Et voilà, arrivata la svolta sul Russiagate: stanno replicando la Commissione Creel. Per la guerra

Di Mauro Bottarelli , il - 26 commenti


Non c’è più rispetto per il lavoro altrui. Lo dico seriamente, io un minimo di suspence la ritenevo il minimo sindacale. Ok, la stronzata da vendere ai beoti via cavo a stelle e strisce era pronta da giorni, si sa, però bruciarsi tutto così, è davvero poco elegante. E, oltretutto, si configura come una mancanza di garbo verso chi sperava che il suo articolo di stamattina avesse vita almeno fino a domenica, invece di sfiorire nell’arco di poche ore. La “svolta” nel Russiagate di cui vi parlavo è arrivata e, per decenza, è stato il “Washington Post” a pubblicarla, visto che le foto di James Comey che entrava ieri pomeriggio nella redazione del “New York Times” avrebbero reso il tutto ancora più fantozziano di quello che è. Dunque, la CIA avrebbe accertato il diretto coinvolgimento del presidente russo, Vladimir Putin, nella campagna di hackeraggio per disturbare le elezioni presidenziali USA del 2016.

Citando diverse fonti, il quotidiano della capitale statunitense racconta che il rapporto di intelligence con le prove, confermate da fonti interne al governo russo, delle istruzioni specifiche di Putin per danneggiare la candidata democratica Hillary Clinton, sarebbe arrivato alla Casa Bianca e al presidente Barack Obama all’inizio del mese di agosto del 2016. Tre mesi prima del voto per le elezioni presidenziali, spiega il “Washington Post”, il quadro generale di un attacco informatico da parte dei servizi di spionaggio della Russia era quindi evidente e all’attenzione delle massime autorità degli Stati Uniti. Soprattutto dopo che il 22 luglio dello scorso anno, quasi 20mila email sottratte al comitato elettorale democratico erano state pubblicate online da WikiLeaks. Ma, stando alle indiscrezioni riportate, sono servite molte settimane alle altre agenzie di intelligence USA per confermare il quadro tracciato dalla CIA. Solo nelle settimane finali dell’amministrazione Obama, in un rapporto declassificato, è stato rivelato ciò che gli 007 sapevano da agosto: Putin avrebbe lavorato per far eleggere Donald Trump. Cazzo che fenomeni!

Prove concrete? Zero. Dobbiamo fidarci della parole del “Washington Post”, la cui credibilità ultimamente oscilla tra quella di Donnarumma e quella di Renzi e delle agenzie di intelligence, le quali non solo sono in guerra tra loro dalla scorsa campagna elettorale, non solo hanno tacitato lo scandalo delle e-mail segrete di Hillary Clinton e del suo server privato ma, oggi, sono di fatto il motore immobile del tentativo di far cadere Donald Trump prima delle elezioni di medio termine, proprio attraverso la commissione d’inchiesta sul Russiagate e la potenziale procedura di impeachment che questa potrebbe far scattare per intralcio alla giustizia.

Praticamente se mi da un consiglio il Mago Otelma sono più propenso ad accordargli la mia fiducia. Il problema è che, per usare una figura poetica, la merda sta per tracimare dai tombini a Washington, lo confermano le risposte offerte da Trump poco prima dello scoop del Post ai giornalisti rispetto al bluff che avrebbe messo in atto sulle famose registrazioni dei suoi colloqui nello Studio Ovale con James Comey: “Non ho registrato, non c’è nessun nastro ma quando Comey ha scoperto che potevano esserci dei nastri, a livello governativo o altro tipo, penso che la sua versione dei fatti sia cambiata”.

Diretto rifermento alla deposizione dell’ex capo dell’FBI davanti alla Commissione intelligence del Senato, piena di buchi come un groviera ma sufficiente per i media mainstream, italiani compresi, per titolare a tutta pagine che Trump gli chiese di insabbiare l’inchiesta su Michael Flynn, ex capo della sicurezza nazionale, relativa ai suoi rapporti con Mosca. E ancora Trump, rivolto alla stampa: “Dovete dare una bella occhiata dentro questa storia. Dovete decidere da soli se la versione di Comey è stata cambiata o no. Ha ammesso che ciò che ho detto era giusto e, se guardate bene indietro, prima che sentisse dell’ipotesi dei nastri, non penso che avrebbe detto la stessa cosa. Dovete fare un po’ di giornalismo investigativo per determinare l’accaduto ma non penso che sarà un lavoro così difficile”.

Poi, su Robert Mueller, procuratore speciale del Russiagate: “E’ uno stretto amico di Comey ma non c’è stata ostruzione, non c’è stata collusione. C’è stata però una fuga di notizie da parte di Comey e, virtualmente, tutti sono d’accordo su questo. Tutta la gente che è stata assunta da Mueller sono supporter di Hillary Clinton, alcuni di loro hanno addirittura lavorato per lei. Penso che l’intera faccenda assuma i contorni del ridicolo, se pensate di scoprire la verità da quel punto di vista e quella prospettiva. Ma Mueller è un uomo d’onore e spero che si presenterà con una soluzione onorevole”.

