Comunque vada, sarà un disastro. Corbyn giura fedeltà a Merkel, la May vuole la “cura Ludovico”

Di Mauro Bottarelli , il - 36 commenti


Il giorno è arrivato. Mentre state leggendo questo articolo, i cittadini britannici stanno scegliendo il prossimo primo ministro, dopo la decisione di Theresa May dello scorso 19 aprile di indire elezioni anticipate, pur avendo soltanto 17 deputati di maggioranza. All’epoca il calcolo fu facile: i sondaggi davano i Tories con 22 punti di vantaggio sul Labour di Jeremy Corbyn, quindi l’alibi della necessità di avere un governo legittimato dalle urne e con una maggioranza stabile per governare il Brexit fu unanimemente accolto come fondato. Le urne chiuderanno alle 23 di stasera, ora italiana, quando avremo i primi exit poll ma, come mostra la tabella,

il 50% dei collegi verrà proclamato attorno alle 5 ora italiana (le 4 in Gran Bretagna). Nonostante l’ultimo sondaggio YouGov reso noto ieri vedesse i due principali partiti appaiati a un solo punto di distacco, dopo una marcia trionfale di Corbyn le cui ragioni tratteremo dopo, esiste il fondato dubbio che, come spesso è accaduto in Gran Bretagna, un fattore cronico vada a incidere sul margine di errore dei sondaggi. Se infatti l’ultima rilevazione pubblicata ieri dal Financial Times vede in 7 i punti di distacco a favore dei Conservatori della primo ministro,

ecco saltare fuori la variabile pressoché fissa. Si tratta del cosiddetto “shy Tory phenomenon”, ovvero il fatto che la gente si vergogni ancora oggi di dichiarare pubblicamente di votare a destra, forse retaggio della Thatcher, forse per una sorta di complesso di inferiorità morale rispetto alle istanze progressiste. Se poi uniamo a tutto questo, il travaso di voti della classe operaia vissuto nelle ultime tornate a favore di Tories e UKIP, capiamo che stiamo assistendo a una sorta di replay di quanto accaduto in Francia con gli operai che hanno votato in massa per Marine Le Pen e il Front National, avendo come priorità immigrazione, lavoro e Unione Europea. Questa tabella
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riassume il dato di sovrastima storica del Labour da parte dei sondaggi e, di converso, quello di sottostima dei Conservatori, anche a causa di quanto vi ho appena detto: ad oggi, siamo a un picco di questa discrasia, livelli che non si vedevano dal 1992. Il Labour sarebbe sovrastimato del 6,3%, mentre i conservatori sarebbe sottostimati del 2,1%. Infine, questa tabella

ci mostra i movimenti dei cross valutari della sterlina in base a vari scenari possibili dopo le urne. E quali sono questi scenari? Essenzialmente tre, in base a un team di esperti: molto probabile, probabile e improbabile. Vediamoli un attimo nel dettaglio, cercando di sostanziare anche le possibili reazioni del mercato, sempre ricordandoci che Londra sconta a prescindere, quando parliamo di assets, la spada di Damocle della trattativa con Bruxelles per l’abbandono dell’Unione, nodo dirimente per il futuro della City.

Partiamo dal primo scenario, quello molto probabile. Theresa May si assicura un ampia maggioranza (più di 50 seggi) che le garantirà un processo di Brexit più stabile e senza scossoni settimanali, soprattutto perché potrà gestire più facilmente i mal di pancia dei “remainer” interni al suo partito: il rischio di “no deal” con l’UE si abbassa decisamente e questo potrebbe lastricare la strada al cosiddetto “clean Brexit”. Il fatto, poi, che il prossimo appuntamento elettorale cadrà – salvo ulteriori crisi – nel maggio 2022, rafforzerà ulteriormente il profilo istituzionale della May nei confronti dell’Europa, riuscendo a mediare sui criteri transizionali dell’uscita, non ultimi i costi che il Regno Unito dovrà pagare al bilancio comunitario. In tale scenario, la reazione del mercato dovrebbe portare a un iniziale balzo della sterlina ma, dato l’aumento già vissuto dal pound dall’annuncio del voto (da 1,2520 a 1,2900), possiamo dire che la prezzatura sia già stata largamente operata e la price action al rialzo sarà quindi limitata. I titoli da tenere d’occhio saranno Centrica e SSE, i quali potrebbero subire contraccolpi negativi dalla volontà dei Conservatori di imporre un cap sulle tariffe standard.
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Secondo scenario, ritenuto probabile. I Conservatori vincono ma con una maggioranza risicata, tra i 5 e i 10 seggi, di fatto riproponendo la situazione di semi-stallo presente al momento dell’indizione del voto. Questo porterebbe a un governo meno stabile, rendendo quindi Theresa May vulnerabile nel processo di negoziazione con l’UE e aprendo un fronte interno tra “brexiters” e “remainers” nel suo stesso partito, opzione che non solo rischia di far implodere i Tories ma che alza le possibilità di un “no deal” con Bruxelles, visti i veti e i ricaschi di politica interna. La reazione del mercato sarebbe di prezzatura al ribasso, con pressioni di vendita sulla sterlina e un calo dei rendimenti dei titoli di Stato britannici a fronte di un approccio più aggressivo verso le negoziazioni con l’UE, un mix che non potrebbe che aumentare l’incertezza generale.

