L’Isis è l’abito blu della destabilizzazione globale. Va su tutto, copre tutto. E se si sciupa, lo butti via

Di Mauro Bottarelli , il - 39 commenti


Io direi che ormai i tempi siano maturi per un bel coming out: il Re è nudo, perché prolungare l’agonia? Perché continuare ancora a spacciare l’Isis per ciò che non è? Il cosiddetto Stato islamico o Daesh o Califfato che dir si voglia, altro non è che l’abito blu che ogni uomo ha nell’armadio e che toglie dall’imbarazzo quando non si sa cosa mettere per un certo appuntamento. Va su tutto, è sempre elegante, copre i difetti che magari un altro accostamento avrebbe evidenziato, è universalmente accettato come elegante e, soprattutto, quando ti stanca, lo cambi con un altro. Cosa sono stati i mujaheddin prima, Al Qaeda poi e adesso l’Isis? La foglia di fico della brutta abitudine che certo Occidente ha di destabilizzare le situazioni, infiltrando o creando ad arte elementi di disturbo. Non c’è niente di eversivo in questa tesi, è solamente una costatazione di fatto.

E perché continuare a parlare di flop dell’intelligence ad ogni attentato? Io non ci credo più, non è possibile. Certo, ci possono essere degli errori, delle inadeguatezze, dei cavilli di legge che rendono la vita più facile ai terroristi ma ci rendiamo conto della sequela di errori compiuti dai cosiddetti servizi di sicurezza dall’11 settembre in poi? E non diamo la colpa al terrorismo ibrido, alla guerra asimmetrica o ai lupi solitari: parliamo di gente che compie attentati brutali ma elementari, non c’è dietro questa organizzazione tipo Spectre che vogliono venderci. Dall’altra, ci sono intere nazioni, governi con capacità di intelligence enormi. E stanno perdendo. Ci credete? Se sì, ditemi una cosa: perché non si è intervenuti subito contro l’Isis, quando erano poche migliaia di uomini, eliminabili in una settimana di raid? Forse perché la Siria andava destabilizzata e la “guerra civili” andava alimentata con soggetti esterni?

Potrei crederci anch’io. Potrei dirmi che, proprio essendo cani sciolti, è più difficile anticipare le loro mosse, rispetto a quelle di un gruppo compartimentato e organizzato a livello militare come erano le BR o l’IRA o l’ETA. Vero. Però resta un fatto: il 99% di chi ha perpetrato atti di terrorismo in Europa, era seguito e noto alle forze di intelligence. Tutti, non si scappa. A questo punto, logica vorrebbe che – per quanto la lotta sia impari a loro favore, a livello di clandestinità e capacità di colpire all’improvviso – quella percentuale non superasse il 30%, stando larghi ed essendo generosi. Il generale Dalla Chiesa ha schiantato le BR con gli infiltrati e l’eccessiva loquacità dei terroristi finiti in galera durante le ore d’aria: noi, con i mezzi tecnologici che abbiamo, perdiamo contro la brigata delle banlieue? Prendiamo i tre attentatori del London Bridge a Londra, uccisi dalla polizia in un’azione durata in tutto 8 minuti. Bene, uno dei tre è immortalato in queste foto,


tratte dal documentario “The jihadist next door” prodotto e trasmesso dalla britannica Channel 4 lo scorso anno. Si tratta di Khuram Shazad Butt, 27 anni, già sotto inchiesta nel 2015, lo stesso ann in cui fu filmato mentre pregava a Regent’s Park di fronte a una bandiera dell’Isis. Non un boy scout. L’assistente commissario dell’antiterrorismo inglese, Mark Rowley, ha confermato al Financial Times il fatto ma ha dichiarato che la mancanza di prove riguardo l’intenzione di perpetrare attentati o atti di violenza hanno fatto scivolare il fascicolo di Butt nell’area della bassa priorità. Peccato che nel filmato mandato in onda, lo stesso Butt sia ripreso in compagnia dei massimi leader dell’ora disciolto network radicale di al-Muhajeroun.