Non so voi ma a me sembra il tono di uno che ha un asso nella manica. O che, come per i nastri, sta bluffando per l’ennesima volta. Una cosa è certa, lo scoop del “Washington Post” non è la svolta, è semplicemente un sasso lanciato nello stagno dell’opinione pubblica per testare la reazione in vista di quello che potrebbe davvero essere il colpo finale: la prossima settimana i membri della commissione d’inchiesta sul Russiagate, i supporter della Clinton scelti Mueller, avranno terminato le loro audizioni, anche di membri della CIA. A quel punto, con l’intelaiatura di propaganda ben preparata dal Post e rilanciata dalla grancassa di tutti gli altri media, l’effetto di qualsiasi dichiarazione verrà rilasciata da Mueller sulle risultanze del caso sarà amplificata all’ennesima potenza e metterà Trump in difficoltà proprio prima della pausa estiva e con la situazione tra Iraq, Siria e Afghanistan destinata a infiammarsi.

Casualmente, al netto dell’Iraq, gli altri due scenari sono proxy perfetti dello scontro Washington-Mosca che Pentagono e neo-con vogliono far deflagrare. E si sa, d’estate le false flag riescono meglio, stante l’assenza di grandi notizie per la pausa dei lavori parlamentari. Metteteci le tensioni che una sola parola sbagliata di Janet Yellen nel suo annuale discorso a Jackson Hole di fine agosto potrebbero innescare sui mercati e la tempesta perfetta per l’autunno è servita. Stanno lavorando la pratica con costanza ma a fuoco lento, anche perché, nonostante il giochino del Russiagate stia andando avanti da tempo ormai, serve un lavorio lungo, costante e snervante ai fianchi dell’opinione pubblica per ottenere il consenso verso un qualcosa che non si vuole o a cui non si vuole credere.

E c’è da aver paura, perché quanto sta accadendo ricalca gli stilemi di un precedente storico devastante: quello della Commissione Creel. Di cosa si tratta? A descriverne modalità e d’azione e finalità ci ha pensato egregiamente Noam Chomsky, il quale l’ha definita nientemeno che “la fabbrica del consenso”. Alla fine degli anni Dieci, quando in Europa si consumava l’inferno della Prima Guerra Mondiale, negli Stati Uniti il popolo era contrario ad andare a combattere guerre all’estero, l’opposizione all’interventismo era molto forte e il presidente, Thomas Woodrow Wilson, fu scelto proprio sulla scorta di quell’attitudine del Paese.

Ma era un bluff, ben più serio di quello giocato da Trump a Comey e alla stampa. Nonostante lo slogan per la campagna elettorale del 1916 fosse “Pace senza vittoria”, in realtà l’élite statunitense – esattamente per le medesime ragioni odierne – fremeva per intervenire nel conflitto. Serviva però non solo un cambio di paradigma ma un vero e proprio cambio di mentalità nel popolo americano, serviva un lavaggio del cervello collettivo che tramutasse una comunità che non voleva altro sangue da spargere in un branco di nazionalisti invasati, pronti a varcare l’Oceano a caccia di tedeschi. Che fare? Usare la propaganda.

Ecco come Chomsky descrive l’operazione: “Fu dunque istituita una commissione governativa per la propaganda, la Commissione Creel, che nel giro di sei mesi riuscì a trasformare una popolazione pacifista in un popolo fanatico e guerrafondaio, deciso a distruggere tutto quanto appartenesse alla Germania, a trucidare i tedeschi, a entrare in guerra e a salvare il mondo. Fu un grande risultato, il primo di una lunga serie”. E ancora: “Il dispiegamento di mezzi fu ingente; per esempio, furono divulgate terribili storie sulle atrocità commesse dai tedeschi, cronache di bambini belgi con le braccia strappate e altri orrori di ogni sorta, che ancora si trovano nei libri di storia. Molte di quelle storie erano frutto del ministero della Propaganda britannico, il cui impegno in quel tempo era finalizzato, come venne precisato nelle deliberazioni segrete, a indirizzare il pensiero della maggioranza del mondo”. Non vi risuonano molte campane?

Una commissione ad hoc, il martellamento dei media, le falsità sparse a piene mani (come per il Kosovo, le primavere arabe, la Siria), il principio della rana bollita, sempre per citare Chomsky. Serve che la gente assuma propaganda lentamente, lungo un periodo di tempo sufficiente a non rendere il martellamento sgradevole e, soprattutto, identificabile: come l’acqua che sale lentamente di gradazione e ti bolle senza che tu te ne accorga, così la propaganda del Russiagate deve trasformare una popolazione che non vede certo in Putin e nella Russia la priorità dell’amministrazione USA in un branco di fanatici salva-mondo stile Guerra Fredda o guerra del Vietnam. La Commissione Mueller, se vogliamo chiamare così l’organo inquirente del Ruassiagate, è niente più e niente meno che la versione cyber della Commissione Creel. E anche la strategia è la stessa, media asserviti inclusi. Preghiamo non sia simile l’epilogo.

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