Con voto bipartisan, il Senato USA dichiara guerra alla Russia. E ora Trump è indagato. Coincidenza?

Di Mauro Bottarelli , il - 89 commenti


Sono bastate poche ore, affinché i dubbi che ho espresso nell’articolo di ieri sera le prime, solide conferme. Mentre le condizioni del coordinatore repubblicano, Steve Scalise, si sono aggravate, passando da stabili a critiche dopo un lungo intervento chirurgico, ecco che il Deep State è partito al contrattacco: Donald Trump è indagato per ostruzione alla giustizia. La notizia è arrivata poco dopo le sei del pomeriggio di Washington (mezzanotte passata in Italia) e, nemmeno a dirlo, a rilanciarla ci ha pensato ancora una volta il “Washington Post”, il quotidiano della capitale di proprietà del numero uno di Amazon, Jeff Bezos. “Il procuratore speciale che sovrintende all’inchiesta sul ruolo della Russia nelle elezioni del 2016, interrogherà alti dirigenti dell’intelligence, come parte di una più ampia indagine che ora include l’esame dell’ipotesi in base alla quale il presidente abbia tentato di ostruire la giustizia”.

Insomma, il procuratore speciale sul Russiagate, l’ex direttore dell’FBI, Robert Mueller III, ora sta indagando su Donald Trump in maniera ufficiale per appurare se il presidente degli Stati Uniti sia responsabile o meno di un reato che nel codice americano (capitolo 18, sezione 1503) è considerato un crimine tale per cui anche il presidente USA è imputabile. Lo spettro dell’impeachment torna insomma ad aleggiare su Washington e, questa volta, a confermare la gravità della situazione ci ha pensato la dura e immediata reazione di Marc Kasowitz, l’avvocato privato che assiste Trump come difensore nel Russiagate: “La fuga di notizie dell’FBI riguardanti il presidente è scandalosa, ingiustificabile e illegale”, ha dichiarato Mark Corallo, portavoce dell’avvocato. Insomma, a Washington sono volati via i guantoni e ora, alla faccia del fair play, si combatte a mani nude. Senza più nascondersi e, soprattutto, con l’intento dichiarato di fare male.

E la notizia giunta nella notte dagli USA assume contorni ancora più foschi se messa in relazione con quanto accaduto poche ore prima al Senato, mentre tutti gli occhi dell’America e del mondo erano fissi su un campo da baseball della Virginia. Con voto perfettamente bipartisan e dall’esito bulgaro di 97 a 2, la Camera alta USA ha infatti dato il via libera a nuove sanzioni contro la Russia per la sua interferenza nelle elezioni presidenziali dello scorso novembre. Di più, il nuovo pacchetto contiene anche una novità di fondamentale importanza: d’ora in poi, il presidente non potrà ammorbidire o addirittura rimuovere le sanzioni senza prima ricevere il via libera dal Congresso. Di fatto, mani legate e depotenziamento netto della Casa Bianca.

Più che altro, una messa in quarantena riguardo il tema che maggiormente sta a cuore al Deep State: la guerra contro Mosca. Conosciuta come “emendamento Crapo” dal nome di Mike Crapo, repubblicano dell’Idaho e presidente del Banking, Housing and Urban Affairs Committee del Senato, la misura è stata supportata anche dal capo del Foreign Relations Committee, Bob Corker e si accompagna a un’altra mozione relativa alle sanzioni contro l’Iran che dovrebbe andare al voto tra oggi e domani. Stando alla legge, “le sanzioni contro la Russia sono in risposta alla violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina e della Crimea, così come ai cyber-attacchi e all’interferenza nelle elezioni presidenziali e alla continua aggressione in Siria”.

L’emendamento, inoltre, consente “nuove e più ampie sanzioni in settori chiave dell’economia russa, come quello minerario, de metalli, delle spedizioni e delle ferrovie” e “autorizza una robusta assistenza per rafforzare le istituzioni democratiche e contrastare la disinformazione in Europa Centrale e dell’Est, nazioni che sono vulnerabili all’aggressione e all’interferenza russa”. Stando a quanto votato dal Senato, le nuove sanzioni saranno imposte contro “attori russi corrotti e tutti coloro coinvolti in seri abusi dei diritti civili”, ad esempio chiunque fornisca armi al governo siriano o lavori nell’industria della difesa o nell’intelligence russa, così come “coloro i quale conducano attività cyber dolosa per conto del governo russo o siano coinvolti nella privatizzazione corrotta di assets a controllo statale”.