The Jihadist Next Door

E cosa scopriamo oggi? Che un altro degli attentatori, Youssef Zaghba, 22 anni, non solo è di madre bolognese e con doppio passaporto ma nel marzo del 2016 fu fermato all’aeroporto Marconi del capoluogo emiliano, dove tentava di imbarcarsi per raggiungere la Turchia e da lì proseguire per la Siria, dove intendeva unirsi all’Isis. Fermato perché in possesso di un biglietto di sola andata e un piccolo zaino, senza abiti, nel suo cellulare furono trovati immagini legate all’Isis: fu anche sequestrato il computer che teneva a casa della madre e revocato il passaporto. Morale della favola? Il Tribunale del Riesame accettò il suo ricorso, poiché non vi sarebbero stati sufficienti indizi per formulare l’accusa di terrorismo.

A Milano, poche settimane fa, all’assalitore dei poliziotti in Stazione Centrale è bastato un solo video dell’Isis su Facebook per vedersi imputato l’articolo 270 bis, terrorismo internazionale. Ma di cosa stiamo parlando? Certo, i terroristi si fanno forti di burocrazia folle e interpretazioni personali della legge da parte dei tribunali ma questo status quo dura da anni: si cambiano leggi elettorali, aliquote fiscali, regimi contributivi ma non si riesce a omogeneizzare e coordinare un minimo certa legislazione sul terrorismo e la sua pratica? Allora, forse, non è tutta questa emergenza.

Mentre scrivo giunge la notizia di un poliziotto che ha ferito alle gambe e reso inoffensivo un aggressore a Parigi, presso Notre Dame: un uomo armato di martello che si era avventato contro un suo collega. Si tratterebbe di un studente di origine algerino con regolare permesso di soggiorno, aveva con sé anche due coltelli e – udite udite – nel colpire l’agente, ha gridato “Lo faccio per la Siria”. Non trovando i forni crematori o le armi chimiche, adesso hanno il loro martire pro-Assad da mostrare al mondo indignato e spaventato? No, si sarebbe dichiarato un combattente dello Stato islamico. Ma, comunque, riporta Damasco al centro della scena e unisce il suo nome a quello dell’allarme terroristico in Europa: può tornare utile. Quasi certamente, poi, avrà dei disturbi mentali. Ma, paradossalmente, è questo che deve inquietare di quanto accaduto:

circa 900 fedeli presenti all’interno della cattedrale sono stati perquisiti dalla polizia e tenuti bloccati all’interno, tutti con le mani sopra la testa. Esattamente come qui,

per le strade di Southwark sabato notte, dopo l’attacco a Tower Bridge. Non credete ai simbolismi? Io sì. Tantissimo. Al netto che non si capisce il motivo per cui, se hai due coltelli in tasca, utilizzi il martello per colpire (a meno che non te lo abbia detto la vocina nella testa, essendo tu instabile psichicamente), qui ci sono almeno due messaggi: non siete più sicuri nemmeno nel luogo più sacro, quelle che viene ritenuto neutrale anche in guerra. La chiesa. Il terrore dell’islam colpisce il cuore del cristianesimo: è la guerra di religione di Samuel Huntington e dei neo-con, quelli seri e quelli alla Ferrara o Sallusti, senza distinzione.

La prova provata che il nemico è l’islam in sé, non importa se in Siria e in Iraq a fare il culo all’Isis siano proprio dei musulmani. Insieme agli hacker russi, ovviamente. Secondo, quel gesto significa arrendetevi alla paura, non provate a reagire, Per avere salva la vita, occorre arrendersi: anche e soprattutto a nuove regole e restrizioni che verranno imposte senza le vostre proteste. Perché sono per il nostro bene, per la nostra sicurezza, per non doverci trovare in una chiesa o per strada con il rischio di essere sgozzati in nome del Califfo.

C’è poi un altro tratto caratteristico del terrorismo dell’Isis o, comunque, del perpetuatore di attacchi: è quasi sempre mentalmente instabile o drogato e colpisce, casualmente, a ridosso di appuntamenti importanti, come campagne elettorali o voti parlamentari su materie delicate. Parlando nel corso di un dibattito a SkyTg24 oggi pomeriggio, uno psichiatra-neurologo di cui non ricordo il nome ha dichiarato quanto segue, forse non rendendosi conto di andare un po’ oltre con la sincerità pubblica: “Su dieci attenzionati a Roma per attività sul web che destano sospetto, tutti e dieci sono in cura presso strutture psichiatriche”. C’è un nesso tra malattia mentale e terrorismo islamico, forse? Ne dubito, trattasi immagino di soggetti già fragili e manipolabili per la loro condizione psichica che si avvicinano o vengono fatti avvicinare al jihadismo. Magari in carcere, dove si registra il picco delle radicalizzazione tra i delinquenti musulmani detenuti.

