Ustica, 37 anni di bugie e ora di archivi svuotati. Roba da “dietrologi”? Forse. Proprio come in Siria

Di Mauro Bottarelli , il - 52 commenti


Giusto l’altro giorno, sbirciando tra i commenti, ho appreso che non so quale fantomatica associazione ha iscritto RischioCalcolato tra i siti di “cospirativismo”. Sentendomi preso in causa, posso dire solo uan cosa: prima di dare giudizi sul lavoro e il pensiero altrui, almeno finite le elementari, visto che l’accusa può essere al massimo di cospirazionismo. Tanto dovevo, facciano tutte le liste e i dossier che vogliono. Perché l’Italia è questo: se esci dal seminato della versione ufficiale imposta dalla ragion di Stato, immediatamente sei un complottista, dietrologo o cospirazionista.

E’ un’accusa semplice ed efficace, perché accomuna in un unico novero chi porta argomentazioni serie e dubbi fondati ai predicatori di scie chimiche e invasioni aliene. Non c’è nulla di più facile per sottrarsi a un dibattito che può diventare scomodo che appellarsi al complottismo. Oggi, poi, è una di quelle giornate ad hoc per trattare questo tema, visto che esattamente 37 anni fa la NATO dava vita al sua “inside job” per antonomasia, la strage di Ustica, quando un DC-9 dell’Itavia partito da Bologna con destinazione Palermo sparì dai radar e si inabissò: morirono tutti gli 81 occupanti del velivolo. Era un venerdì di inizio estate, era gente che andava in vacanza o raggiungeva i propri cari. Non arrivò mai.

I fatti hanno dimostrato che attorno alla cosiddetta “strage di Ustica” si compì uno dei più vergognosi casi di depistaggio e insabbiamento della storia repubblicana, un tentativo di autoassoluzione del sistema che non doveva coprire solo le responsabilità dell’Aeronautica militare italiana ma della NATO stessa, visto che dopo la versione del “cedimento strutturale” e della bomba nella toilette, si fece strada l’ipotesi più inquietante e da silenziare: il 27 giugno 1980 nei cieli di Ustica c’era “uno scenario di guerra sul mar Mediterraneo”, come hanno accertato diverse sentenze, ne corso del quale un aereo militare di non si sa quale nazione sparò un missile che centrò per errore il DC-9.

Purtroppo, tutti sanno di quale nazionalità fosse quel velivolo ma non si è mai avuto il coraggio di bussare alle porte dell’Eliseo e chiederne conto: lo faremo oggi, con Emmanuel Macron trincerato dietro una maggioranza bulgara all’Assemblea Nazionale e, soprattutto, lo stato di emergenza? E’ ancora presto, ci vorranno almeno un’altra ventina d’anni prima che la Francia ammetta qualcosa: quindi, chi di voi ha figli piccoli può sperare che attorno al 2060 arrivi qualche notizia anche riguardo il traffico d’armi che ha visto delle mitragliatrici di fabbricazione dell’Est passare di mano dai servizi d”Oltralpe al commando che ha colpito nella redazione di Charlie Hebdo. Azzardo quella data, visto che ancora oggi grava su quel avvenimento il segreto militare.

Oggi, però, al netto del silenzio francese, abbiamo una certezza in più sul caso Ustica, garantita dalla decisione presa tre anni fa dall’allora premier, Matteo Renzi, di desecretare gli atti: il governo della trasparenza voleva scoperchiare il vaso di Pandora di una delle pagine più nere della storia italiana del Dopoguerra, una vicenda di operazioni militari NATO coperte che reclamato 81 vite innocenti. E sapete cosa abbiamo scoperto, grazie a quella decisione? Che dagli archivi desecretati è venuta fuori solo carta straccia, niente che non si conoscesse già e, soprattutto, nessun documento dei giorni e dei mesi immediatamente successivi a quel 27 giugno 1980.

