Iran, un “inside job” post-elezioni? Una risposta al caos, forse, ce la daranno Turchia e Qatar. Presto

Di Mauro Bottarelli , il - 53 commenti


Attentatori sfuggiti ai controlli perché vestiti da donna e capaci di penetrare così nelle aree più protette della già ultra-cotrollata Teheran, ovvero il Parlamento e il mausoleo di Khomeini. Confusione totale su quanto stesse accadendo ma con le agenzie di stampa che trovavano fonti a bizzeffe per far filtrare che i deputati bloccati in aula, durante l’attacco, stessero cantando slogan contro l’America e l’Arabia Saudita. Uno dei membri del commando che, invece di cercare la morte da vero martire, si suicida con una capsula di cianuro, nemmeno fosse un gerarca nazista asserragliato. E poi, l’immediata rivendicazione dell’Isis. Con una differenza, sostanziale. La notizia non arriva dall’agenzia di stampa del Califfato o da Rita Katz: la prima a diffonderla è stata Al Arabiya, attraverso il canale in lingua farsi dell’emittente con quartiere generale negli Emirati Arabi, la quale citava fonti libiche. E parliamo della stessa Al Arabiya che, poco prima dell’attacco, rendeva noto questo

attraverso il suo account Twitter: della serie, non solo ci mettono la firma. Ce la mettono con il sangue. Un po’ troppo pacchiano, anche per i sauditi. Infine, il ricordo va alle denunce degli ultimi mesi da parte della polizia iraniana rispetto a diversi attentati terroristici sventati (e tutti attribuiti a prescindere all’Isis) in diverse regioni del Paese, soprattutto quelle del Sud Ovest, abitate prevalentemente da sunniti. Strano, in un Paese che negli ultimi anni ha dimostrato impermeabilità totale alle infiltrazioni terroristiche.

A metà pomeriggio di oggi, poi, i Guardiani della rivoluzione islamica, i pasdaran, hanno dichiarato senza giri di parole che dietro l’attentato c’è l’Arabia Saudita: “Questo attacco terroristico è avvenuto solo una settimana dopo l’incontro tra il presidente USA e i leader sauditi che supportano il terrorismo. Il fatto che lo Stato islamico abbia rivendicato l’attentato prova che sono coinvolti in questo atto brutale”. Il tutto con la minaccia di vendetta per l’accaduto: se a muovere un’accusa simile sono i più ortodossi custodi della rivoluzioni khomeinista, la cosa deve far riflettere.

Ma, oggettivamente, qualcosa non torna. Non sarà che quanto accaduto questa mattina a Teheran possa essere più una resa dei conti interna alla Repubblica islamica, una sorta di rivincita rispetto al risultato delle elezioni presidenziali dello scorso 19 maggio che hanno visto trionfare il riformista, Hassan Rouhani, contro il conservatore, Ebrahim Raisi? Cosa disse infatti, il presidente appena rieletto con il 53,3% delle preferenze, ovvero 23,5 milioni di voti sul totale di 41,3 recatisi alle urne? “Il messaggio del nostro popolo è stato espresso chiaramente. Gli iraniani vogliono vivere in pace e in amicizia con il resto del mondo ma non accettano minacce o umiliazioni… il nostro popolo ha dichiarato ai Paesi vicini e all’intera regione che il percorso verso la sicurezza è il rafforzamento della democrazia e non fare affidamento sui poteri stranieri”.

E ancora: “Gli iraniani hanno detto no a tutti coloro che ci invitavano a tornare indietro al passato o a frenare la situazione attuale.. L’Iran è un grande Paese. Voi siete i veri vincitori delle elezioni. Resterò fedele ai miei impegni presi con voi”. Insomma, decisamente cerchiobottista: rivendica l’orgoglio iraniano ma apre a un futuro di cooperazione, parla di grande Paese ma si premura di dire che non ci sarà un ritorno al passato. E il fatto che l’opposizione interna e in esilio abbia parlato di elezioni-farsa, riferendosi alle presidenziali del 19 maggio, potrebbe aprire qualche legittimo dubbio, anche al netto di questi dati e indicatori macro del Paese sotto la guida di Rouhani.





