Scotland Yard esclude dolo per il rogo di Grenfell Tower: “Al momento”. Londra rischia di bruciare

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


E’ ormai da un paio di giorni che in Rete compaiono post relativi al tremendo incendio che ha devastato la Grenfell Tower, il mega-condomio popolare nella zona di Kensington divorato dalle fiamme mercoledì e che finora ha reclamato ufficialmente 30 morti e 70 dispersi (su un totale di 450 abitanti circa), tra cui una coppia di fidanzati italiani. Immagini come questa

fanno capolino accompagnate da domande del genere: come mai questa torre è bruciata per una notte e un giorno e non è crollata, mentre le due Torri di New York si sono afflosciate su stesse come due sufflè. In parole povere, la conferma indiretta del fatto che l’11 settembre sia stato un “inside job”, un qualcosa di preordinato che ha fatto crollare le due strutture come in una demolizione controllata. Lungi da me volermi addentrare nella questione 11 settembre, tanto più che non ho una virgola di competenza in materia architettonica o ingegneristica, quindi sostenendo una tesi o l’altra, lo farei senza la minima cognizione di causa. Non conosco i materiali, i punti di fusione, le temperature scatenate da un’esplosione. Nulla. E vi dirò di più, non serve entrare nel campo del dietrologico per scoprire che qualcosa non va in tutta questa brutta storia inglese. Basta ascoltare la cronaca, i protagonisti e vedere cosa stia accadendo. Basta unire i puntini.

Nella sua edizione on-line di oggi, il “Guardian” confermava che quando venne compiuta la ristrutturazione della facciata del palazzo, fu utilizzato volutamente materiale più infiammabile per una questione di costi. A dirlo chiaramente è John Cowley, uno dei direttori della Omnis Exteriors, l’azienda che produce il materiale in alluminio per le coperture, il quale ha parlato di due opzioni sul tavolo, la Reynonbond PE e la Reynonbond FR. La prima delle quali costava 2mila sterline in meno per metro quadro: peccato che la sigla FR della seconda stesse per “Fire resistent”. Si parla poi di appalti e subappalti, quasi fossimo in Italia e non nella Londra decantata come sinonimo di efficienza.

Ma queste cose interessano fino ad un certo punto, è altro che è emerso dalla conferenza stampa di Stuart Cundy, responsabile delle operazioni nella torre per Scotland Yard. Poche parole ma che nessun media, a mio avviso, ha messo debitamente in evidenza. Eccole: “La polizia di Londra al momento esclude l’ipotesi dolosa nell’incendio alla Grenfell Tower”. Cosa significa “al momento”? Che non lo si può escludere del tutto? Eppure, quando Cundy ha parlato, erano passate 48 ore dallo scoppio dell’incendio, il quale era stato domato. Si parla già del numero di vittime accertate, di quello dei dispersi e ci si mantiene cauti sul bilancio finale: “Speriamo di restare sotto la tripla cifra per il numero di vittime”, dicono gli inquirenti. Si è detto, chiaramente, che sarà dura poter identificare tutte le vittime, una volta che sarà possibile operare in sicurezza nell’edificio.

Eppure, nonostante questo, non si può escludere del tutto la pista del dolo. Non sono né un pompiere, né un artificiere, quindi non sparerò teorie alla cazzo su acceleranti o altre fattispecie tipiche dei roghi dolosi, visto che tutto ciò che potrei dirvi sarebbe una riedizione a memoria di battute tratte da “Criminal intent” o “Major crimes” ma penso che non sia troppo complicato, dopo 48 ore di operatività sul posto da parte di professionisti, poter dire con certezza che si è trattato del malfunzionamento del famoso frigorifero nell’appartamento numero 16, al quarto piano della torre.

