Non credete al Muppet Show degli USA. Dietro a fumo e specchi, c’è sempre una Siria senza Assad

Di Mauro Bottarelli , il - 36 commenti


Dunque, per cominciare facciamo il punto sullo stato di salute della politica americana, quella che da più parti viene indicata come il faro di democrazia cui l’Occidente dovrebbe tendere e guardare con ossequioso rispetto e deferente invidia. Il presidente Donald Trump, con stile vagamente irrituale, ieri ha definito l’ex capo dell’FBI, da lui licenziato il 9 maggio scorso, una “gola profonda” e un “bugiardo”, anticipando alla stampa – con atteggiamento un po’ mafioso – il contenuto di alcune registrazioni relative a loro incontri: “Non resterete delusi”, ha detto ai giornalisti. Insomma, stando all’inquilino della Casa Bianca, l’uomo che ha guidato i federali per anni, è un bugiardo e uno che passa notizie riservate alla stampa: decisamente un modello a cui tendere, alla faccia della propaganda e della disinformazione russa denunciata dai media mainstream. Ma se questi due grafici


ci mostrano come, al netto dei toni, tutti i torti Trump non li abbia, visto che dopo la deposizione di Comey, le possibilità di impeachment del presidente siano calate, è altro che francamente inquieta e che proietta sul West Wing la luce un po’ farsesca di un “Muppet Show”, più che di una “House of cards”. Per l’esattezza, la perfetta discrasia che sia è sostanziata ieri tra le dichiarazioni dello stesso Trump e quelle del capo del Dipartimento di Stato, Rex Tillerson, riguardo l’affaire Qatar. Quest’ultimo, infatti, ha ufficialmente invitato Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo ad allentare la pressione su Doha, mentre Trump ha dichiarato che “sfortunatamente il Qatar è un finanziatore del terrorismo e a livelli molto alti”.

Ora, capirete da soli che se presidente USA e ministro degli Esteri dicono, pressoché in assoluta contemporanea, due cose diametralmente opposte sullo stesso, delicato argomento, qualche domanda sorge spontanea: la prima, ci sono o ci fanno? Io propendo per la seconda ipotesi, perché i segnali che giungono dal campo della cosiddetta “guerra al terrorismo” ci mostrano gli Stati Uniti non solo determinati ma decisamente chiari nel loro intento. La crisi del Qatar rappresenta ciò che negli USA si definisce “smoke and mirrors”, una cortina fumogena che nasconde il vero obiettivo, quello storico del Deep State: una Siria senza Assad e spartita in zone autonome, in base agli interessi geopolitici che queste portano in dote.

Il senatore ed ex funzionario dei servizi segreti russi, Igor Morozov, ritiene infatti che gli Stati Uniti stiano preparando un’operazione su larga scala per deporre il presidente siriano, Bashar al-Assad e instaurare un governo fedele a Washington, organizzando provocazioni e false-flag contro le forze governative. “Gli Stati Uniti stanno cercando di prendere l’iniziativa strategica in Siria, mettendo in piedi una rivoluzione colorata e, tramite l’impiego delle forze armate, preparano l’offensiva su Damasco per rimuovere dal potere l’attuale presidente siriano, Bashar al-Assad e installare un governo da loro controllato”, ha dichiarato Morozov. Il senatore è convinto che gli Stati Uniti continuino a destabilizzare la situazione in Siria, cercando di far saltare gli accordi sulla risoluzione pacifica della crisi che sono stati raggiunti ad Astana e Ginevra. Ma non basta: per Morozov, l’abbattimento del drone avvenuto ieri sarebbe una false-flag organizzata dai servizi segreti americani, insieme alle forze dell’opposizione anti-Assad.

Già, perché stranamente a sole 24 ore dal comunicato del presidente Assad, nel quale si diceva chiaramente che la pazienza verso le incursioni dell’aviazione USA contro milizie siriane nell’area di Al Tanf stava finendo, ecco che compare un misterioso drone armato siriano avrebbe attaccato forze della coalizione USA, venendo però prontamente abbattuto. Il Pentagono ha immediatamente definito l’accaduto “un’escalation di alto livello delle tensioni tra Washington e le truppe che supportano Damasco”. Di più, il colonnello Ryad Dillon, portavoce della coalizione, ha mosso il carico da novanta: “Quanto accaduto, nonostante si sia trattato di un colpo di avvertimento, ci mostra chiaramente una minaccia: aveva un intento ostile, un’azione ostile che pone una minaccia alle nostre forze armate, perché questo drone era armato per colpire. E’ stata la prima volta che le forze pro-Assad colpivano quelle della coalizione nella regione”.

Come dire, il diritto di rappresaglia è garantito. Il drone, un MQ-1, avrebbe sparato e le munizioni sarebbero cadute a pochi metri dalle forze della coalizione, non esplodendo. Dillon, sfidando il ridicolo, è arrivato a dire che “questo tipo di incidente, distrae la nostra attenzione dal focus principale, ovvero la lotta all’Isis”. Ma come fanno gli USA a sapere con certezza che si trattasse di un drone pro-Damasco? Per Dillon, la certezza è data dal fatto che poco prima, forze della coalizione USA avevano colpito due truck delle milizie siriane vicino ad Al Tanf: di fatto, una vendetta. Così, in pochi ore si organizza un attacco? Con un drone, poi, abbattuto in men che non si dica? La puzza di casus belli si sente lontano un miglio.

