Ma “grazie agli agenti, la democrazia è possibile” era un chiaro messaggio di Trump al Deep State?

Di Mauro Bottarelli , il - 23 commenti


Sono sincero, non ho voglia di stare dietro ai dettagli di cronaca che si accavalleranno con il passare delle ore rispetto a quanto accaduto in Virginia. Non per pigrizia, per carità ma perché, a mio modo di vedere, si tratta del più classico “accident waiting to happen”: era questione di giorni, si sapeva che qualcosa avrebbe spezzato il clima politico americano in maniera dirompente. Per quanto emerso fino ad ora, abbiamo un 66enne dell’Illinois, sostenitore attivo di Bernie Sanders che, stanco di scrivere insulti a Trump su Facebook, si arma di un fucile semi-automatico e spara 80-100 in una sequenza durata 10 minuti, stando ai testimoni. Morti? Nessuno. Ha però ferito Steve Scalise, coordinatore del gruppo repubblicano al Congresso e altre quattro persone. Il tutto, mentre il gruppo di deputati e senatori, all’alba, si allenava su un campo da baseball di Alexandria, di fatto sobborgo di Washington, pur essendo in Virginia.

Non era un evento pubblico l’allenamento di stamattina ma in parecchie ne erano a conoscenza, in primis tutto il circondario del centro sportivo Eugene Simpson. Era pubblica però l’occasione a cui si doveva quell’allenamento, il tradizionale Congressional Baseball Game, la partita di beneficienza tra democratici e repubblicani, in programma per domani. Insomma, non serviva la CIA per sapere che parecchi politici del partito repubblicano si sarebbero trovati lì. C’è poi il particolare del ragazzo che, prima della sparatoria, avrebbe domandato a una guardia se ad allenarsi erano repubblicani o democrati: un spotter dell’attentatore? Un complice? O la solita voce messa artatamente in giro per intorbidire le acque? Forse non lo sapremo mai. O, forse, non sarà un gran problema. Il nostro James T. Hodgkinson non sarà il prossimo Lee Harvey Oswald, statene certi. E’ solo l’ennesimo, inutile meccanismo di un ingranaggio più grande.

Certo, colpire nel giorno del 71mo compleanno di Donald Trump può essere simbolico, come dire “guarda che bel regalo ti faccio, stronzo!” ma resta il fatto che, al netto dell’essere più o meno portato verso un’attività, è difficile trovare un baby-boomers dell’Illinois che non sappia sparare: noi lo abbiamo trovato. Perché non aveva in mano una Beretta con cui centrare bersagli in movimento, aveva un fucile semi-automatico con cui far fuoco a ripetizione su un gruppo di deputati e senatori di mezza età su un campo da baseball. Poi, dettaglio più importante: negli USA ti sparano al petto o in testa se rubi una confezione di preservativi e scappi, qui gli agenti di scorta del capogruppo repubblicano al Congresso sparano per ferire e immobilizzare l’attentatore. Bravi, chapeau ma puzza lontano un miglio.

Poi, poche ore dopo, il colpo di teatro: nel corso della conferenza stampa organizzata in fretta e furia, è lo stesso Donald Trump a confermare che l’attentatore è morto a causa delle gravi ferite riportate. “Siamo più forti quando siamo uniti e lavoriamo per il bene comune”, ha dichiarato il presidente, non senza aver ringraziato gli agenti intervenuti, visto che “grazie al loro sacrificio, la democrazia è possibile”. Cosa intendeva dire, che la democrazia è sotto minaccia e occorre farla difendere con le armi? Insomma, un messaggio in codice al Deep State? Inoltre, è un bel salto d qualità passare da scrivere sul proprio profilo Facebook che “Trump è il più grosso stronzo che sia mai entrato nella Stanza Ovale” e che “deve andare in galera” a pianificare una strage, non vi pare?

Ora sapremo da quanto tempo era in Virginia, cosa aveva fatto nelle ore precedenti all’attacco e anche se il bacon lo preferiva croccante o un po’ più morbido: semplicemente, non è farina del Deep State. Certe cose occorre saperle fare e qui c’è il forte sentore di una regia che pensava di essere Kubrick e invece può puntare al massimo a un porno amatoriale: delle due l’una, o è una false flag per dissimulazione oppure proprio una cialtronata. La cosa importante, a parte la salute di Scalise e dei feriti, è capire come reagirà l’America a questo atto, quindi come il dibattito politico digerirà questo netto abbruttimento del clima di contrapposizione: qualcuno sta chiedendo una tregua sul Russiagate e lo ha fatto in questo modo plateale?