Terzo e ultimo scenario, improbabile. Il Labour compie il miracolo e riesce a formare una maggioranza con LibDem e Scottish National Party (SNP), di fatto complicando le negoziazioni sul Brexit: già oggi, ragionando in tale ottica, gli analisti di Danske Bank sottolineano con chiarezza che un tale esito del voto potrebbe portare o un cosiddetto “softer Brexit” o, addirittura, a una cancellazione tout court del risultato del referendum, con Londra pronta a rimangiarsi l’addio e restare nell’Unione, magari trattando su qualche opt-out da vendere all’opinione pubblica più arrabbiata. In questo caso, la reazione del mercato sarebbe quella di un iniziale, netto calo della sterlina in parallelo con quello del mercato equity, sostanziati dal rischio di un’incertezza di lungo corso sul fronte politico. Gli analisti di PIMCO, stando a questo epilogo, pongono l’attenzione sulla politica fiscale più di manica larga (una sorta di “tax’n’spend” alla Gordon Brown) e sul fatto che una maggioranza così composita non abbia pressoché precedenti, quindi che si trovi a operare in territori inesplorati. Gli echi di nazionalizzazioni che già circolano nel Labour dovrebbero influenzare i titoli legati alle utilities, come Severn Trent, Centrica, SSE, National Utilities e United Utilities.

Fin qui, le questioni meramente tecniche legate al voto. Ora vediamo il lato più politico dell’appuntamento elettorale di oggi. Se infatti pragmatismo da analista vorrebbe ancora il Brexit come elemento qualificante e priorità della vita politica del Regno Unito, il realismo ci offre un Paese che si sta recando alle urne con l’emergenza terrorismo come unico faro direzionale. L’Isis, di fatto, è stato il vero “sentiment mover” della campagna elettorale, agendo in maniera tanto brutale quanto sottile e subdola: prima Manchester con la sua strage di innocenti, poi lo scandalo delle catastrofiche falle – chiamiamole così – dell’intelligence nell’opera di prevenzione e controllo e, infine, la strage del sabato sera a Tower Bridge e Borough Market, quella che maggiormente ha impressionato i cittadini.

I quali, piaccia o meno, dentro l’urna metteranno anche la paura, più o meno confessata, di finire sgozzati o colpiti da un proiettile, mentre stanno andando tranquillamente al pub a bere una birra o a un concerto. E questa rappresenta la vittoria a prescindere della destabilizzazione globale in atto: a muovere i cittadini è la paura, quindi i governi hanno mano libera nella gestione di questo sentimento così potente. E Theresa May, martedì, sicuramente mossa dai timori che derivavano dai sondaggi, ha scoperchiato il vaso di Pandora di ciò che rischia di essere il futuro del Regno Unito entro un anno: di fatto, uno stato di polizia alle soglie della legge marziale. Oltretutto, benedetto e benvenuto dai cittadini in ossequio alla ricerca della sicurezza.

“Se servono a fermare il terrorismo, straccerò anche le leggi che proteggono i diritti umani. E se giovedì sarò eletta, questo lavoro di vitale importanza partirà già da venerdì mattina”, ha tuonato la primo ministro. A quale logica risponde questa sparata, degna dell’Adam Lang interpretato da Pierce Brosnan in “L’uomo nell’ombra”? LO ricordate, quando grida in faccia al suo ghost-writer che, se fosse ancora in carica come premier, farebbe due file agli aeroporti, una con controlli accurati basati su informazioni estorte anche con la tortura e una dove, invece, sono stati rispettati tutti i diritti umani di chi si imbarca?

E’ duplice, quella logica. La prima fa riferimento a quanto dichiarato in una recente intervista al programma “Morning Joe” della MSNBC, dall’anchorwoman della BBC, Katty Kay, la quale ha delineato quanto sto dicendo con una chiarezza disarmante: “L’Europa si sta abituando a questo tipo di attacchi. E fa bene, perché non saremo mai in grado di eliminarli del tutto”. Un’ammissione di sconfitta, una dichiarazione di resa o solo sano realismo, di fronte a quanto sta accadendo? Di fatto, solo una presa d’atto dell’ottimo lavoro compiuto dalla destabilizzazione globalista. In primis, la stessa May nel corso di quel comizio ha parlato molto chiaro: tra le sue priorità assolute ci sarà l’obbligo per i provider di servizi Internet di restringere l’accesso a siti definiti “estremisti” (tipo quello che state leggendo?), oltre a controlli più stringenti sull’utilizzo di tutti i tipi di devices mobili.

