USA, in arrivo guerra civile e legge marziale? Di certo, la recessione. Ma Zio Sam risolverà tutto

Di Mauro Bottarelli , il - 49 commenti


Che gli Stati Uniti siano impegnati su più di un fronte bellico per interessi geopolitici o di destabilizzazione in chiave anti-russa è noto a tutti ma viene troppo spesso – anzi, quasi sempre – ignorata la valenza di politica interna di certe cortine fumogene, non ultima la farsesca pantomima del Russiagate. al quale dopo la delirante deposizione dell’ex capo dell’FBI, James Comey, ora si aggiunge un nuovo capitolo, con il ministro della Giustizia, Jeff Sessions, che dopodomani dovrà comparire davanti alla Commissione intelligence del Senato per rispondere di un terzo incontro non dichiarato con l’ambasciatore russo a Washington, Serghei Kisliak. Insomma, forse nemmeno durante il maccartismo furono raggiunti apici tali di ossessione. Ma a cosa serve tutto questo, come sta davvero l’America? Diciamo che sta a poche settimane da una nuova recessione, come ci mostrano questi indicatori,




quindi la necessità di un’escalation bellica che metta il turbo al comparto industriale della difesa appare assolutamente non procrastinabile. Occorre alzare la tensione, far fuori scorte di armamenti e creare le condizioni di una guerra al terrore semi-permanente. Dentro e fuori i confini. E che dire di quest’altro grafico,

il quale ci mostra come la percentuale riferibile alla manifattura sul totale dell’occupazione USA sia stata dell’8,45% maggio: al netto di chi ancora pensa che un’economia come quella statunitense, basata al 70% sui consumi, possa tramutarsi in un gigante dei servizi con uno schiocco di dita, a vostro modo di vedere cosa ci vuole per rendere “America great again” stante questi dati macro e questa prospettiva dall’alto

Bird's-Eye View of America's Largest Auto Port

del livello di saturazione della ratio produzione/scorte di uno dei settori cardine dell’industria americana e dell’agenda protezionistica di Trump? Bravi, una guerra. E questi altri due grafici


mettono perfettamente in prospettiva la situazione: USA sta per United States of Amazon! Al netto del gigante dello shopping on-line, le aziende americane che dipendono dal cosiddetto “discretionary income” dei consumatori oggi hanno la lettura più debole dal crollo Lehman. E se il primo grafico ci mostra come la rottura del pattern sia occorsa con la fine del Q3, il secondo rende meno granitica la posizione di Amazon, visto che la sua crescita ha avuto lo stesso driver degli altri titoli azionari cosiddetti FANG. Insomma, onnipotenza delle Banche centrali. Almeno finché dura.

Quindi, economicamente l’eredità di Obama e del duo Bernanke/Yellen si fa sentire. E al netto delle ricette più o meno praticabili messe in campo dall’amministrazione Trump, occorre dare anche un’occhiata alla società statunitense. E’ più o meno divisa? La coesione sociale è tornata, dopo gli scontri della campagna elettorale? Oppure i veleni continuano a scorrere nelle vene del Paese profondo, quello che i tg e i giornali non raccontano, visto che per loro USA significano solo New York, Washington e Los Angeles? Questo grafico

relativo al Global Peace Index 2017 appena pubblicato vede le condizioni di pace interna degli USA finire al 114mo posto nl mondo, un calo di 11 posizioni su base annua che è il peggiore tra quelli patiti da tutte le 161 nazioni tracciate. E poi c’è questo,


ovvero il tasso di overdosi da oppiacei registrate in sei contee dell’Ohio e il fatto che in quello Stato il rapporto tra produttività e dinamica salariale sia ben peggiore della media nazionale: si tratta infatti di un “blue collar State”, uno Stato della classe operaia che ha riposto la propria fiducia in Trump, bianchi in un tempo classe media che ora vedono messa in discussione non solo la loro prospettiva economica ma il loro stesso posto nella società, la propria identità di cittadino cresciuto nel mito dell’american dream e che ora fa i conti con l’american nightmare della proletarizzazione. E se questo grafico

ci mostra come anche grandi città come Philadelphia e San Francisco non siano esenti dalla grande dipendenza americana da oppiacei, quest’altro

fa capire come il narcotraffico abbia fiutato l’affare, visto l’aumento esponenziale di sequestri di droga contenente Fentanyl, il derivato dell’oppio più diffuso per gli anti-dolorifici. Ma l’America non si limita a farsi male da sola con farmaci, droghe e alcool, fa male anche agli altri. Anzi, comincia sempre di più a combattersi al suo interno. E sempre più a viso aperto. Questi video

Clashes erupt during ‘anti-Sharia’ march in Seattle, USA

Violent Scenes As Protesters Clash At March Against Sharia In America

USA: Glitter-throwing antifa protesters clash with ‘anti-sharia’ demonstration

Anti-Sharia Law demonstrators in Raleigh confronted by counter protesters

ci mostrano cosa è accaduto ieri in molte città americane, di cui Seattle è stata l’epicentro, nel corso della giornata denominata “Anti-Sharia March”, in cui gruppi di manifestanti conservatori (ovviamente sostenitori di Donald Trump) hanno dato vita a manifestazioni e cortei per denunciare pratiche come la mutilazione genitale, il delitto d’onore, i matrimoni combinati e altre fattispecie associate alla legge islamica. A confrontarsi con loro, gruppi denominatisi anti-fascisti, molti dei quali legati alla galassia della Open Society Foundation di George Soros.

Quella di ieri potrebbe essere stata la vigilia della “Summer of rage” predetta da molti analisti, il cui fulcro sarà appunto la “Resistance summer” organizzata dalle associazioni che ruotano attorno alle ONG del filantropo ungherese e che ottengono lauti finanziamenti dal DNC del Partito democratico. Nel loro programma ci sono manifestazioni, cortei, invasioni di municipi in tutta l’America fino al culmine rappresentanto da una giornata denominata “Resistance Summer Camp”, di fatto una mega-campo di addestramento a guerriglia urbana e tattiche di resistenza e destabilizzazione. Un’altra parte della galassia no-Trump, invece, sta organizzando per il 2 di luglio dozzine di “Impeachment Marches” in tutto il Paese per chiedere la messa in stato d’accusa del presidente, relativamente al Russiagate”: di fatto, democratici, stampa mainstream e presunti anti-fascisti hanno la stessa finalità e la stessa agenda, pur con strategia differenti. Il vecchio “marciare separati per colpire uniti”, motto che resta sempre valido.


E qual è il rischio rispetto a rivolte popolari già vissute negli USA in passato, basti ricordare quella di South Centrale a Los Angeles del 1992? Che qui non siamo più allo scontro tra minoranze e polizia, bensì allo scontro diretto tra due Americhe, quella pro-Trump e quella contro Trump e l’esperienza, seppur limitata, ci ha dimostrato come i supporter del presidente siano tutto tranne che volenterosi di arrendersi: magari non cercano lo scontro ma, se lo trovano, di certo non lo rifuggono. Anzi. E se poi determinate idee destinate a gettare benzina sul fuoco trovano terreno fertile nelle università, il rischio sale davvero in maniera esponenziale.

Colleges Challenge "Whiteness" (Using Your Money!)

Dal 31 maggio al 2 giugno scorsi la Indiana University-Purdue University di Indianapolis ha organizzato una conferenza la cui base scientifica di dibattito era “la natura intrinsecamente violenta della razza bianca”, mentre la tesi di fondo era che la diversità di opinione fosse “una stronzata da suprematisti bianchi”. A sostenere queste idiozie razziste – ma non ditelo a Washington Post o New York Times – era la Critical Race Studies in Education Association (CRSEA), organizzazione che rappresentava il cuore dell’evento e che da anni è impegnata in “un consorzio interdisciplinare di esperti che riconoscono le implicazioni di razza ed educazione per i rappresentati delle minoranze etniche”. Quelli qui sotto





sono alcuni dei tweets rilanciati da eminenti partecipanti al consesso, tutti docenti universitari o ricercatori, tra i più citati e coccolati da sedicente comunità scientifica e media mainstream. Partendo da questi presupposti, l’estate della rabbia appare inevitabile? Così come la radicalizzazione dello scontro all’interno di quell’America profonda, lavoratrice, cristiana e bianca che comincia non solo a sentirsi minoranza ma, soprattutto, minoranza minacciata nella sua stessa esistenza, economica e sociale? Quando non fisica.

Insomma, una polveriera. A cui l’amministrazione Trump sembra aver avvicinato un cerino con il suo Budget per il 2018, contenente tagli alla spesa pubblica per 4,1 trilioni di dollari e una sforbiciata senza precedenti al welfare, con tasse universitarie, Medicaid (il programma sanitario per le fasce più povere), aiuti alla disabilità, prestiti scolastici e, soprattutto, “food stamps” (i sussidi alimentari) a fare la parte del leone. E questi grafici,


ci mostrano che proprio su quest’ultima categoria di assistenza sociale, Trump abbia intenzione di compiere una vera e propria crociata, in nome del contribuente americano che non deve pagare la soda e le sigarette a chi è detentore di aiuti, addirittura arrivando a proporre spese per commissioni agli esercenti che accettano “food stamps”, soprattutto drugstore e supermercati. Una scelta che dovrebbe generare introiti per lo Stato pari a 2,4 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Insomma, grocery stores, dollar stores e supercenters (leggi Walmart) pagheranno per la scelta di accettare sussidi alimentari: e stiamo parlando di entità commerciali che pesano per l’80% dei 66 miliardi di dollari di cui si compongono annualmente i benefits del sistema SNAP.

Trump vuole forse esacerbare la situazione? Ha fretta di imporre la legge marziale per blindare la sua amministrazione, a fronte dei disordini che quasi certamente caratterizzeranno l’estate e del malcontento sociale che le sue politiche innescheranno? Non vede l’ora di vedere come funziona la macchina emergenziale del FEMA e se le body-bags acquistate sono sufficienti? No. Con ogni probabilità Trump sa che una guerra è inevitabile, che l’esercito USA si muoverà in grande stile e con un impegno sul campo senza precedenti. E cosa c’è di meglio per un disoccupato o uno studente costretto ad abbandonare il college per le tasse troppo alte e i prestiti non più calmierati dalla spesa federale? Cosa può garantire uno stipendio, cibo e un tetto a loro e alle loro famiglie? L’arruolamento nell’esercito, la guerra, il warfare. Questo grafico,

ci mostra infatti come Donald Trump abbia fatto del Pentagono il principale destinatario dei suoi stanziamenti di spesa federale e i dati del reclutamento parlano chiaro. Per il 2016 e l’anno in corso, l’esercito USA si attendeva di reclutare 62mila soldati in più, dopo i 59mila dell’anno fiscale 2015 ma l’inizio dello scorso anno pareva disattendere questa proiezioni, visto che a metà febbraio i nuovi arruolati erano solo 16.500 e il cosiddetto “entry pool” per l’anno fiscale 2016 (dato al 1 ottobre) era ancora più misero, solo 15.027. La colpa? Basso bacino in cui andare a pescare e un ambiente dell’arruolamento sempre più competitivo. E poi? Due rivoluzioni. Primo, una campagna senza precedenti della Guardia Nazionale, soprattutto fra le minoranze etniche e un abbassamento degli standard che rendevano appunto troppo competitivo lo standard generale per chi volesse tentare la carriera militare.

Ma, soprattutto, un inizio di politica di estensione dei bonus di arruolamento che l’esercito finora garantiva a reclute qualificate, ovvero quelle inquadrabili in settori come intelligence, sanità, comunicazioni, elettronica, ramo amministrativo, difesa aerea e artiglieria. L’anno scorso i nuovi reclutati che hanno beneficiato di questi bonus sono stati 44mila, mentre per quest’anno il dato doveva salire a 45mila, decisamente più alto dei 32mila nuovi contratti con bonus del 2015. Bene, quella cifra è stata di nuovo rivista al rialzo, così come quella delle nuove unità reclutate. Quest’ultima è salita a 72mila, mentre la prima a 51mila.

Le leggi federali permettono all’esercito di pagare fino a 40mila dollari per il reclutamento, con pagamenti che si spalmano lungo tutto l’arco della vita in divisa (o comunque di permanenza nelle liste), mentre la polizia militare garantisce 10mila dollari iniziali dopo aver finito l’addestramento base e all’inizio di quello specifico: inoltre, i militari che possono beneficiare di bonus superiori a 10mila dollari, ricevono pagamenti “ad anniversario” lungo tutti gli anni rimanenti di arruolamento. Insomma, in tempi di recessione imminente e spaccatura sociale, cosa c’è di meglio per garantire salari e ricompattare lo spirito patrio di una bella guerra?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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