Di cui, da ieri, abbiamo anche nome, volto e dichiarazioni del proprietario. Eccolo qui,

si tratta di un immigrato etiope, Behailu Kebede, 44 anni e di professione taxista: “Sono disperato, conoscevo così tanti di quelli che sono morti nell’incendio”, racconta agli amici. C’è poi la testimonianza di Maryann Adam, una vicina 41enne, che viveva nell’appartamento accanto: “Ha bussato alla mia porta e mi ha detto che c’era un incendio nella sua cucina. Era mezzanotte e 50, me lo ricordo perché mi ha svegliato. Nella stanza c’era poco fuoco. L’ho visto perché la porta era aperta. Non ha suonato nessun allarme”. Poi un altro amico racconta al Mirror: “Ha chiamato la polizia e ha subito spiegato quello che stava accadendo. Non riesce a perdonarsi per quanto accaduto ma sa che non poteva fare altro. È sollevato solo dall’essere riuscito ad avvertire i suoi vicini”.

L’allarme, quindi, sarebbe stato lanciato da Kebede: la prima telefonata al numero d’emergenza è alle 12.54. In 6 minuti i vigili sono sul posto ma in mezz’ora il grattacielo è una pira di fuoco. Abbiamo tantissimi particolari, addirittura la testimonianza diretta dell’inconsapevole e involontario responsabile dell’accaduto: eppure Scotland Yard non esclude del tutto il dolo e si ripara dietro la formula del “al momento”? Scusate ma qui non è questione di dietrologia, è solo buonsenso.

Capisco che ci siano delle indagini in corso e il riserbo sia d’obbligo ma, come mi insegnano i telefilm polizieschi, se c’è riserbo così alto, ci sono dei dubbi. O qualcosa che, al momento e fino a eventuale conferma, va nascosto. Perché, poi, nel pomeriggio di oggi la premier incaricata, Theresa May, ha presieduto una riunione interministeriale dedicata alle misure da prendere in seguito alla tragedia? Perché deve essere non solo presente ma a capo di un meeting prettamente tecnico-informativo, il capo del governo in persona? Chi altro era presente, i servizi di sicurezza? E al di là delle ovvie e molto italiane – alla faccia dell’understatement britannico che osannano nei nostri talk-show – polemiche politiche e rinfacci delle responsabilità, figli legittimi del caos seguito all’assenza di maggioranza in Parlamento dopo il voto dell’8 giugno, perché Jeremy Corbyn si è sentito in dover di entrare a piedi uniti nella vicenda, brandendo la lotta di classe come argomento?

Già, perché per il leader laburista, il quale non ha affatto rinunciato al sogno di arrivare al 10 di Downing Street in caso di ritorno alle urne. le case dei ricchi che abitano a Kensington, il lussuoso quartiere a due passi dal grattacielo Grenfell Tower, dovrebbero essere requisite per ospitare quelli che sono rimasti senza una casa dopo il rogo. “Bisogna trovare delle proprietà, requisirle, se necessario, in modo da garantire che i residenti vengano ricollocati nelle vicinanze. Ci sono case lussuose tenute sfitte, cosa inaccettabile nel momento in gente senza una casa cerca un posto dove stare”. Poi, il simbolismo dickensiano: per Corbyn, l’area di Kensington “è un classico tale of two cities, un racconto di due città che vivono fianco a fianco e non si incontrano”.

Perché simbolismo? Perché il romanzo narra le storie intrecciate di personaggi ambientati nel periodo del terrore giacobino, mentre oggi viviamo in quello del terrore jihadista. Ma al di là di questo e uscendo fuori di metafora, visto che parliamo di un incendio, è davvero il caso di gettare benzina sul fuoco della tensione attuale, rimestando nel vecchio vocabolario della lotta di classe? Detto fatto, se l’intento di Corbyn era scatenare disordini, ci è riuscito, visto che questa fotografia

ci mostra l’attimo dell’irruzione compiuta nel tardo pomeriggio di oggi da centinaia di abitanti del quartiere nella Kensington Town Hall, una folla inferocita che si è scontrata con la polizia di guardia e chiedeva giustizia per l’accaduto e verità sul numero delle vittime. Tra i bersagli della protesta anche i media, ritenuti complici delle autorità nel minimizzare la situazione per quanto riguarda i morti. A organizzare la protesta è stato tale Mustafa Mansour, il quale si è fatto ambasciatore della folla, presentando alle autorità del quartiere una serie di richieste scritte, tra cui la garanzia che i senzatetto vengano alloggiati nel quartiere e che vengano risarciti per i danni. Nemmeno a dirlo, l’80% abbondante di chi ha partecipato alla protesta era di origine straniera. E molto, molto incazzato. Complimenti alla sparata di Corbyn, l’ideale in un clima simile.

