Tutta colpa del Qatar, anche per la sconfitta della Juve. Il puzzle si sta completando. Velocemente

Di Mauro Bottarelli , il - 51 commenti


Deve davvero aver fatto bene all’ego di Maurizio Molinari, direttore neo-con de “La Stampa”, l’essere stato accolto alla riunione del Bildrberg Group. Era infatti uno dei quattro italiani invitati al simposio della consorteria globalista – insieme a Lilli Gruber, Beppe Severgnini e Fabiola Gianotti, direttrice del Cern di Ginevra – tenutosi lo scorso weekend al Westflieds Marriot di Chantilly, in Virginia. Come vedete dalla foto,

diciamo che i super-potenti della terra non si preoccupano troppo di scacciare l’aura massonica che li contorna, quando si tratta di scegliere le location. E cosa ha fatto ieri il nostro direttore, mentre il mondo era diviso tra chi tremava per l’ennesimo attentato a Londra e chi bestemmiava per la sconfitta della Juventus in finale di Champions? Ha scritto un bell’articolo dal titolo “Scudo hi-tech per combattere i lupi solitari”, nel quale di fatto sottolineava come la strategia israeliana di guerra al terrore fosse l’unica davvero efficace e, quindi, quella da seguire. Ecco il passo principale, parlando della concentrazione da parte dello Shin Bet sull’arruolamento e la propaganda on-line:

“Questa divisione hi-tech del controspionaggio opera assieme all’unità 8200, l’unità cyber delle forze armate. Il monitoraggio del linguaggio di incitamento all’odio sui social network – anzitutto Facebook, Twitter e YouTube – ha portato al fermo di 2200 sospetti ed all’arresto di oltre 400 di loro. In particolare sono stati i messaggi su Facebook che hanno consentito di bloccare oltre 170 lupi solitari, sventando circa 400 attacchi suicidi contro civili e 20 sequestri di soldati. Durante uno dei processi un ufficiale dello Shin Bet ha descritto così il cuore della prevenzione: “Il 70 per cento dei lupi solitari responsabili di attacchi si esprime in maniera estrema ed irregolare su Facebook ed è li che li cerchiamo”. La valutazione delle forze di sicurezza è che gli errori nell’identificazione di individui ad alto rischio sono fra il 2 e 3 per cento dei casi…”. Insomma, il potenziale pazzo va cercato tra un selfie al mare e lo status devastato della vostra amica mollata dal fidanzato. Chissà com’è, dalla RAF alle BR, dall’ETA all’IRA passando per Abu Nidal e via terroristeggiando, una volta erano più discreti e meno assertivi e spavaldi i terroristi. Comunque, il messaggio è chiaro: se non volete morire come sul Tower Bridge, l’unica via è quella israeliana.

E fa un po’ di impressione il fatto che quell’articolo sia comparso, sia in versione cartacea che on-line, poco prima che la premier britannica, Theresa May, tenesse il suo discorso, quello dello storico “enough is enough”, la tolleranza e la pazienza con l’estremismo islamista sono finite. Anche e soprattutto in patria. E cosa pone la May al centro della battaglia di contrasto al terrorismo? Più poliziotti in servizio, gli stessi che lei ha tagliato quando era ministro dell’Interno? Fine delle gestioni allegre degli agenti ibridi e infiltrati da parte dell’MI5 e dell’MI6? No, regolamentazione di Internet!

Ecco le sue esatte parole, pronunciate con il massimo dell’ufficialità davanti al 10 di Downing Street: “Non possiamo permettere a questa ideologia di avere uno spazio libero dove respirare, che è esattamente ciò che gli è garantito da Internet e dalle grandi compagnie che lo gestiscono. Dobbiamo lavorare con governi alleati e democratici per raggiungere accordi internazionali per regolare il cyber-spazio e prevenire così la diffusione di pianificazioni estremistiche e terroristiche. Dobbiamo fare qualsiasi cosa in nostro potere, a livello interno, per ridurre i rischi dell’estremismo on-line. Le aziende tech occidentali dovrebbero fare di più per censurare e controllare i contenuti estremisti”. Insomma, ciò che non è riuscito con l’alibi delle “fake news”, clamorosamente ritortosi contro a chi intendeva sfruttarlo per criminalizzare il dissenso, ora passerà dalla corsia preferenziale della lotta al terrore. E con il benestare del popolo, stanco e spaventato dall’idea di essere sgozzato per strada. Trovate forse qualche similitudine tra questa frase di George Orwell

e il discorso di Theresa May di domenica? O con la proposta di dittatura-tech avanzata da Maurizio Molinari per conto dello Shin Bet? Se sì, occhio: potreste essere le prime vittime della nuova censura globale contro la minaccia terroristica. La quale si sostanzia non solo pubblicando video dell’Isis, girati con tecnologia tipica del deserto siriano o iracheno ma anche facendo notare che la stessa May ha difeso, per anni e fino a poche settimane fa, il commercio di armi della Gran Bretagna con l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo, definendolo “il mezzo migliore per mantenere sicure le strade del Regno Unito”. Ops, l’ho detto.