Comunque sia, gente con un record tracciato, gente che si sa chi è: vale per il Belgio, la Francia, la Gran Bretagna. Salah Abdelslam, la presunta primula rosse del Bataclan, beveva, si drogava e aveva tendenze omosessuali. Lo sapevano tutti nel quartiere, dove era descritto come un delinquetello di mezza tacca. Di colpo, è in grado di comandare un’azione da commando, tenendo in scacco per settimane l’intelligence e la polizia di mezza Europa, addirittura scappando nascosto in un armadio, durante un trasloco. Poi, di colpo, si fa prendere come un coglione sotto casa: non reagisce, non prova a scappare. Soprattutto, non è armato. E l’attentatore di Nizza? Si sarebbe radicalizzato nell’arco di poche settimane, di colpo. Prima beveva, fumava , si drogava, andava a donne: poi, dalla sera alla mattina, un talebano, tutto virtù e preghiera. E la psichiatria è parte integrante dell’attività di intelligence, tanto che esiste la branca della guerra psicologica – psyops -, sempre più al centro di attività e ricerche dei principali servizi di sicurezza. Devo andare avanti? No, perché se dovessi aprire il capitolo delle stragi negli Stati Uniti, da Orlando a San Bernardino, le cosiddette falle nel sistema di intelligence diventano addirittura crateri, con l’FBI e la CIA che casualmente saltano fuori di qua e di là. Infiltrano, seguono, addestrano, sfruttano, manipolano: poi, casualmente, il Frankenstein creato “impazzisce” o si radicalizza. E fa una strage. Spesso, politicamente utilissima.

Stesso discorso vale per il timing. C’è una campagna elettorale? Attentato. C’è un’elezione imminente? Attentato. Serve coprire uno scandalo politico o un’imminente crisi economica? C’è un attentato. Più o meno sempre con le medesime modalità, perpetrato da disturbati psichici ma legatissimi all’Isis e destinati a non potere poi dire la loro, perché ammazzati. Come il ragazzino che compì la strage a Monaco di Baviera, descritto con un nerd bullizzato all’asilo e poco religioso ma che spara in movimento con una Glock come un agente speciale: tutti con una doppia vita li trovano. Mitomani, tossici, matti e ubriaconi. Scusate, questi sarebbero i guerrieri del Califfo? Una manica di disturbati con ogni tipo di vizio? Diciamo che o sono davvero a corto di manovalanza oppure non c’è tutta questa rigidità valoriale nel codice di ingresso in Daesh, non vi pare?

Ma li avete visti i miliziani in azione in Siria o in Iraq, ammesso che non fosse uno studio cinematografico o il deserto del Navada (intendo i video promozionali, quelli tutto sangue e mutilazioni, non sto mettendo in dubbio le atrocità compiute a Raqqa, Mosul, Palmira o Aleppo)? Io capisco che bisogna millantare per non dare nell’occhio ma se erano al 90% noti alle forze di sicurezza, cosa cazzo millanti? Puoi fregare il barista o il panettiere, difficilmente l’agente che ti ha attenzionato. Volete dirmi che l’Isis è diviso in due, miliziani timorati di Allah in Medio Oriente, mentre chi opera in Europa o negli USA è mediamente un avanzo di galera o di manicomio? Va bene, prendiamo per buona la versione. Dovete spiegarmi, però, perché agiscono in base a un’agenda che è tutta politica e non religiosa, oltretutto regolata su modi e tempi occidentali, ovvero perpetrando atti che orientano le politiche dei governi.

Allah vuole mettere becco su quanto deciso dal Parlamento francese? Al-Baghdadi vuole influenzare il Bundestag? Oddio, la narrativa neo-con di nuovo tanto in voga mi dice che vogliono distruggerci, che c’è una guerra di religione, che l’idea è conquistarci a colpi di bombe e sgozzamenti. Che beneficio può trarre Allah dallo stato di emergenza post-Bataclan, visto che rende formalmente la vita più complicata ai suoi guerrieri? E ora chidetevi, invece, che giovamento ha tratto il governo Hollande da quello stato di emergenza, a partire dall’approvazione senza più un’ora di sciopero della nuova legge sul mercato del lavoro. Il tutto, apponendo un bel segreto militare sulla provenienza delle armi del commando che ha colpito la redazione di Charlie Hebdo.