Qualcuno punta a una nuova “Rivoluzione verde”, dopo quella abortita nel 2009-2010, anche in quel caso nata da proteste post-elettorali? Si tratta forse di un “inside job” dell’ala più conservatrice, spaventata dall’atteggiamenti di Rouhani di fronte agli scenari globali che si stanno aprendo? Oppure l’attacco una cellula dell’Isis era davvero presente nel Paese, magari da tempo e in grado di portare a termine l’azione? Nel caso di specie, da sola o con qualcuno che ha forzato la mano al realismo, pensando solo al risultato e non alla moralità dei mezzi da utilizzare per ottenerlo? Ma come, direte voi, conservatori che spianano la strada a un movimento progressista? Certo, per stroncarlo e prendere il potere del tutto. La legge del cui prodest qui regna sovrana: perché fare un regalo simile a Teheran da parte di Isis e Ryad, ovvero tramutarlo di colpo da presunto finanziatore del terrorismo nell’area a vittima senza ombra di dubbio?

Ovviamente, un’eventuale reazione iraniana all’accaduto sarebbe la conferma o la smentita di questa tesi estrema ma, in caso Teheran decidesse di rispondere direttamente a Ryad, ci troveremo di fronte non solo a uno scenario di guerra totale ma, soprattutto, all’incredibile epilogo di una lotta proxy ultradecennale che si tramuta in conflitto vis a vis nell’arco di dieci giorni? Può la visita di Donald Trump aver innescato un vortice geopolitico tale? Certo, giova ricordare che dopo Ryad, il presidente USA ha visitato anche Israele, dove ovviamente la tematica Hamas gode di enorme interesse. E cosa lega questo folle risiko in atto, cosa tramuta Hamas in un elemento qualificante e condiviso? il Qatar, altro epicentro di crisi nell’area dopo la decisione a sorpresa di sauditi, Paesi del Golfo, Libia ed Egitto di tagliare tutte le relazioni diplomatiche con Doha, accusata appunto di finanziare il terrorismo – al pari di Teheran -, in particolare Hamas e i Fratelli Musulmani.

In primo luogo, Tel Aviv e il mondo sunnita temevano da tempo che il Qatar fosse il ponte che Teheran utilizzava per rinsaldare i contatti, proprio attraverso gli aiuti ad Hamas, con il mondo palestinese, tentando di rubare influenza alla sfera sunnita su quell’ombelico di mondo fondamentale per la nazione araba. In secondo luogo, la mossa contro Doha va a rafforzare anche l’asse tra i Paesi del Golfo e l’Egitto, dove ovviamente il generale Al-Sisi non può che vedere con soddisfazione un ridimensionamento dello status istituzionalmente riconosciuto ai Fratelli Musulmani, di fatto relegati a gruppo terroristico dalla scelta di Ryad. Un dedalo infernale, davvero da non riuscire più a raccapezzarsi. Due mosse, forse, potrebbero diradare un pochino la nebbia.

Primo, vedere se l’Arabia Saudita terrà fede alla minaccia di ritorsioni contenuta nell’ultimatum in dieci punti diretto contro Doha martedì sera e in scadenza stanotte. Ovviamente, nessuno pensa a un intervento militare diretto ma, certamente, il bluff rischia di essere svelato se, al netto del diniego di Doha, nulla dovesse accadere. Una prima mossa, in realtà, è stata compiuta questo pomeriggio, come ci mostrano questi grafici,



