Elogio dell’ortodossia fallace nel mondo degli uomini liberi. Che impongono diritti dittatoriali

Di Mauro Bottarelli , il - 34 commenti


Prima di tutto, una premessa: davanti alla morte, si abbassa la testa. Anche il peggior nemico, una volta defunto, merita magari non il rispetto ma sicuramente non l’oltraggio. Ieri si è spento a 84 anni Stefano Rodotà, giurista e intellettuale, una delle figure di riferimento della sinistra post-ideologica e di quell’area liquida che ritiene l’accoppiata codice penale e diritti civili la panacea per questo mondo senza più valori. Peccato che sia stata proprio questa progenie di apolidi della politica a crearne i presupposti. Di Stefano Rodotà, nell’ultima fase della sua vita, ricorderemo l’azzardo grillino di candidarlo al Quirinale, il suo nome scandito dalla gente – “Rodotà, Rodotà”, quasi fosse Lionel Messi – ricordava i cori della gente sotto il Palazzo di Giustizia di Milano durante Tangentopoli, era la riproposizione 2.0 e social della “democrazia delle monetine” andata in scena all’Hotel Raphael: era l’uomo della Provvidenza, semplicemente perché non era nulla ed era tutto.

Era forse Rodotà un comunista? No, non lo era stato nemmeno sul finire degli anni Settanta quando entrò in Parlamento: lui, un Radicale, abbandonò Pannella e la sua offerta e scelse Berlinguer ma lo fece da “indipendente”, da non organico al PCI. Ieri come oggi, intendendo con “oggi” la sua ultima incursione diretta nel campo della vita civile con la scelta per il “NO” al referendum costituzionale, Stefano Rodotà ha rappresentato alla perfezione la figura dell’intellettuale d’area, l’uomo che rifugge l’ortodossia del partito non per innato spirito libertario ma per scelta consapevole e un po’ ipocrita di camminare lungo i comodi viali della “non responsabilità”. Mi spiego: definirsi comunista non si limitava al tratto donchisciottesco del perseguimento della giustizia sociale ma anche nel prendersi in capo le responsabilità, prima morali che politiche, dell’invasione d’Ungheria, di Stalin e delle sue purghe, della Cina maoista o di Cuba: quelli come Stefano Rodotà volevano restare in quell’area ma come satelliti pronti a sganciarsi, alfieri dell’avversativo politico perenne, sempre pronti con quel “ma” che serviva a marcare le distanze. E, soprattutto, a non sporcarsi i polsini della camicia. Persino da presidente del Consiglio nazionale del PDS dopo la svolta della Bolognina di Achille Occhetto: essere a capo del soggetto che si contesta a ogni piè sospinto, nonostante questi sia appena nato proprio come risposta a quelle contestazioni. Di fatto, l’apoteosi per ogni intellettuale in cerca di postura da fuori linea.

Stefano Rodotà, nei ricordi di colleghi e uomini politici, è stato descritto con due parole: “libero” e “diritti”. Ritrovate quei termini ovunque, quasi fossero la sua carta d’identità. Libero da cosa? Dalla costrizione di partito, dai recinti intellettuali? O forse dalla colpa che porta con sé l’adesione a un ideale, qualunque esso sia? Gli intellettuali alla Rodotà hanno sempre praticato la politica delle mani libere, l’adesione totale e quasi incarnante a quell’obbrobrio che si chiama società civile, misto di snobismo e velleitarismo intellettualoide nato dalle ceneri della Prima Repubblica e dalla codardia di chi si è accodato al carro giudiziario dei “liberatori” in toga. Da quando libertà è sinonimo di riposizionamento come stile di vita? Se ci pensate, infatti, quelli come Rodotà sono buoni per tutte le stagioni, sempre nel cono d’ombra rassicurante del potere ma, al tempo stesso, distanti e pronti a bacchettare le degenerazioni che il potere stesso porta ontologicamente con sè. Rodotà cercava l’equilibro e la perfezione ideale in un mondo che è imperfetto per sua natura, regno del compromesso da un lato ma anche della responsabilità dall’altro: lui no, lui si appellava ai diritti.

All’etica che, diceva, la sinistra lasciava troppo in mano alla Chiesa, con la sua tiepidezza in materia. Da Garante per la Privacy, durante il primo governo Prodi, si guadagnò il titolo di “Mister Riservatezza” e creò i prodromi per quella società di plastica ed esangue che ritiene l’essere un qualcosa di interpretabile ed esprimibile attraverso le carte bollate: ricorsi, appelli, richiami. E’ il privato che diventa pubblico ma che, a un certo punto, scopre le brutture del mondo e vuole tornare privato: et voilà, ci sono i Rodotà con le loro leggi e leggine pronte a mettere un ordine al caos di quella brutta cosa che si chiama vita reale. E come lo fanno? Appellandosi ai diritti. Laicità, democrazia, privacy, bioetica: vale tutto, un supermarket di eccezioni procedurali al vivere in punta di cancelleria di tribunale, un burocratico ordine orwelliano che oggi, proprio grazie ai personaggi come Rodotà, ritiene paradossalmente di tutelare la libertà, negandola. Stefano Rodotà è l’impersonificazione di ogni censura e di ogni ban che si vive sui social o in Rete ma, nell’immaginario collettivo post-mortem, è invece l’incarnazione del diritto.

Oggi a Milano si terrà la sfilata del Gay Pride o come diavolo si chiama la kermesse annuale in nome dei diritti della comunità LGBT: quasi un atto di involontario omaggio del destino. Già, perché dai media scopro che quella sigla, quell’acronimo intoccabile come una reliquia laica, ormai è già desueto nel proliferare quasi incestuoso di minoranze organiche al nuovo ordine: occorre parlare di LGBTQIAPK, sigla che comprende anche asessuati, poliamorosi/pansessuali e i Kink, ovvero quelli a cui piace “farlo strano”. Ogni mese, una nuova lettera, un nuovo gruppo da tutelare, una nuova maggioranza di minoranze che va a ingrossare le fila del WWF globale del capriccio e del piagnisteo, l’ONU delle differenze che punta all’indifferenziazione globale per paura di affrontarne le conseguenze. Ti piace farlo con il calorifero?

Sei una minoranza, devi rivendicare il tuo diritto: per te è pronta una bella sigla, la marcetta annuale e il tatuaggio sociale di tutelato di Stato, l’esatto opposto della libertà che la differenza vorrebbe rappresentare nella società. Proprio in ossequio all’idea di società dei Rodotà, chi si sente diverso propende all’omologazione del suo status, alla codificazione dell’essere: i diritti alla Rodotà sono una gabbia da ufficio catastale delle differenze sessuali o etiche, sono il prodromo di quel delirio generazionale chiamato”gender”, sono la pira su cui bruciare il dissenso e la critica in nome della lotta all’omofobia, al bullismo, al linguaggio dell’odio, alla xenofobia, al politicamente scorretto. Ogni volta che qualcuno scrive un post su un social network e viene segnalato, bannato, sospeso, dietro quell’atto c’è il Matrix di Rodotà e della sua visione del mondo: libero da tutto e tutti in nome del rifiuto della responsabilità e dell’etichetta ortodossa ma poliziotto e giudice nell’anima, regolatore di diritti come un semaforo regola il traffico.

Se esiste Laura Boldrini come incarnazione del totalitarismo dei diritti, lo dobbiamo al seme piantato e innaffiato in anni di mellifluo e azzurrino lavoro intellettuale e sociale di persone come Stefano Rodotà, ai loro editoriali prestigiosi, alle loro presenza nobilitanti ai convegni e alla kermesse, al loro impegno silenzioso come un gas venefico pompato nelle condutture dell’aria della società. “Un ottuagenario miracolato dalla Rete”, come lo definì Beppe Grillo. Peccato che lo fece dopo averlo candidato al Quirinale, nell’estremo esempio di coerenza. La libertà e i diritti che vengono scomodati per Stefano Rodotà, di fatto sono solo una dittatura soft e plastificata, contrappunto dolciastro e relativista che, come ci mostra la realtà, da Roma a Washington alla moschea di Finsbury Park, ha costruito le basi della dittatura del politically correct attuale.

Se esiste un padre nobile del concetto di post-verità, quello è Stefano Rodotà. Per questo viene omaggiato a livello bipartisan: perché era talmente libero, da non essere in realtà niente e tutto al tempo stesso. Una giacca elegante da indossare quando serve e lasciare nell’armadio il resto del tempo, sempre però con lo sportello aperto per farla rimirare. E mostrare al mondo quale guardaroba si può sfoggiare, quando si decide di combattere il potere, divenendone paradossalmente l’alleato e il militante più appassionato e feroce. Riposi in pace ma niente altari della Patria laica e libera, il 1984 che si sta delineando era il suo mondo ideale. Il mondo che ha attivamente concorso a creare, atto estremo e parossistico di de-responsabilizzata militanza.

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