E poi, ultimo punto, strettamente connesso a quanto appena detto. Al netto delle polemiche titte elettorali sul numero di poliziotti tagliati da Theresa May nei sei anni in cui è stata ministro dell’Interno, qual è stata l’unica proposta di contrasto al terrorismo che avete visto sorgere dagli attentati di Manchester prima e Londra poi? Regolamentazione e censura di Internet. Non c’è un singolo politico, poliziotto, membro dell’intelligence o analista prezzolato che non abbia detto come la priorità assoluta sia bloccare la radicalizzazione e l’arruolamento sulla Rete. Insomma, Facebook meglio di un campo di addestramento libanese. Ma non erano galere e moschee i centri della radicalizzazione? E attenzione, perché non si tratta di perseguire solo attività on-line legate all’estremismo islamico, la battaglia è più ampia e contempla tutti gli estremismi, ivi compreso il cosiddetto “hate speech”. Verrebbe da dire, chiudiamo Internet e il problema è risolto.

Peccato che, così facendo, mister Zuckerberg e soci perdono montagne di soldi e l’intelligence di mezzo mondo la possibilità di fare il proprio lavoro comodamente on-line, senza andare per moschee o altri luoghi a vedere come stanno le cose. Attenzionare via social network, ecco la grande strategia per combattere l’Isis. Forse, non è tutta questa minaccia allora. Forse, è soltanto un soldato un po’ insubordinato ma tanto utile alla causa superiore dell’ordine globalista. E, soprattutto, con una straordinaria peculiarità. Esattamente come quell’abito blu perfetto per ogni occasione, quando stanca o diventa talmente logoro da farti fare brutta figura, lo butti via e ne prendi un altro.

Proprio come si sta facendo con l’Isis a Raqqa (dove proprio oggi è partita l’offensiva per la riconquista da parte della coalizione curdo-araba supportata dagli USA) e Mosul, dove gli americani stanno compiendo una strage di civili dppo l’altra, pur di accelerare al massimo le operazione di pulizia. Prima che arrivi qualcun’altro. Magari un russo o un siriano. O, peggio, un iraniano o un membro di Hezbollah. E trovino segreti inconfessabili, esattamente come un bigliettino con un numero di telefono e una macchia di rossetto, dimenticato nella tasca interna di quel bel vestito blu. Non è Matrix, né la Spectre: si chiama ragion di Stato ed esiste da secoli. Ora, però, mi pare si stia un po’ esagerando.

Vi chiederete se questa strategia funzioni. Eccome se funziona. E la conferma è giunta poco fa dal tg di La7, dove l’ineffabile e sempre più neo-con Enrico Mentana, dopo aver debitamente rimarcato la firma dell’Isis sull’aggressione a Notre Dame, ha deliziato i suoi telespettatori sciorinando la seguente frase: lo Stato islamico ci attacca in Europa, perché sta perdendo terreno in Siria, visto che oggi le forze curde insieme agli americani hanno dato il via all’offensiva finale su Raqqa. Un capolavoro. Il messaggio che passa è chiaro: sono gli USA a combattere l’Isis sul campo, noi paghiamo il prezzo collaterale della loro azione ma Washington è la liberatrice della Siria. Mancavano solo l’inno in sottofondo, i palloncini colorati e Celata e la Sardoni che gridavano “USA, USA”.

In un attimo, cancellati anni di quantomeno opinabile attività statunitense nell’area e consegnata al mondo una nuova narrativa, grazie alla psicosi europea. Assad? Quello è un macellaio che usa forni crematori e armi chimiche. I russi? Quelli bombardano gli ospedali pediatrici, lo dice Lucia Goracci e poi sono pieni di hackers. Hezbollah? Per carità, sono terroristi finanziati dall’Iran. E l’Iran? Finanzia il terrorismo, lo ha detto quell’abile geopolitico di Donald Trump, parlando dalla capitale della pace e della moderazione, Ryad. Preparatevi alla grande crociata della propaganda, l’abito blu non serve più e saranno gli Stati Uniti a buttarlo via, liberando l’armadio della democrazia da un capo fattosi ingombrante. E lo faranno in favore di telecamera. Con i vari Enrico Mentana del mondo plaudenti e commossi.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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