Ecco le parole di Daria Bonfietti a nome dei familiari delle vittime, rilasciate a “Repubblica”: “Avevamo molto sperato che la direttiva Renzi potesse davvero portare alla desecretazione di documenti che avrebbero potuto dirci chi c’era quella notte in cielo e in mare, consentirci finalmente di ricostruire uno scenario reale ma posso solo esprimere tutto il nostro sconcerto per un Paese che non è in grado di custodire la documentazione prodotta. Basta dire che – tre anni dopo la direttiva Renzi che dispone la desecretazione degli atti sulle stragi degli anni ’60-’70-’80 – il ministero dei Trasporti non ha depositato nulla se non qualche atto già noto della commissione Luttazzi. Alle nostre pressanti richieste gli uffici hanno risposto che non c’è ombra di documentazione alcuna e che non hanno neanche idea di dove dovrebbero essere i loro archivi”.

Il Muro di Gomma, scena iniziale – Strage di Ustica (1980)

E ancora: “Non c’è nulla dell’aviazione civile né del gabinetto del ministro dei Trasporti, lo Stato maggiore della Marina non porta nessun documento dal 1980 al 1986, in prefettura a Bologna non è stato depositato nulla. Per non parlare della beffa dei documenti dei Servizi segreti: solo un’enorme rassegna stampa e schede sui giornalisti che scrissero articoli sul caso. E con i nomi in chiaro. Invece di indagare su quel che accadde quella notte, i nostri servizi indagarono sui giornalisti”. Parla poi Ilaria Moroni, direttrice dell’archivio Flamigni: “A parte il fatto che non esiste alcuna digitalizzazione di questi documenti, noi non abbiamo gli strumenti per verificare se e che cosa ci sia. Certo, sembra incredibile che al ministero dei Trasporti nessuno sia in grado di dire dove sia la documentazione della Marina e dell’Aviazione dal giugno 80 in poi. A cominciare dai registri amministrativi come quelli sulle presenze delle navi. Loro si appellano alla sciatteria della tenuta degli archivi ma le carte non si muovono da sole. Se sono sparite qualcuno deve averlo fatto. E oggi deve essere chiamato a risponderne. Per questo oggi chiediamo che il governo faccia dei passi politici. Si ordini un’ispezione interna e si individuino le responsabilità “. Beata innocenza.

Il muro di gomma finale

Ora, è dietrologia chiedersi chi e per conto di quale potere ha fatto sparire quelle carte? E poi, il governo Renzi, responsabile della politica di verità e apertura degli archivi, sapeva qualcosa o era all’oscuro di queste strane sparizioni? Ha ragione la Moroni: “Le carte non si muovono da sole”. Qualcuno le sposta ma se osi chiedere chi e per quale motivo, diventi immediatamente un complottista che mette in discussione la versione ufficiale per paranoia o per chissà quale misteriosa agenda nascosta. Fosse stato per i realisti, quelli che denunciano gli adoratori di scie chimiche, oggi crederemmo alle versioni pittoresche di gente come Carlo Giovanardi, uno che negli anni ha lambito anche la tesi del piccione suicida, magari fan di Vasco Rossi, tossicodipendente e anche un po’ satanista. Adesso, poi, farsi troppe domande può anche portare con sé conseguenze penali, perché per tagliare le gambe del tutto a chi osa non accettare acriticamente le versioni ufficiali, nel luglio dello scorso hanno la Camera diede il via libera alla legge che istituiva il reato di depistaggio, punito con il carcere da 3 a 8 anni, destinati a salire a 12 in caso di processi per strage.

Di fatto, un qualcosa di buono perché vede il pubblico ufficiale che compie tale reato, finalmente messo di fronte alla conseguenze gravi del suo atto ma, al netto della non punibilità per chi ritratta il falso prima della fine del dibattimento, la scure della giustizia può cadere anche su chi mette in discussione la versione ufficiale di un fatto. Ad esempio, la verità acclarata pochi giorni fa sulla strage di Bologna. L’Italia non è pronta a guardare in faccia il suo passato, ha ancora bisogno di capri espiatori, verità di comodo e difensori del realismo: la perdita della verginità patita durante gli anni della “strategia della tensione” rappresenta una vergogna ancora troppo grande per le nostre istituzioni. Piazza Fontana, l’Italicus, piazza della Loggia, il caso Moro, Ustica, la strage della stazione di Bologna: tutte senza risposta. O con risposte che paiono di comodo. Nessun colpevole, lo Stato è assolto.

