Russiagate a una svolta, ecco spiegate le nuove sanzioni UE. E la FEMA ha un piano d’emergenza

Di Mauro Bottarelli , il - 50 commenti


La notizia è stata battuta quando in Italia mancavano 20 minuti alle 8: fregate e sottomarini russi hanno sparato 6 missili da crociera Kalibr contro obiettivi dell’Isis in Siria: “I miliziani che sono sopravvissuti all’attacco, sono stati poi eliminati nel corso di attacchi aerei”, ha sentenziato risoluto il ministero della Difesa. Dopo lo show sul Baltico dell’altro giorno, con proprio l’aereo che trasportava il ministro della Difesa russo approcciato da jet della NATO e il pronto intervento dei caccia russi a “mostrare l’armamento”, ecco che lo scenario proxy siriano torna a far parlare di sé. E la mossa di Mosca non arriva per caso, né per scelta meramente militare. Poco prima dell’attacco erano tre le notizie a dettare l’agenda mediorientale.

Primo, su richiesta del neo-eletto principe, Mohammed bin Salman, Israele ha inviato a Ryad 18 aerei da guerra, tra cui F-15, F-!6 e due C-130, “al fine di prevenire attività golpistiche da parte del deposto principe Mohammed bin Nayef”, stando all’agenzia Farsi. Secondo, sempre l’Arabia Saudita, spalleggiata dagli Stati del Golfo, ha avanzato un ultimatum di dieci giorni al Qatar, entro i quali dovrà tagliare tutti i contatti con l’Iran, chiudere la base militare turca presente nel Paese, spegnere i ripetitori di Al-Jazeera e pagare una multa. Insomma, il cambio di regime a Ryad sta già mostrando i propri frutti. Terzo, l’Isis ormai è alla corde a Raqqa, dove i miliziani curdi hanno tagliato del tutto l’ultima via di comunicazione possibile. Insomma, lo scenario è quantomai fluido e in movimento. E la Russia, ancora una volta, è silenziosamente al centro della scena.

Ma questo non vale soltanto in Siria. Dopo che Emmanuel Macron ha dimostrato al mondo come con una bombola di gas e un trolley si possa ottenere in cinque minuti un fondo comune per la difesa UE che finora era parso solo un miraggio, ecco che dal Vertice europeo in corso a Parigi arriva la conferma che la carta della russofobia rimane quella preferita dal Deep State per arrivare al golpe silenzioso che sta preparando a Washington. Ecco a voi il tweet


con cui ieri il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha comunicato che “l’Ue estenderà di sei mesi, a partire da luglio, le sanzioni economiche contro la Russia per il conflitto in Ucraina”. Nemmeno a dirlo, la decisione ha fatto seguito alla presentazione ai 28 della valutazione riguardo la situazione sul campo da parte della cancelliera tedesca, Angela Merkel e del presidente francese, Emmanuel Macron. L’asse renano non solo è vivo ma tremendamente vegeto e in linea con l’agenda di Washington. Ora si capisce meglio l’intemerata di politica estera fatta due giorni fa dal ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, il quale si chiedeva se gli USA si rendessero conto di come una loro ritirata dal quadro internazionale significasse “il collasso dei valori liberali dell’Occidente, garantendo un maggior peso diplomatico a Russia e Cina”. Quando nasci servo, difficile tu possa evolverti. E Schaeuble non ha decisamente il profilo di un novello Spartaco.

Ma, almeno, serve a qualcosa – nel piano di destabilizzazione del Deep State – questa cieca fedeltà europea sulle sanzioni? Al netto delle pagliacciate di Alexei Navalny tramutata in atti eroici da “Repubblica”, la fiducia del popolo russo in Vladimir Putin è in calo? Questi grafici




sono a corredo del report pubblicato ieri e dedicato alla Russia dal Pew Research Center, istituto statistico statunitense di primaria importanza e parlano una lingua decisamente opposta. Di più, in anticipo di un giorno sulla scontata decisione dell’UE riguardo le sanzioni, martedì gli investitori stranieri hanno acquistato circa l’85% dei bond collocati dalla Federazione russa. Lo ha confermato alla stampa il ministro delle Finanze, Anton Siluanov, dicendosi “soddisfatto” della redditività dell’operazione. “Vi è stata una grande domanda da parte degli stranieri, compresi gli americani – ha detto, citato dalla Tass -. Intorno all’85% dei titoli è stato comprato da stranieri e circa il 15% da russi”. In tutto sono state piazzate obbligazioni per 3 miliardi di dollari e, stando sempre al ministro, il maggiore interesse è stato suscitato dai titoli trentennali, acquistato al 95% da investitori stranieri.

Il ministero delle Finanze ha fatto sapere di aver venduto 1 miliardo di eurobond decennali a un rendimento del 4,25% e 2 miliardi di dollari di titoli trentennali al 5,5%. Inoltre, la Russia intende effettuare uno scambio di eurobond entro la fine dell’anno, vendendo ulteriori 4 miliardi di dollari di nuovi titoli obbligazionari per sostituire il debito esistente. Stando a Timothy Ash, analista strategico alla Bluebay e citato dal “Financial Times”, l’operazione di Mosca è stata “una mossa molto politica con cui si vuole lanciare il messaggio che le sanzioni non stanno funzionando”. Le imprese europee colpite negli export da questo atteggiamento criminale, sentitamente ringraziano. Ma qual è il problema, se come ci mostra questo grafico,

la BCE ha comprato il 15% dei bond corporate all’interno del programma CPSS sul mercato primario, di fatto finanziando in maniera diretta imprese che emettono debito a costo zero e incamerano denaro che non usano per investimenti ma per attività speculative e per imbellettare i bilanci? Il bello è che lo chiamano libero mercato e la stessa BCE, nell’ultimo bollettino, si è detta preoccupata per il protezionismo di Donald Trump.