E a proposito delle petro-monarchie sunnite del Golfo, cosa ne dite del timing incredibile con cui hanno deciso di tagliare tutte le relazioni diplomatiche con il Qatar e sigillare le frontiere? Di più, anche Egitto e Libia hanno messo in quarantena lo staterello, un rimescolamento degli equilibri epocale in Medio Oriente, qualcosa che nessuno si attendeva con questa velocità e determinazione. E quale accusa viene mossa al Qatar per giustificare una mossa simile? Fomenta il terrorismo, fornendo aiuto e finanziamento a Isis, Al Qaeda e Fratelli Musulmani”. Ah, scordavo: anche ai gruppi armati iraniani. Ma tu guarda che cazzo di combinazione, la pistolina fumante contro Teheran è saltata fuori, oltretutto garantendo vantaggi a profusione per tutti! Primo, i Paesi del Golfo possono dare una bella sbiancata al curriculum, dopo decenni di palese finanziamento e supporto al terrorismo salafita e wahabita: è tutta colpa di quegli stronzi del Qatar, sicuramente c’è il loro zampino anche nella sconfitta della Juventus contro il Real Madrid.

Secondo, una bella legnata a Recep Erdogan, reo di aver stretto un’alleanza con Mosca che potrebbe vedere il Cremlino fornire ad Ankara i sistemi missilistici S-400: nel dicembre 2015, infatti, Erdogan dichiarò la sua intenzione di costruire una base militare proprio in Qatar, al fine di “proteggerlo da minacce esterne”. Quindi, se il Qatar è pronto a diventare il capro espiatorio del terrorismo internazionale, per proprietà transitiva anche la Turchia poco allineata e membro NATO avrà le mani sporche di marmellata. Terzo, stranamente il Qatar è strategico per il progetto di quella pipeline Qatar-Turchia che coinvolge in pieno la Siria di Assad e gli interessi di parecchie parti in causa nella regione e non solo. Quarto, anche se può sembrare un aspetto minore, dopo una presa di posizione del genere, i Mondiali di calcio previsti in Qatar per il 2022 sono a forte rischio, quantomeno di boicottaggio di massa: si riapre l’asta per il grande business di panem et circenses?

C’è poi da far notare l’ennesima coincidenza temporale, una di quelle che mi si pone sempre sul cammino. Casualmente, infatti, questo cordone sanitario anti-Qatar è arrivato puntuale e inaspettato a sole 24 ore da una durissima presa di posizione dell’Iran nei confronti dei governi occidentali dopo i fatti di Londra. Il portavoce del ministro degli Esteri iraniano, Bahram Qassemi, ha infatti dichiarato che “i recenti fatti sono una sveglia per la comunità internazionale, affinché cominci ad utilizzare un approccio onesto e responsabile verso il terrorismo ed eradicare le fonti finanziarie e ideologiche della violenza. Alcuni Stati devono smettere di perseguire obiettivi politici ed economici di breve termine, i quali sembrano essere strategici per favorire la sicurezza dei propri cittadini e del mondo intero… Ma per sradicare il terrore è necessario che quegli Stati diano una risposta alle radici profonde che causano quegli atti, come le fonti finanziarie e ideologiche dell’estremismo e della violenza, che sono note a tutti”.

Insomma, un bel siluro all’Arabia Saudita e agli Stati Uniti, i quali in nme della lotta al terrore hanno appena venduto armi a Ryad per 110 miliardi, di fatto incoronando i sauditi leader della “NATO araba” che dovrà combattere l’Isis insieme alla Coalizione a guida USA. Insomma, parole pesanti quelle di Teheran, parole che meritavano una risposta. Prontamente arrivata, nel modo più eclatante e con tempistica da record. L’Iran è avvisato, il mirino di USA, Arabia e Israele si sta decisamente e velocemente spostando su di lui: per ora ci sono le accuse – per quanto ridicole – di finanziamento del Qatar verso gruppi terroristici sciiti, un domani potrebbe scattare la “cura Assad” con armi chimici, forni crematori e chissà cos’altro. Magari, qualche drone che scopre evidenze inoppugnabili della violazione dell’accordo sul nucleare. Magari. Anche perché questo grafico

ci mostra che ci sia qualcosina che non va con le riserve saudite, scese sotto quota 500 miliardi per la prima volta dal 2011 ad aprile corso e con un calo su base mensile di 8,5 miliardi, mentre da inizio anno si parla di meno 36 miliardi: siamo ai minimi dal 2011 e parliamo del crollo di un terzo dal picco del 2014, quando quel livello era a 730miliardi di dollari. Il tutto, nonostante i quasi 10 miliardi introitati grazie all’emissione di bond sovrani dello scorso marzo. Cosa succede? La guerra in Yemen sta dissanguando le casse del Regno ed essendoci l’Iran dietro la resistenza dei guerriglieri Houthi, basta che facciate due più due.

Che gran casino, che colpi di teatro! Utilissimi per mostrare all’opinione pubblica il dito ed evitare di concentrarsi sulla Luna, ovvero sul fatto che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, in fatto di promozione e finanziamento del terrorismo, non sono secondo a nessuno. Da sempre. Ma c’è anche dell’altro da nascondere. Ad esempio, questo:

Putin Mocks Russia Meddling: Created ‘Out of Nothing,’ Used as ‘Weapon of War’ Against Trump

si tratta della parte finale dell’intervista fatta da Megyn Kelly a Vladimir Putin per la trasmissione “Sunday Night” della NBC. E cosa dice il presidente russo, dopo aver negato qualsiasi tipo di legame occulto con l’entourage di Trump o di intromissioni nelle elezioni presidenziali USA? “C’è una teoria in base alla quale l’assassinio di Kennedy sarebbe stato organizzato dai servizi di intelligence degli Stati Uniti. Quindi, se questa teoria fosse corretta – e non può essere esclusa – cosa potrebbe essere più facile, al giorno d’oggi, per i servizi di intelligence che utilizzare tutti i mezzi tecnologici a loro disposizione per organizzare alcuni attacchi e poi puntare il dito contro la Russia?”. Per la serie, la tocco piano. Il Deep State non ha affatto preso bene la questione. Tutt’altro. Come non ha gradito, d’altronde, questo:

ovvero il fatto che le autorità filippine abbiano ancora il brutto vizio di portare le prove di ciò che dicono. Nella fattispecie, che l’attentatore del resort di Manila non sia affatto un membro dell’Isis, bensì tale Jessie Javier Carlos, 42enne padre di due figli e vittima patologica di dipendenza da gioco d’azzardo. In compenso, stranamente, da ieri a Mindanao Abu Sayaf e soci hanno cominciato a dare fuoco alle chiese cattoliche. Il Dipartimento di Stato vuole a tutti i costi che il presidente Rodrigo Duterte proclami la legge marziale in tutto il Paese? Se nei prossimi giorni entreranno in azione bulimici, diabetici o alcolizzati folgorati sulla via del Califfato, forse avremo la risposta.

E per finire, cosa copre l’affaire Qatar? Le parole pronunciate in un’intervista al “Wall Street Journal” da Erik Prince, fondatore dell’azienda di contractors privati per la sicurezza BlackWater, quella entrata in azione a New Orleans per reprimere le proteste dei cittadini dopo l’uragano Katrina. E cosa ha detto? “In Afghanistan, gli Stati Uniti dovrebbero schierare un approccio da East India Company. Il Paese dovrebbe essere governato da un viceré statunitense che guidasse tutti gli sforzi del governo di Washington e della coalizione, inclusi comando, budget, politica interna ed estera, promozione e contratti. Il tutto, facendo riferimento direttamente alla Casa Bianca”. Insomma, colonialismo allo stato puro. Dal quale, gente come i contractors privati di BlackWater, avrebbero da guadagnare parecchio. Come d’altronde, il Deep State, spaventato come non mai dall’attivismo russo in Afghanistan e timoroso di un approccio siriano alla questione da parte di Mosca. La, quale come mostrano questi grafici,


non è esattamente l’Unione Sovietica in attesa di un colpo di vento per essere fatta crollare. Il puzzle che fino a pochi mesi fa sembrava frutto di complottismo e fantapolitica, come vedete, sta per completarsi. E vista l’ultima, farsesca accelerazione sul Qatar, qualcuno ha fretta. Molta fretta.

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