco a fianco contro le milizie sostenute finanziariamente da Ryad e strategicamente dalla coalizione a guida USA, visti continui raid contro le milizie lealiste nell’area strategica di Al Tanf. E non stupisca il fatto che, poche ore prima dell’annuncio dell’incontro moscovita di sabato, il presidente siriano, Bashar al-Assad, sia tornato a parlare pubblicamente, attraverso un comunicato ufficiale, lanciando un chiaro messaggio proprio agli USA per le loro attività belliche a supporto dei ribelli: “Potremmo colpire posizioni statunitensi in Siria, questo è un avvertimento. Perché il mio autocontrollo potrebbe finire, se Washington superasse certe linee rosse”.

Riferimento non casuale, visto che il superamento delle “linee rosse”, ovvero atti di guerra o diplomatici non accettabili, erano la precondizione posta da Barack Obama per attaccare militarmente la Siria. Simbolismo che non è rimasto inascoltato, visto che quando in Italia erano le 18, le agenzie battevano la notizia di un terzo raid delle forze aeree USA nell’area di Al Tanf contro milizie siriane. Notizie diramata e confermata direttamente dal Pentagono, ovvero sfida nella sfida. Ma il fatto che il comunicato di Assad sia stato fatto circolare dall’unità di propaganda di Hezbollah, fa capire quale sia il volume a cui Damasco vuol fare arrivare il messaggio a Washington e Ryad.

Ed essendo Hezbollah una milizia filo-iraniana, il suo comparire in prima persona in questa sfida diretta di Assad a Trump (e al Deep State), lascia trasparire l’intenzione di Teheran di giocare un ruolo sempre più presente nello scenario mediorientale, utilizzando il conflitto siriano per spezzare egemonie sunnite e creare il famoso “corridoio sciita” dall’Iraq fino al Libano. E per rafforzare il messaggio, il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ieri mattina ha rispedito al mittente la dichiarazione di amicizia inviata a Teheran proprio da Donald Trump, dopo l’attentato al Parlamento e al mausoleo di Khomeini. Il presidente USA, infatti, aveva scritto quanto segue: “Preghiamo e siamo in lutto per le vittime innocenti dell’attacco terroristico in Iran e per il popolo iraniano, il quale sta attraversando enormi sfide in questi tempi. Noi sottolineiamo che gli Stati che sponsorizzano il terrorismo rischiano di finire vittime dello stesso diavolo che hanno concorso a creare”.

A stretto giro di posta, ecco la risposta via Twitter di Zarif: “Ripugnanti comunicato delle Casa Bianca e sanzioni del Senato, questo mentre gli iraniani contrastano il terrorismo spalleggiato dai clienti USA. Il popolo iraniano respinge una tale pretesa di amicizia degli USA”. E tanto per rendere ancora più chiaro il messaggio, oggi pomeriggio il governo iraniano ha voluto rendere nota la propria posizione riguardo agli attacchi di ieri: “Daremo una lezione ai terroristi e a chi li supporta che non dimenticheranno mai”. Ma tranquilli, non troverete queste notizie nei tg o sui giornali di domani, non è roba pesante, non sono cose che ricorderemo di questo 8 giugno 2017.

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