Una delle vittorie più grandi mai ottenute dall’ala neo-con al Congresso, tanto che il senatore John McCain ha salutato il passaggio plebiscitario dell’emendamento con parole, come al solito, misurate: “Dobbiamo prendere la nostra posizione in questa battaglia. Non come repubblicani, non come democratici ma come americani. E’ ora di rispondere all’attacco della Russia contro la democrazia americana con forza, con risolutezza e con finalità e azione comune”. Insomma, maccartismo allo stato puro con una buona dose di Rambo 2.0. Poche ore prima che il Senato desse il suo via libera alla delibera, il portavoce di Vladimir Putin, Dmitry Peskov, aveva dichiarato che “in caso di adozione di nuove sanzioni contro la Russia, Mosca non si farà trascinare un’altra volta in questa spirale. Quanto accadrà non è una nostra scelta”.

La cosa strana è che proprio all’inizio di questa settimana, il segretario di Stato USA, Rex Tillerson, aveva dichiarato di fronte ai deputati che gli alleati USA gli chiedevano continuamente di agire proprio per migliorare le relazioni con Mosca, tanto da farlo arrivare a dire che possibili, nuove sanzioni contro Mosca avrebbero potuto minare i progressi in atto nella lotta contro il terrorismo in Siria. Ecco le sue parole, pronunciate davanti al Sotto-comitato del Senato per il Budget: “Ho avuto più di un incontro bilaterale con nostre controparti in gran parte del mondo: Europa, Medio Oriente, Sud-Est asiatico e in tutti questi meeting ciò che mi veniva chiesto era sempre lo stesso. Ovvero, prendermi a cuore la questione delle relazioni con Mosca, al fine di migliorarle”. Sfortunatamente, il Deep State e il suo datore di lavoro – ovvero il comparto bellico industriale USA, spalleggiato dai media come il “Washington Post” – non la pensano così.

Ma tranquilli, sui grandi giornali non troverete queste notizie che ci prefigurano uno scontro frontale dagli esiti potenzialmente devastanti, visti tutti gli scenari di scontro proxy aperti e l’impossibilità per Mosca di continuare ad abbozzare sapientemente. Quanto accaduto è una dichiarazione di guerra in piena regola ma i nostri vari “Washington Post” vi racconteranno soltanto dell’utile idiota (o inconsapevole manipolato) che in Virginia ha sparato a Steve Scalise e del fatto che Donald Trump è un mascalzone che intralcia la giustizia per nascondere le sue collusioni con Mosca. La quale, dal canto suo, è tornata ad essere la personificazione del Male, come ai tempi dell’edonismo bellico reaganiano.

Sting – Russians

L’America è in mano a un comitato d’affari e di pazzi che gioca, come il Dottor Stranamore, alla guerra mondiale con la stessa facilità con cui noi ordiniamo un caffé al bar. Ma la stampa occidentale è muta. Anzi no, resta in servizio permanente ed effettivo per attaccare Vladimir Putin, quando questi mette in stato di fermo gli amichetti di George Soros o non si strappa troppo le vesti per i gay ceceni. Servi e traditori. E, state certi, che se per caso oggi le Borse andranno a picco, la colpa sarà di Trump e del Russiagate e non della volontà di Janet Yellen di procurare un “crash controllato” dei mercati, alzando i tassi come ha fatto ieri in un ambiente macro come questo.



Stavolta, c’è il forte rischio che la famosa “linea rossa” sia stata oltrepassata. E se penso che da ieri l’intera gestione della missione USA in Afghanistan, dove il confronto sul campo contro i russi è garantito, è passata interamente nelle mani di uno squilibrato come James Mattis, certi epiloghi proprio alla “Dottor Stranamore” smettono di essere solo lucida follia e visionaria preveggenza artistica. E diventano scenari con cui fare i conti. Da oggi in poi, in Siria come in Afghanistan, qualcuno potrebbe voler forzare la mano. Commettendo uno dei più clamorosi errori della Storia. “Pregate per Steve Scalise”, è stato l’ultimo tweet di Donald Trump ieri notte. Temo che la preghiera, per chi crede, vada estesa a una platea un pochino più ampia.

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