Voi lo mandereste uno così a Downing Street? Voi magari no ma qualcuno che ha bisogno del pretesto per una sorta di stato d’emergenza nel Paese sì, tanto più che queste proteste – di fatto, a palese sfondo etnico-razziale – arrivano puntuali nel periodo di vacatio politica, senza un governo in carica, con l’allarme terrorismo sempre prioritario e la gente che sempre di più mal sopporta i politici in generale. Corbyn, un po’ Robin Hood e un po’ Lenin, arriva al momento giusto, forte di un inspirato – e quasi miracoloso – risultato elettorale e pronto a sparare accuse incendiarie nello sterpeto secco e carico d’odio della multiculturalità fallita britannica. Qualcuno vuole una “summer of hate” a Londra e nel Regno Unito, esattamente come quella certe organizzazioni politiche e ONG stanno organizzando contro Trump negli USA? Stessa regia?

Moment Angry Grenfell Tower Protesters Storm Kensington Town Hall (VIDEO)

Grenfell Tower fire: Protesters chanting 'murderer's' storm Kensington Town Hall

Unseen footage of Protesters storming into kensington council town hall over grenfell tower

C’è poi questo,


di cui in Italia nessuno ha parlato e anche in Gran Bretagna si preferisce tacere, cosa che non ha fatto però il Daily Mail: i tweet di soddisfazione di alcuni e presunti utenti di fede islamica, molti dei quali speravano nel maggior numero di vittime possibili. Mitomani? Non c’è da escluderlo, perché quel grattacielo – pur insistendo nelle vicinanze di una delle aree più chic di Londra – era pieno di inquilini immigrati, presumibilmente – trattandosi di Londra – in gran parte di religione islamica. Insomma, non stava bruciando una discoteca piena di ubriaconi e fornicatori ma un palazzone popolare: certo, di cyber-deficienti è pieno il mondo, quindi potrebbero tranquillamente essere deliri senza conseguenze ma ci sono un paio di cose da sottolineare.

The Clash – Londons Burning (live).

Ieri pomeriggio, durante un collegamento, la corrispondente da Londra di SkyTg24, Liliana Faccioli Pintozzi, parlava di scontri in corso nel quartiere che ospita il grattacielo. E’ stato un passaggio molto veloce e archiviato subito ma sarebbe interessante, partendo dal presupposto che dicesse la verità, conoscere il motivo di quegli scontri e chi fossero i contendenti: a sfondo razziale, forse? E perché, qualcuno pensa che ci sia stato del dolo? Un attentato? Un atto di odio terminato in strage?

Infine, c’è questo:

ovvero il fatto che l’Isis stessa inviti i cosiddetti “lupi solitari”, oltre a che ad accoltellare e schiacciare con camion e auto, anche a bruciare i luoghi in cui si ritrovano e vivono gli infedeli. Ha anche un nome, “arson jihad” ed è mutuata da una pratica molto diffusa negli attacchi contro obiettivi israeliani, la cui ultima ondata si è registrata alla fine dello scorso mese di novembre da Haifa alla Galilea fino a Gerusalemme, con centinaia di case e 16 miglia quadrate di vegetazione andate bruciate, come raccontava il “Wall Street Journal” nella sua cronaca del 1 dicembre 2016 a firma di Sohrab Ahmari.

Qualcuno, magari questa volta non noto alle forze di sicurezza, è entrato in azione e occorre depotenziare l’impatto della notizia, prima di ammetterla? Oppure qualcuno, magari conscio dei lavoretto da pazzi compiuto durante il rifacimento della facciata, ha dato il via alla campagna estiva di destabilizzazione del Regno Unito, salvo poi far ricadere tutta la responsabilità su un frigorifero guasto? Una cosa è certa, da quando ha votato per il Brexit, la Gran Bretagna è stata parecchio attenzionata, come si dice in gergo poliziesco. E dei servizi.

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