Perché il problema è sempre quello: Donald Trump è alla Casa Bianca ma non comanda. Quando ancora il nostro sparatore, da buon cittadino del Mid-West, stava probabilmente facendosi la barba prima di entrare in azione, il Wall Street Journal era già nei chioschi e riportava la notizia che la famosa delega in bianco al Pentagono, riguardo il numero di truppe da schierare in Afghanistan, era arrivata. Da oggi in poi, il generale James Mattis ha il comando totale, non serve più l’ultima parola di Donald Trump. Nulla di inaspettato, la richiesta era stata avanzata da tempo dal Pentagono e poche ore prima della firma, proprio il generale James Mattis aveva parlato in questi termini davanti all’Armed Services Committee del Senato: “Al momento non stiamo vincendo in Afghanistan. E cercheremo di correggere questa situazione il prima possibile. Il Talebani stanno avanzando ed è un qualcosa a cui intendo dare risposta”.

Ad oggi ci sono circa 8.400 militari USA in Afghanistan: nei piani di Mattis, ne arriverà un numero variabile tra 3mila e 5mila in più, in tempi molto rapidi. Che, al netto della Siria e della Corea del Nord, il Pentagono – e non Trump – abbia piani differenti per il confronto con la Russia? O, ad esempio, per portare il Paese nel pantano di un nuovo Vietnam, tanto per riempire i telegiornali e le teste dei cittadini?
Già, la stampa. I media. Guardate questi due grafici,


freschi freschi dall’ultimo sondaggio Gallup: nonostante il mercato azionario ai massimi, la disoccupazione al minimo da 43 anni e l’ottimismo dei piccoli imprenditori alle stelle (stando sempre alle rilevazioni ufficiali), la percentuale di americani che disapprova l’operato del presidente è salita al record del 60% questa settimana. Non piacciono i suoi modi da cafone? Non è stata gradita l’apertura all’Arabia Saudita? No, tutto gravita maledettamente attorno alla gestione mediatica del caso Russiagate.

Di fatto, il sondaggio non fa che testimoniare come le cronache di “Washington Post” e “New York Times” rispetto alla deposizione dell’ex capo dell’FBI, James Comey, abbiano orientato l’opinione pubblica su un binario di colpevolezza nei confronti di Trump, nonostante chiunque abbia seguito l’audizione si sia reso conto con le proprie orecchie della impalpabilità delle accuse mosse da Comey. Lo stesso segretario alla Giustizia, Jeff Sessions, sentito ieri dal Comitato sull’intelligence del Senato, ha bollato l’intera vicenda delle trame tra entourage elettorale di Trump e Cremlino come “una bugia odiosa” e la Casa Bianca, poco prima che Sessions cominciasse a parlare, ha dovuto smentire ufficialmente le voci fatte circolare riguardo l’intenzione di Donald Trump di licenziare Robert Mueller in persona, ovvero il procuratore speciale del caso Russiagate.

Ovviamente una bufala ma che ha intorbidito le acque per parecchie ore, prima della smentita ufficiale, anche grazie al bailamme di dichiarazioni in merito rilasciate da vari esponenti repubblicani, tutti contrari: “Non c’e’ ragione di farlo, sarebbe un disastro”, ha tuonato il senatore Lindsey Graham. Di parere opposto, invece, un altro importante sostenitore di Trump, l’ex presidente della Camera dei rappresentanti, Newt Gingrich, che ha apertamente attaccato il procuratore, il quale ha lavorato 12 anni sotto gli ex presidenti George W.Bush e Barack Obama: “I repubblicani stanno delirando se pensano che questo procuratore speciale sia l’uomo giusto… Sarà una caccia alle streghe”, ha scritto su Twitter. E qui arriviamo al punto nodale. Cosa ha portato alla nomina di Mueller al ruolo di procuratore speciale del Russiagate, di fatto il mastino che potrebbe portare Trump verso l’impeachment per ostruzione alla giustizia?