Ancora, la premier ha annunciato un giro di vite da Inquisizione sulle aziende operanti nella Rete che permettono l’accesso a materiale definito estremistico, tanto da aver delineato uno scenario che prevede l’estensione dei poteri di polizia e corti di giustizia al fine di restringere i movimenti – fisici e non – di soggetti ritenuti sospetti, il tutto in base alle Terrorism Prevention and Investigation Measures (Tpims). E cosa comporta questo? In primis, la possibilità di controlli molto più stringenti sul diritto di libera associazione che arrivino anche al divieto, per i soggetti ritenuti “a rischio”, dell’uso di telefonini, tablet e Internet. Non vi pare un programma alla Trump? Eppure, nessuno ha avuto da ridire nulla contro Theresa May, anzi l’hanno applaudita fino a scorticarsi i palmi delle mani, da sinistra come da destra. Il clima che è stato ingenerato dagli attentati, ha reso possibile questo miracolo che punta a quella che è una vera e proprio riprogrammazione emotiva, politica e sociale dell’opinione pubblica, una “cura Ludovico” di massa.

La quale era già contemplata nella cosiddetta “Operation Temperer” del 2015, studiata quando la May era ministro dell’Interno del governo Cameron e che comportava il dispiegamento di 5mila militari lungo i confini britannici “in risposta alle minacce terroristiche”. Ora, proprio in ossequio a quel rischio, i militari sono nelle strade britanniche: e il loro ruolo, messo in discussione dall’ultra-liberale approccio inglese solo pochi giorni dopo l’attentato di Manchester, è tornato nodale da domenica scorsa, quando le scene di Tower Bridge hanno iniettato nel corpo della società britannica una dose choc di adrenalina da paura permanente. Inquieta vederli, ricorda l’Irlanda del Nord ma se questo significa non essere sgozzato o crivellato di colpi per strada o alla cassa del supermarket, ben vengano.

Ed ecco la seconda parte di logica che sottende quanto sta accadendo. Così facendo, le elites hanno comunque vinto. Hanno preso due piccioni con una fava, perché in caso di vittoria della May – su questi presupposti di legge e ordine – hanno la garanzia di una società alla Orwell o alla Kubrick senza che la gente si ribelli e, contemporaneamente, possono sfruttare il lasso di tempo del suo governo per operare in stile Trump, ciò dipingere agli occhi dell’opinione pubblica i conservatori come dei fascisti, mentre i progressisti e globalisti come difensori delle libertà civili e politiche. Insomma, i destabilizzatori che hanno portato la May al potere, sfruttano poi le sue politiche per distruggerla in nome del politicamente corretto. In caso di sconfitta di Jeremy Corbyn, invece, cosa otterrebbero?

“Qualora vincessi le elezioni giovedì, venerdì mattina chiamerò la cancelliera tedesca, Angela Merkel e il presidente francese, Emmanuel Macron per instaurare un rapporto costruttivo – e non combattivo come quello della premier uscente, Theresa May – in vista dei negoziati sulla Brexit”. Chi lo ha detto? Jeremy Corbyn in un’intervista concessa al “Guardian”, nella quale ha anche dichiarato che “noi siamo pronti a garantire subito in via unilaterale i diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito, spero che la Merkel assicuri lo stesso trattamento ai cittadini britannici presenti nel suo Paese e in Europa”.

E ancora, “con i leader europei, avvierei subito anche il negoziato per un accordo di libero scambio. In tal senso, sono pronto a invitare la cancelliera tedesca allo stadio Emirates per una partita della mia squadra, l’Arsenal e sviluppare così un rapporto amichevole. Con Angela Merkel possiamo discutere di calcio e Brexit. Voglio dirle che mi piace il modello tedesco di gestione dei club di tifosi. Quindi la inviterei a venire a vedere una partita dell’Arsenal”. Insomma, un barboncino che fa le fusa alla padrona, prima ancora di sapere se arriverà al 10 di Downing Street. Ma, partendo da questi presupposti, non è affatto escluso che ce la faccia.

Capito ora come si spiegano i 22 punti di svantaggio recuperati in sei settimane? Capite il perché di un altro potenziale “fenomeno Macron”? Capito perché il “terrorismo” si è accanito in quel modo contro la Gran Bretagna o ancora credete alla vulgata in base alla quale l’Isis vuol far pagare a Londra il suo impegno in Siria, Iraq e Afghanistan? Doveva essere un’elezione scontata e inutile, rischia di essere la più importante di tutte.

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