relativi al tonfo del riyal qatariota: le autorità saudite hanno dato ordine alle banche di non aumentare la loro esposizione verso clienti della Penisola, mentre alcune banche saudite, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein hanno autonomamente deciso di cominciare a tagliare l’esposizione al Qatar. Insomma, per ora, guerra finanziaria. Il problema è che a svelare un principio di farsa, ci hanno pensato stamattina proprio gli Emirati Arabi Uniti, i quali sempre attraverso Al Arabiya chiedevano che il Qatar dovesse pagare il prezzo per il suo sostegno al terrorismo. E non un prezzo meramente economico. E perché Abu Dhabi con la sua richiesta potrebbe rivelarsi la cartina di tornasole di una mossa azzardata? Ce lo dice questa mappa,

relativa al sistema di distribuzione del gas naturale qatariota Dolphin, da cui Emirati Arabi Uniti ed Egitto dipendono pressoché totalmente. Cosa accadrebbe con i consumi interni di Abu Dhabi se, per ritorsione, il Qatar chiudesse o riducesse la distribuzione? Dove troverebbe in tempi rapidi un fornitore alternativo? Insomma, tutti ricattati e tutti ricattabili i soggetti di questa tragicommedia mediorientale. Resta il fatto che il Qatar si sta tramutando nell’ennesimo proxy, ancora una volta si gioca di sponda tra Iran e Arabia Saudita. Con una variabile in più, però, la seconda mossa di cui vi parlavo prima. Con scelta a sorpresa che tradisce una fretta sospetta, a metà giornata di oggi i deputati del partito AKP del presidente turco Recep Erdogan hanno proposto di dibattere due mozioni urgenti: una che dava il via libera alla dislocazione di truppe turche in Qatar e un’altra che approvava un accordo tra le due nazioni sulla cooperazione nell’addestramento militare.

Con tempistica record, garantita dai numeri, le due bozze di mozione hanno avuto il via libera stasera alle 19 ore italiana, rendendo immediatamente operativo l’addestramento delle forze di sicurezza qatariote. Insomma, Ankara ha una fretta folle di correre a dare una mano a Doha, quantomeno frapponendo la deterrenza rappresentata dalle sue truppe alla smania di rivalsa – almeno a parole – di Ryad. E la mossa appare strategica, poiché le truppe turche sono truppe NATO. E in base all’articolo 5, chi le tocca fa scattare il meccanismo di difesa mutualistica dell’Alleanza. La NATO bombarda l’Arabia Saudita? Nemmeno nei miei sogni più proibiti.

Esattamente come per la base CENTCOM che gli Usa hanno alla periferia di Doha, anche la Turchia dal 2014 è presente con una base militare in Qatar, la prima installazione turca in Medio Oriente. Lo scorso anno, l’allora premier, Ahmet Davutoglu, visitò la base dove erano presenti già circa 150 soldati, tessendone le lodi strategiche, mentre nel 2015, l’ambasciatore turco in Qatar, Ahmet Demrok, parlò di un obiettivo finale di 3mila soldati dislocati nell’installazione, la quale sarebbe dovuta primariamente servire come centro di esercitazioni congiunte. Perché tanta determinazione turca in difesa del Qatar? Ecco perché,

la stessa ragione che, di fatto, sta insanguinando la Siria da cinque anni. E, tra l’altro, uno dei motivi che ha fatto finire Doha nel mirino di Washington e Ryad. Se infatti tra il 2013 e il 2015, il Qatar finanziò i ribelli siriani con 3 miliardi di dollari, proprio a difesa di quel progetto di pipeline Qatar-Turchia che necessitava la caduta di Assad e del suo regime, resosi conto di essere stato scavalcato da Ryad come primo finanziatore e, soprattutto, dell’ormai presenza fisica della Russia in Siria, il Qatar abbozzò e lo scorso anno, attraverso il fondo sovrano, investì 2,7 miliardi di dollari in Rosneft, la compagnia energetica statale russa. Di fatto, per USA e Arabia, la legittimazione da parte di Doha dell’asse Iran-Russia-Siria. Un doppiogioco inaccettabile. Una cosa è certa: se tutto quanto sta accadendo ha una trama, chi l’ha scritta è semplicemente un genio. Del male. Ma un genio. E il rumoroso silenzio russo…

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