Il fatto che James Comey abbia passato al “New York Times” i contenuti delle conversazioni avute con Donald Trump nella Stanza Ovale prima del suo licenziamento del 9 maggio, come da lui stesso ammesso davanti alla Commissione del Senato. La pubblicazione di quei leaks, che di fatto avrebbero dovuto dimostrare le pressioni del presidente sul capo dell’FBI, affinché lasciasse cadere nel vuoto le indagini su Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale e sui suoi legami con funzionari russi, hanno “creato” Mueller. James Comey VOLEVA ottenere la nomina di un procuratore speciale e l’ha ottenuta: ma chi è il mandante di Comey? Il problema è che la risposta a una domanda simile non la avremo mai – se non fra quaranta anni, quando declassificheranno i documenti secretati -, per il semplice fatto che nemmeno ci si è posti il problema principale.

Ovvero, che la notizia rimbalzata per ore su tg, siti d’informazione e social network sia stata che Trump voleva far fuori Mueller, ennesimo caso di abuso di potere di un uomo che ha qualcosa da nascondere e non che Mueller abbia ottenuto quel ruolo solo per il reato commesso dall’ex capo dell’FBI che passa documenti ai giornali, oltretutto conversazioni private con il presidente nello Studio Ovale. Senza Comey, non sarebbe esistito Mueller. Ma la stampa è bravissima a fare il suo mestiere di Goebbels del Deep State: ha venduto bene la scusa di Comey, ovvero aver preso appunti sulle sue riunioni private con Trump come assicurazione rispetto ad atti scriteriati del presidente e, allo stesso fine, averli passati alla stampa. Poi, ha fatto da grancassa alla voce in base alla quale Donald Trump intendesse defenestrare anche Mueller. Nella testa degli americani, c’è solo questo. E il sondaggio Gallup lo spiega.

Inoltre, a Washington gira un’altra storia. Ovvero che Donald Trump avesse veramente in testa di allentare le sanzioni contro Mosca una volta arrivato alla Casa Bianca ma appena questa possibilità è parsa prendere forma, Daniel Fried, il coordinatore delle politiche sanzionatorie, avrebbe ricevuto una telefonata appanicata: “Fai il possibile per evitarlo”. Gli operativi del Deep State non potevano permettersi di perdere l’arma tattica della russofobia da un lato, utile alle mire del Pentagono e del Russiagate dall’altro, altrettanto utile per tenere per le palle il presidente e, nel caso estremo, farlo fuori politicamente con l’inchiesta. Questo grafico,

sempre di Gallup, parla più di tutte le parole che ho appena messo in fila sull’accaduto: il rispetto dei cittadini americani nei confronti del governo è letteralmente crollato, forse solo pedofili e serial killer godono di stima inferiore. In un ambiente così, la guerra sotterranea è l’arma migliore: propaganda senza pietà, character assassination, fake news, mezze verità. Vale tutto. E valgono, più di ogni cosa, gli atti simbolici, quelli che colpiscono l’immaginario collettivo americano. Casualmente, i Golden State Warriors, appena laureatisi campioni NBA di pallacanestro dopo una serie contro Cleveland che ha incollato davanti alla tv milioni di appassionanti adoranti, con ogni probabilità boicotteranno la tradizionale cerimonia di premiazione alla Casa Bianca.

Manca ancora la posizione ufficiale della società ma il nucleo storico dello spogliatoio, tutto afro-americano, ha detto che non riconoscerà questo atto ufficiale a Donald Trump, di fatto delegittimandone il ruolo e bollandolo implicitamente di razzismo. Nemmeno a dirlo, la notizia ha avuto più eco della vittoria stessa del titolo NBA. I giornali non aspettavano altro, il Deep State pure. Magari, trattandosi di atleti afro-americani, il parere delle comunità e di associazioni come “Black lives matter” ha avuto influenza sulla decisione, chissà. Temo che quanto accaduto oggi in Virginia ci dica una cosa sola: Donald Trump si è convinto – o è stato convinto – di essere diventato grande e di poter giocare lo stesso gioco del Deep State. Errore madornale, se fosse così. E la conferma, state certi, non tarderà a palesarsi. In un modo o nell’altro.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi