Amburgo come Genova 2001: testare la reazione della gente al caos. E dopo arrivò l’11 settembre

Di Mauro Bottarelli , il - 153 commenti


Come tutti i grandi meeting internazionali, più alte sono le aspettative, più miseri i risultati finali ottenuti. Al netto di mille parole, il G20 di Amburgo avrà sortito, stringi stringi, un unico sviluppo: il cessate-il-fuoco nella zona Sud-Ovest della Siria a partire dalle 12 di oggi, ora di Damasco. Punto. Durerà? Ce lo diranno i fatti, le parole contano poco. Di più, delle 48 ore di happening in terra anseatica, resterà soltanto questo:

l’unica cosa che sia realmente contata, il primo faccia a faccia fra Donald Trump e Vladimir Putn. Doveva durare al massimo 45 minuti, ha superato le due ore e, fra sorrisi e pacche sulle spalle, è sembrata una rimpatriata fra vecchi amici, più che un teso vertice fra due capi di Stato che fino a poche ore prima si accusavano di ogni nefandezza. Gioco delle parti? Quasi certamente, i fatti sono altra cosa dai proclami pubblici. Ma, quasi certamente, al netto di questi risultati già in atto (far peggio di un replica dell’Orso Yoghi penso riesca solo a Luca Telese),


credo che Donald Trump abbia goduto non poco nel procurare un travaso di bile alla gran parte dei media mainstream USA, chiacchierando amabilmente con il titolare dell’impero del male. C’è però qualcosa di davvero importante che è arrivato dal G20 di Amburgo, per l’esattezza dalle sue strade: si è voluto dar vita a una prova generale del caos che verrà, testare la resistenza dei cittadini “normali” – quelli che hanno tentato di vivere la propria vita il più normalmente possibile, non scendendo in piazza a protestare – a una situazione estrema ma tutt’altro che peregrina come potenziale, nuova quotidianità. Perchè svegliarsi e guardare fuori dalla finestra, vedendo questo



non è normale, se sei un cittadino della civile e ricca Amburgo: occorre stomaco forte e capacità di razionalizzare. Ma, soprattutto, fiducia nello Stato. Cieca fiducia.

Ovviamente, i media hanno bisogno di simboli positivi da vendere alla gente, la “sindrome Tienanmen” con il suo uomo solo contro il carrarmato del potere è troppo importante per distogliere lo sguardo da altro, dal vero inferno scatenato da gruppi di black bloc, lasciati agire impunemente per due giorni e due notti consecutive. Vedrete lei,

la ragazza che sfida gli idranti della polizia, quasi in un atto di resistenza erotica più che eroica e vedrete loro,

Kissing in the rain: Amorous G20 protesters soaked by police in Hamburg

i fidanzati con continuano a baciarsi, nonostante i cannoni ad acqua sparati contro. Immagini positive di ideali e sentimenti, di lotta non violenta e mera resistenza civile: niente molotov o barricate, niente sassi o auto date alle fiamme, niente scontri, né feriti. Eppure, il bilancio delle autorità tedesche ieri mattina era da guerra civile: oltre 200 agenti di polizia feriti e, dal 22 giugno scorso quando sono iniziate le mobilitazioni anti-G20, 203 persone arrestate. Eppure, per manifestazioni con molti meno danni e molto meno potenziale di violenza messo in campo, abbiamo visto minuti e minuti di filmati, titoli a tutta pagina, indignazione a go-go. Già oggi, invece, come nulla fosse accaduto. Perché qui no? Perché si parla di numeri a tripla cifra per i feriti e i fermati, come se fosso ordinaria amministrazione? Per non far fare brutta figura alla polizia e alle istituzioni tedesche, visto che il 24 settembre si vota? Per l’ennesima tregua in Siria raggiunta? No, perché è ordinaria amministrazione. Anzi, lo sarà a breve. Per capire cosa davvero è successo nelle strade di Amburgo, guardate questi video

HAMBURG G20 WAR ZONE: Protesters Throw Petrol Bombs At Melania Trump's Hotel

Germany: Hamburg wakes up to gutted shops and burnt-out barricades after night of clashes

e poi fatevi una domanda: come è possibile che 20mila uomini tra polizia federale, locale e unità anti-crimine siano stati tenuti in scacco per 48 ore? Addirittura, con i manifestanti arrivati a pochi metri da dove soggiornava Melania Trump armati di molotov e in grado di bruciare decine di auto? Non c’era una zona rossa invalicabile? E poi, il mantra di ogni meeting globale dal G8 di Genova in poi è stato uno solo: chiudere le frontiere agli indesiderati, visto che a menare le danze della guerriglia sono quasi sempre greci, svizzeri, tedeschi e francesi.

I tedeschi li hai in casa ma tutte le tv e i giornali hanno parlato di circa 6mila estremisti esteri a rimpolpare le fila degli spaccatutto nostrani: le intelligence conoscono le identità di molti di loro, essendo degli habitue, come mai non sono stati bloccati alla partenza o all’arrivo in Germania? Scarso coordinamento con le altre polizie, occorre magari superare Europol? Eppure Amburgo è nota come città sede di movimenti estremistici, soprattutto anarco-insurrezionalisti, visto che il quartiere di St. Pauli è stato per anni un bastione autogestito: la polizia tedesca non ha contatti o infiltrati? Non è riuscita a mappare l’organizzazione dei viaggi e l’arrivo degli “ospiti” stranieri che hanno collaborato a tramutare in realtà lo slogan scelto per le proteste anti-
G20, “Benvenuti all’inferno”?

