Sui migranti, tutti a guardare la pagliuzza grillina. E non Draghi, che sta comprando la pace sociale

Di Mauro Bottarelli , il - 108 commenti


La polemica è di quelle titpiche italiane: nel Paese dei voltagabbana e dei Badoglio, si fa la fila per chi si dimostra più Torquemada degli altri nel denunciare l’incoerenza dell’avversario. Mi riferisco alla disputa sfociata tra il sindaco di Roma, Virginia Raggi e il ministero dell’Interno, dopo che la il primo cittadino della capitale ha detto basta all’arrivo di migranti in città. Apriti cielo, visto che la concomitanza dell’uscita del sindaco con il day after del primo turno delle amministrative ha subito innescato un cortocircuito politico: i grillini, visto il pessimo risultato elettorale, ora rincorrono la Lega Nord sul tema caldo dell’immigrazione. Insomma, una specie di quiz del consenso: chi vuol essere più xenofobo?

E certo, perché voler evitare di essere invaso, etnicamente sostituito e costretto a vivere in città che giorno dopo giorno diventano sempre più dei suk fuori controllo è sintomo di razzismo, stando alle illuminate analisti di piddini e cascame globalista assortito. “Sottoscrivo in pieno la lettera di Virginia Raggi al Prefetto di Roma in cui chiede una moratoria sui nuovi arrivi di migranti nella Capitale. Ormai il Paese è una pentola a pressione”, ha dichiarato il vice presidente della Camera ed esponente di punta del M5S, Luigi Di Maio. Di più, Beppe Grillo in persona ha dichiarato che è ora di farla finita con i campi rom e con l’elemosina nelle stazioni della metropolitana. Prove tecniche di governo Lega-Cinque stelle? In molti hanno azzardato questa ipotesi: a me non interessa, ciò che mi interessa è vedere il quadro più ampio.

A partire dalla risposta del Viminale a quanto dichiarato dalla Raggi. Per farlo, utilizzo i virgolettati contenuti nell’articolo di “Repubblica” di oggi, riferiti da fonti interne e anonime del ministero dell’Interno. Eccoli: “Molte città sono in difficoltà, ma anche la Capitale deve fare la sua parte. L’ondata di sbarchi non si ferma: quest’anno ci dobbiamo preparare ad accogliere 200mila migranti… Sappiamo delle tensioni che circolano ma purtroppo i numeri sono questi e tutti devono fare di più. Stando alle quote concordate con l’Anci, la capitale con la sua provincia potrebbe ancora accogliere 2mila rifugiati”. Insomma, il dicastero che dovrebbe essere preposto alla tutela dell’ordine pubblico, alza le mani e ci dice chiaro e tondo di non rompere i coglioni: invasione dev’essere e invasione sarà. E ancora: “Il fatto è che mai il nostro Paese ha dovuto trovare un tetto a un numero così elevato di profughi. Attualmente, tra strutture temporanee e centri governativi, sono già 180mila i migranti accolti.

La Lombardia col 13% del totale è in testa alla gara dell’accoglienza, seguono Lazio e Campania col 9%, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna con l’8% e Toscana, Puglia e Sicilia col 7%. Ma non basta: le stime per fine anno portano infatti il ministero dell’Interno ad alzare l’asticella a 200mila posti. Questa volta però, obiettivo del Viminale è quello di non catapultare d’imperio i migranti nei vari territori per ordine dei prefetti, ma distribuirli con tavoli di coordinamento con i sindaci”. Non ci si pone nemmeno il problema di poter perseguire la strada che la Marina libica ci ha mostrato sabato scorso, ovvero cacciare con la minaccia delle armi le ONG dalle palle nel Mediterraneo e rispedire i barconi da dove sono partiti: no, non sia mai. Noi siamo umani e progressisti, li accogliamo tutti, altrimenti la Boldrini ha il cuore che sanguina. E le coop piangano sui bilanci.

E per poter affermare che siamo ormai davanti a un’invasione pre-ordinata non serve scomodare il piano Kalergi o Jean Raspail e il suo “Il campo dei santi”, profetico romanzo sull’invasione dell’Europa da parte di migranti asiatici (stranamente, fuori catalogo e introvabile su Amazon, nonostante le richieste), basta guardare ai numeri. Gli arrivi via mare proseguono infatti la loro corsa: al 13 giugno di quest’anno sono sbarcati in Italia 64.158 migranti, il 17% in più dello stesso periodo dell’anno scorso (che con oltre 181mila arrivi aveva già infranto ogni record). In gran parte provengono da Nigeria (oltre 9.500), Bangladesh (7.199), Guinea (6.011) seguiti da Costa d’Avorio (5.657), Gambia (4.011), Senegal (3.935), Marocco (3.327), Mali (3.150), Eritrea (2.344) e Sudan (2.327). Come vedete la guerra non c’entra un beato cazzo: ora la vulgata più trendy è quella che vuole molti omosessuali costretti a scappare da regimi che ritengo l’orientamento sessuale motivo di persecuzione.

Chissà com’è, sento una puzza di ONG e associazioni per i diritti di sto cazzo terrificante, dietro a questa nuova scusa da vendere per ottenere lo status di profugo o, almeno, un permesso temporaneo di residenza in Italia. E, non a caso, in ossequio alla geniale politica del nostro governo, continuano gli arrivi anche dei minori stranieri non accompagnati: già più di 8.300. Ci mancherebbe, basta che arrivi e dici di essere sotto i 16 anni e sei apposto: per legge, l’Italia ti accoglie e ti garantisce il permesso di soggiorno. E i famosi ricollocamenti? Solo 6.505. Insomma, restano tutti qui. E voi ve ne andreste da un posto dove vi è garantito, più o meno, tutto? Domani, poi, il colpo finale: sbarcherà infatti nell’aula del Senato il ddl sullo ius soli, fermo nel suo iter da due anni ma, stranamente, calendarizzato proprio fra i due turni delle amministrative, oltretutto sospinto da una bella campagna di “Repubblica” affinché venga approvato e licenziato dal Parlamento entro la fine della legislatura, insieme a bio-testamento e legalizzazione della cannabis. L’agenda di Soros, se non ve ne foste accorti: e, non a caso, non più tardi di un mese e mezzo fa, il simpatico filantropo fece una capatina a Palazzo Chigi da Paolo Gentiloni. Missione compiuta. Unico lato positivo: il voto di Palazzo Madama di darà nomi e cognomi dei traditori del Paese, nella speranza che la gente se ne ricordi quando (e se) tornerà nell’urna.

Sì, perché quelle del Viminale sono solo scuse. I Paesi con dei governi seri, le contromosse le prendono. Magari non del tutto risolutive ma, almeno, non alzano le mani come cassieri durate una rapina di banca. Proprio ieri, la Commissione europea ha aperto la procedura di infrazione contro Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca a causa del mancato recepimento proprio della direttiva sui ricollocamenti: c’è chi ha gioito di questo, perché almeno adesso tutti faranno la loro parte. Mentecatti. La Repubblica Ceca ha già detto che non cambierà una virgola della sua politica migratoria e la Polonia ha parlato di “ricatto” nei suoi confronti. E sapete cosa ha fatto l’Ungheria, in perfetta contemporanea con la riunione delle teste d’uovo a Bruxelles?

Con una maggioranza di 130 voti a favore e 44 contro, il Parlamento magiaro ha dato il via libera non allo ius soli ma alla legge di regolamentazione dell’operato delle ONG estere, la cosiddetta legge anti-Soros. In base al provvedimento, le ONG che ricevono più di 24mila euro dall’estero dovranno essere registrate come “organizzazioni sostenute dall’estero” e quindi sottostare a rigide procedure di controllo. Per il primo ministro ungherese, Viktor Orban, la legge appena approvata “promuove la trasparenza e contrastare riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo”, mentre ovviamente per Amnesty International si tratta di “un deliberato attacco alla società civile”. Insomma, ci sono governi che pensano al proprio popolo e governi che rispondono ad altre esigenze. E altre agende politiche.

D’altronde, siamo il Paese dove un disoccupato italiano deve andare in tv a umiliarsi e pietire l’aiuto del Cavaliere di Arcore in modalità Palazzo Chigi per sperare di sopravvivere. E quando muoiono dignità e amor proprio, è morto tutto. Prima parlavo di agenda precisa in atto tra governo italiano ed Europa: bene, non stavo parlando soltanto della dialettica da sottomissione legata al fatto che se sfanculiamo Bruxelles sui migranti, questa ci boccia la manovrina e riattiva la tarantella dello spread. Già, perché c’è qualcos’altro che sta continuando a crescere da inizio anno, non soltanto gli sbarchi di migranti nel nostro Paese e ce lo mostrano questi grafici:




la Banche centrali, BCE in testa, stanno comprando debito come se non ci fosse un domani. E a confermare la modalità emergenziale di questa dinamica, perfettamente simile a quella dell’accoglienza, ci pensa un pattern molto chiaro: ad aprile la BCE ha comprato 400 milioni di controvalore in meno di Bund rispetto a quanto concesso dal regolamento del PSPP. Di più, i dati oltre a mostrare un netto calo negli acquisti nominali, presentavano anche un’altra criticità: la maturity media del debito pubblico acquistato dall’Eurotower, in soli sei mesi, era calata da oltre 10 anni a meno di 5 anni. Tutta colpa della decisione dello scorso settembre di ammettere l’acquisto di bond con rendimento inferiore a -0,40%? Forse ma stupisce che un’istituzione cauta e conservativa come la Bundesbank si sia lanciata così a capofitto in questo nuovo regime e così in fretta. Ed ecco che la risposta ce l’ha offerta pochi giorni fa la stessa BCE, con i dati relativi agli acquisti mensili per il mese di maggio. Come mostrano i grafici,


la scadenza media ponderata degli acquisti in seno al PSPP ha visto il trend salire per quanto riguarda il debito francese, italiano e spagnolo ma è drammaticamente calato per quanto riguarda la Germania. A maggio, la media della maturity per il debito tedesco acquistato è scesa per la prima volta in assoluto sotto i 4 anni, per l’esattezza 3,98 anni, mai così bassa. Ancora più interessante quanto ci fa notare questo grafico di Jefferies,

il quale ci dice che da quando il QE è stato ridotto in volume lo scorso aprile, passando da 80 a 60 miliardi di acquisti mensili, si è registrata una riduzione sproporzionata nell’acquisto di assets in base alla nazione: per esempio, per Germania e l’Olanda (oltre alla Spagna, in maniera minore), i controvalori nel PSPP sono calati di circa il 30% negli ultimi due mesi, mentre in Francia e Italia la stessa figura ha visto un calo solo di circa il 21%. E questo cosa ci conferma? Semplicemente che per restare il più a lungo possibile in carreggiata con il QE, la BCE sta attivamente riducendo l’ammontare di Bund tedeschi che acquista ogni mese, oltretutto concentrando sempre di più gli acquisti sulla parte breve della curva dei rendimenti, sintomo che i bond a più lunga scadenza eligibili stanno per finire o sono già terminati. Il problema è che con ancora almeno sei mesi di QE davanti a noi e con la prospettiva, avanzata da Mario Draghi all’ultima riunione del board, di una prosecuzione potenziale nel 2018 (stante la revisione al ribasso delle stime inflazionistiche per i prossimi tre anni), questo trend di scarsità di bond elibigili in alcuni mercati potrebbe diventare un problema serio per la tenuta temporale dello stesso programma PSPP.

Cosa significa? Che Mario Draghi sta raschiando il fondo pur di comprare tempo e non solo per sostenere i mercati, quello dei bond attraverso l’acquisto di obbligazioni sovrane e quello azionario attraverso la monetizzazione del debito corporate. Ma, bensì, per garantire la pace sociale: cosa accadrebbe, infatti, alla pentola a pressione Italia – come l’ha definita Di Maio – se alle tensioni sociali sull’immigrazione e sul lavoro, si andassero a sommare i ricaschi di una crisi finanziaria in piena regola? Di fatto, il NASDAQ la scorsa settimana ci ha dimostrato che la bolla sta per scoppiare: possiamo prendere settimane, qualche mese ma comunque a Jackson Hole, Janet Yellen dovrà parlare chiaramente e allora fumo e specchi non basteranno più.

Il tacito patto tra Roma e Bruxelles, in realtà ha il suo architrave a Francoforte: mantenendo basso lo spread e garantendo al Tesoro emissioni record senza patemi d’animo della ratio bid-to-cover e del rendimento, Mario Draghi sta comprando tempo a Gentiloni e soci ma in cambio vuole riforme. E non più quelle del mercato del lavoro o del sistema bancario (in Spagna, Banco Popular è stato fagocitato da Santander in un secondo, con una bella tosata per obbligazionisti e creditori e ora tocca a LiberBank, mentre stranamente le nostre due banche venete stanno godendo di tempistiche molto rilassate), se ci fate caso, quello è solo un richiamo nominalistico e formale: vuole quelle sociali, vuole lo ius soli e il biotestamento e la cannabis per tutti. Perché occorre cambiare la società senza che sia necessario versare sangue o scomodare colpi di Stato troppo rumorosi: in tal senso, rileggere il discorso che Draghi ha tenuto all’università di Tel Aviv il mese scorso appare illuminante, alla luce dei recenti accadimenti.


Casualmente, i guai per la BCE rispetto ai Bund si paleseranno quando saranno da poco passate le elezioni politiche in Germania del 24 settembre. A quel punto, potrà essere reset europeo e potrà partire la campagna d’autunno che porterà Jens Weidmann alla Bundesbank e Mario Draghi a Palazzo Chigi, in prima persona o attraverso il proxy di Romano Prodi. Andrà tutto liscio? Finora le elites politico-finanziarie non hanno sbagliato una mossa, dall’Olanda alla Francia passando per il depotenziamento del Brexit tramite la “variabile Corbyn”: l’Italia è l’ultimo baluardo, poi saranno gli Stati Uniti d’Europa. Occorre sperare che l’autunno sia caldo, molto caldo. Altrimenti, sarà troppo tardi. E Jean Raspail avrà avuto la sua rivincita. Ma sulla nostra pelle e su quella dei vostri figli.

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