E in America, che aria tira? Strana. E, purtroppo, mi trovo sempre di fronte al solito dilemma: Donald Trump ci è o ci fa? E’ il buzzurro che dipingono o gioca in base a una strategia ben più sottile di quella che gli si riconosce? Viene da chiederselo seriamente dopo questo tweet di ieri,


nel quale il presidente smentisce di fatto se stesso e la sua promessa alla stampa e al Paese di novità sul caso Comey, ovvero il fatto che l’ex capo dell’FBI silurato da Trump il 4 maggio scorso, abbia passato al New York Times i contenuti delle conversazioni private avute con il presidente nello Studio Ovale, di fatto spianando la strada all’arrivo di Robert Mueller come procuratore speciale per il Russiagate. Trump sta ancora una volta giocando al gatto col topo con i giornali mainstream che sostengono la tesi russofobica del Deep State? Una cosa è certa ed è certificata da queste foto del “Daily Mail”:



un’ora dopo il tweet del presidente, lo stesso James Comey e la moglie, Patrice Failor, entravano nella redazione del “New York Times”, dove immagino l’ex capo dell’FBI abbia ormai un suo ufficio. Scoop in arrivo? Probabile, per due motivi. Primo, il Deep State ha deciso che la pista russa non va mollata di un centimetro. Secondo, Robert Mueller sta lavorando in maniera alacre sul Russiagate, con i suoi collaboratori che stanno interrogando decine di persone, anche negli organigrammi della agenzie di intelligence. Ed ecco come il giornalista investigativo, John Stockman, descrive nel suo ultimo articolo il ruolo di Mueller nell’intera vicenda: “Mueller è il membro del Deep State che porta con sé la carta vincente, un qualcuno che ha visto la fondazione dell’attuale mostro di sorveglianza globale fin dall’inizio, ovvero subito dopo l’11 settembre. E visto che l’apparato da 75 miliardi di dollari nato da quella vicenda e dall’esagerazione della minaccia rappresentata dal terrorismo islamico deve perpetuarsi, ora serve demonizzare la Russia per fare in modo che il giochino prosegua. Una transizione che Mueller ha sottoscritto in pieno”.

E ancora: “Mueller troverà sicuramente estese interferenze russe nelle elezioni del 2016 e cercherà di inchiodare il presidente a quelle evidenze. L’orologio ormai sta ticchettando. E il suo team investigativo è stato riempito di veri e propri killer investigativi con un provato curriculum di mal comportamento professionale… Per esempio, la prima persona che Mueller ha assunto è stato Amdrew Weissmann, l’uomo che ha guidato la sezione frodi della Criminal Division e che ha operato come consigliere generale sotto la guida di Mueller all’FBI. Fu proprio Weissmann a guidare la task-force che investigò sullo scandalo Enron, il più egregio esercizio di abuso investigativo degli ultimi 100 anni”.

Poi, la frase dell’articolo che spalanca lo scenario peggiore: “Per cui, non dovrebbe esserci dubbio. Un grosso golpe è in lavorazione”. E la logica dovrebbe essere la stessa del 2013, quando l’intera vicenda del coinvolgimento americano nella vicenda siriana si basò sulla falsa evidenza dell’attacco chimico attribuito alle milizie di Assad nell’agosto di quell’anno, nonostante le stesse prove balistiche USA lo smentissero. Ora non servono razzi o armi chimiche, basta trovare o inventare il diretto coinvolgimento di entità russe nella distorsione del voto presidenziale che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca. La chiave è sempre la stessa: il Cremlino.

E tanto per mettere un ultimo pezzo di carne al fuoco, occorre registrare la strana contemporaneità tra lo svilupparsi di queste trame sottotraccia e l’avviso della FEMA riguardo la preparazione di un piano di emergenza per una prossima tempesta solare che potrebbe mandare in tilt l’intero sistema elettrico del Paese, un incidente geo-magnetico come quello del 1859. Stando al documento FEMA, “entro 20 minuti dall’inizio dell’evento, il 15% della flotta satellitare sarà perso per danneggiamento dei pannelli solari. La radiazione portata con sé dalla tempesta graverà sull’operatività come un aggravio pari a 3-5 anni di funzionamento, degradando i satelliti più vecchi fino alla non operatività.

I satelliti orbitanti più a bassa quota, come Iridium e Globalstar, potrebbero essere quelli meno colpiti ma i servizi di telefonia cellulare sarebbero danneggiati irreparabilmente e anche le capacità GPS compromesse a tal punto da complicare di molto le operazioni della FEMA”. Insomma, il caos negli Stati Uniti. Per colpa di una tempesta solare, evento naturale che spazzerebbe via – grazie a media proni al Deep State – ogni possibile teoria alternativa. E dove meglio spostare, in situazione di emergenza, milioni di persone, soprattutto nelle zone più remote e difficili da evacuare, se non nei campi della FEMA? Una bella esercitazione generale per qualcosa d’altro in arrivo? Difficile che esistano documenti e piani integrati, se non ci fosse la volontà di usarli.

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