E attenzione, perché questo tipo di atteggiamento ora è divenuto globale. La litania delle fake news e della post-verità, operazioni di pura propaganda come il Russiagate, cosa sono se non enormi depistaggi lagali per via mediatica e politica? Guardate questo tweet:


racchiude in sé l’essenza stessa di questo spirito. La prassi è ormai talmente consolidata da non necessitare nemmeno più l’utilizzo di cautele o bon ton da servizio segreto: le false flag le annunciano, tanto chi oserà di “beh” finirà nell’elenco dei dietrologi e del complottisti, marchiato a vita come adoratore delle scimmie di mare. La Casa Bianca, di fatto, ieri ha messo in guardia il presidente siriano, Bashar al-Assad, contro nuovi attacchi chimici di cui gli Stati Uniti avrebbero individuato i “possibili preparativi”, ammonendo che se condurrà un altro attacco di massa mortale con questo tipo di armi lui e il suo esercito “pagheranno un prezzo pesante”. Il riferimento è all’attacco di Idlib dello scorso aprile, quello per cui non è stata necessaria alcuna operazione di quarantena e bonifica nella zona. Quello di cui si mette ormai in discussione la stessa esistenza, di fatto garantita solo dallo straordinario lavoro di film-makers degli “Elmetti bianchi”.

Quello che vedeva Stati Uniti, Israele, Regno Unito e Francia pronte a presentare prove incontrovertibili della responsabilità diretta di Damasco: stiamo ancora aspettandole, dopo tre mesi. “Gli Stati Uniti hanno identificato i possibili preparativi per un altro attacco con armi chimiche da parte del regime siriano che probabilmente causerebbe una strage di civili, compresi bambini. Le attività in questione sono simili ai preparativi fatti dal regime prima del suo attacco del 4 aprile scorso. Come abbiamo dichiarato in precedenza, gli Stati Uniti sono in Siria per eliminare l’Isis dall’Iraq e dalla Siria. Se, tuttavia, Assad condurrà un altro attacco di massa mortale usando armi chimiche, lui e il suo esercito pagheranno un prezzo pesante”, la nota della presidenza USA.

Mai tante bugie sono state concentrate così brillantemente in un comunicato stampa, tanto che sia la NATO che esperti indipendenti hanno escluso responsabilità del governo siriano nell’attacco: peccato che, ligi all’ordine di scuderia, i media che spararono a nove colonne la notizia della strage di bambini con il gas, non si degnarono nemmeno di nominare la smentita, salvo rarissime eccezioni. Ora, siamo da capo. E come mai nessuno ha parlato degli attacchi perpetrati dall’aeronautica di Israele contro milizie siriane sulle alture del Golan, due nell’arco di pochi giorni a ridosso dello scorso fine settimana e, casualmente, in grado di far guadagnare terreno ai miliziani di Hay’at Tahrir Al-Sham, affiliati di Al Qaeda e nuovi cavalli di Troia della destabilizzazione?

Perché l’ordine di scuderia vale ancora, silenzio su ciò che il popolo non deve sapere, palcoscenico e luci della ribalta per le “versioni ufficiali” dei fatti. Gli 81 morti di Ustica ancora attendono giustizia, come tutti quelli delle altre stragi del nostro recente e torbido passato repubblicano: se volete almeno onorarne la memoria, evitate di farvi abbindolare dallo stesso gioco di specchi anche oggi. In Siria ci sono i buoni e i cattivi, basta informarsi. E, magari, fottersene allegramente della accuse di “cospirativismo” e provare ad essere solo uomini iberi.

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