E ne è convinto anche il generale, Sergey Surovikin, portavoce delle forze di terra russe: “Invece che promuovere l’intento della lotta al terrorismo internazionale, la coalizione a guida USA sta colpendo l’esercito siriano, permettendo ai miliziani dell’Isis di lasciare le aree in cui erano circondati in sicurezza e rafforzando contemporaneamente i gruppi terroristi vicino a Palmyea e Deir-ez-Zor. Questa è una chiara violazione del diritto sovrano della Siria di difendere i suoi confini”. Fosse solo la violazione il problema, non sarebbe nulla di nuovo. Il fatto è che da Raqqa arrivano notizie più preoccupanti. Confermate e non. Questo video

US coalition using white phosphorus in Raqqa airstrikes | June 8th 2017

mostra infatti come l’altra notte le forze della coalizione USA, impegnate nella riconquista della capitale siriana del Califfato, avrebbero usato fosforo bianco in un contesto urbano ancora pieno di civili, mentre questo altro video

Iraq – Coalition forces shelling IS controlled hospital with white phosphorus in Mosul 4/6

sarebbe la conferma dell’uso della stessa sostanza vietata anche a Mosul. Non ci sono conferme dirette di questo, quindi occorre usare la massima cautela ma resta un fatto, incontrovertibile: gli USA hanno una fretta folle di far cadere le due roccaforti dell’Isis e, soprattutto, di non lasciare traccia di relazioni pericolose e compromettenti. Questo spiegherebbe l’utilizzo del fosforo bianco e anche la determinazione delle forze USA e dei miliziani delle Forze Democratiche Siriane (SDF) di eliminare quanti più miliziani possibili. I morti, notoriamente, non parlano. Un po’ come i vari attentatori europei, i cosiddetti “cani sciolti”.

Giovedì le forze siriane, supportate dagli USA, sono entrate a Raqqa per la prima volta, come confermato dal loro comandante, Rojda Felat, alla Reuters: “Il nostro gruppo sta combattendo proprio ora per le strade di Raqqa. Abbiamo buona esperienza con la guerriglia urbana”. Chissà chi avrà fornito loro l’addestramento? E se i raid USA che hanno aperto il fronte dell’avanzata hanno fatto almeno 40 morti fra i civili (quelli che il generale James Mattis chiama “cosa che fanno parte della vita”), la realtà dei fatti è nota a tutti: l’attacco a Raqqa è costato sette mesi di pianificazione agli americani, durante i quali il fronte anti-Assad ha ricevuto armamento pesante e addestramento da centinaia di advisers e contractors statunitensi.

La finalità? Estirpare Daesh da Raqqa per trasformarla in altro, esattamente ciò che ha confermato lo scorso aprile proprio il capo della SDF: “Una volta liberata, daremo il controllo di Raqqa a un consiglio civile e non al governo siriano. Questo consiglio sarà supportato da oltre 3mila militari americani sul campo”. E anche a Washington non fanno mistero della reale finalità geopolitica: il generale Joseph Votel, capo dello US Central Command, ha infatti dichiarato che “le truppe americane rimarranno a Raqqa anche dopo la caduta di Daesh, questo per aiutare i nostri alleati a stabilizzare la regione e creare le condizioni per uno sforzo a guida siriana di peace-keeping”. Di fatto, le truppe USA saranno il cane da guardia di un’entità indipendente all’interno dei confini siriani.

Unite a questo gli attacchi dei velivoli della coalizione contro le truppe siriane nell’area di Al Tanf e la creazione di “deconflition zones” da parte della stessa coalizione, non riconosciute da Damasco e nate solo per criminalizzare a presenza di forze fedeli a Damasco e il quadro di destabilizzazione è servito. Una divisione della Siria, il vecchio piano di John Kerry visto come “necessaria soluzione per porre fine al conflitto siriano”. Stando all’endgame originale, il Paese dovrebbe essere diviso da linee settarie, con regioni autonome create per alawiti, cristiani/drusi, curdi e musulmani sunniti. Doppia la finalità: garantirsi dalla partizione le aree più ricche di materie prime e permettere la nascita, nell’area sunnita, di una sorta di teocrazia wahabita che faccia riferimento diretto gli USA attraverso lo sponsor di sempre, quell’Arabia Saudita recentemente benedetta da Donald Trump come punta di diamante della lotta al terrorismo.

In tal senso, la criminalizzazione del Qatar assume interamente scopi anti-iraniani, al fine di stroncare ogni velleità sciita di influenza nella regione. Insomma, settarismo pret-a-porter ed eterodiretto, come in Iraq e Libia, dopo le invasioni USA e alleate. Permetterà Bashar al-Assad che un piano simile si compia, di fatto devastando l’integrità e la sovranità siriana? Mai. E lo stesso vale per russi, iraniani ed Hezbollah, mossi da interessi strategici nell’area. Sbaglierò ma la Siria sta per tornare ad essere una polveriera ad altissimo rischio sistemico. Stranamente, poi, sempre ieri la Commissione delle Nazioni Unite per il Medio Oriente ha “scoperto” a Gaza un tunnel operativo di Hamas sotto una scuola. Tu guarda la combinazione, proprio quell’Hamas che sarebbe finanziata e supportata dal Qatar e che è, contemporaneamente, il nemico giurato di Israele. Solo coincidenze, of course.

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