Io non ci credo. Per quanto siano scaltri e adusi alla guerriglia urbana, stiamo parlando della città dove sono presenti i grandi del mondo: come sono accettabili scene del genere, al netto dei servizi segreti mobilitati dai vari Paesi per proteggere i vari leader? Vedendo su YouTube le immagini degli scontri, mi è tornato in mente proprio il G8 di Genova del 2001. All’epoca ero inviato per il quotidiano “Libero” e mi sono vissuto per la strada e nelle piazze tutti i tre giorni, dalla manifestazione pro-migranti colorata e pacifica all’inferno di Piazza Alimonda e del lungomare di corso Italia. Non ero di primo pelo, né come uomo, né come inviato ma tornai a Milano sconvolto da quanto avevo visto: la sospensione della democrazia per tre giorni, il tutto come reazione ad atti violenti che si sono lasciati compiere.

I Black bloc a Genova hanno fatto ciò che hanno voluto, indisturbati fin dalla mattina del 20 luglio: uscendo dal Jolly Hotel vicino l’autostrada dove alloggiavo, li avevo incontrati subito. Alcuni stavano facendo “spesa proletaria” dal benzinaio per le molotov, altri hanno assaltato il carcere di Marassi come niente fosse, altri ancora sono arrivati al limite della zona rossa senza incontrare alcun ostacolo, nonostante non facessero niente per passare inosservati: tutti in gruppo, tutti travisati e vestiti di nero, con bandiere e tamburi. E, alle loro spalle, solo devastazione, tra cassonetti e auto incendiate e vetrine devastate. Erano pochi, molti meno che ad Amburgo e moltissimi erano stranieri. Tutti tornati a casa tranquilli e sereni, mentre alla Diaz chi con la violenza non c’entrava niente o ci si è ritrovato in mezzo, subiva quella che venne poi definita “macelleria messicana”. E lo dico, rivendicando il mio essere ideologicamente lontano mille miglia da loro.

Ora, riguardate un paio di filmati di quelli che ho postato: anche lì, i Black bloc non fanno nulla per mimetizzarsi o rendersi invisibili, si muovono in gruppo e spaccano tutto. Indisturbati. Se i numeri dei feriti sono veri, scopriremo che la maggior parte riguarderà dimostranti non appartenenti al “blocco nero” e che anche i poliziotti non avranno patito danni fisici per il contatto con gli estremisti ma, bensì, quando ormai il contesto era degenerato e la rivolta divampata ovunque, vedi giovedì notte. Uno scenario preordinato. Come a Genova. Occorreva preparare la gente a un mondo nuovo, anzi andava portata al punto di chiedere una svolta autoritaria di controllo dello Stato, andava imboccata dallo Stato con cucchiaiate di rabbonimento, come ci ha insegnato il maestro Kubrick in “Arancia meccanica”: il drugo Alex aveva un problema con la violenza e lo Stato ha fatto in modo che ci scendesse a patti con reciproco beneficio, i cittadini hanno paura del caos e lo Stato fa in modo di farli sentire protetti, mostrando un’anteprima di cosa potrebbe essere. O sarà, quasi certamente.

Perché al netto del siparietto da Cochi e Renato di Trump e Putin al G20, il mondo sta ribollendo e la miccia si fa sempre più corta, giorno dopo giorno. Ci sono le tensioni sociali ed etniche dentro le nostre città che si innescano con la questione migranti, ci sono gli hot-spot geopolitici in Medio Oriente e mezzo mondo che si avvicinano al redde rationem, c’è lo scontro interno agli Stati Uniti fra due blocchi di potere contrapposti. E c’è la bolla di mercato che ormai sta per scoppiare, basti guardare il livello dello Shiller CASE o il fatto che ieri la Bank of Japan non solo ha portato gli acquisti di bond a 5-10 anni da 450 a 500 miliardi di yen ma ha anche annunciato acquisti ILLIMITATI di carta a 10 con rendimento allo 0,11%: non ci si può più permettere nemmeno un misero aumento degli yields o viene giù tutto, quasi dalla sera alla mattina.

E per governare i ricaschi di una crisi simile, ben peggiore di quelle dal 2008 visto l’indebitamento monstre creato in questi anni, occorre operare come durante una guerra. Meglio, serve farla la guerra. O farla credere alle porte. E ricordate: due mesi dopo il G8, arrivò l’11 settembre a cambiare per sempre le nostre vite e la nostra percezione della paura, del pericolo, della sicurezza. E della democrazia.

E per finire, una coincidenza. Il 18 luglio uscirà nelle librerie italiane “Guerriglia – Il giorno in cui tutto si incendiò” di Laurent Obertone, il libro che lo scorso anno ha sconvolto la Francia, dopo che lo stesso autore aveva già pubblicato un paio di volumi dedicati alla violenza che ormai pervadeva il Paese come un’enorme “Arancia meccanica” e alla società orwelliana in cui si stava tramutando la Republique, il Grande Fratello messo in pratica costituzionalmente. Di cosa tratta? Utilizzo la formula usata dai distributori nel pubblicizzarlo: “Gli eventi descritti in Guerriglia – la caduta della Francia in soli tre giorni a causa dell’improvvisa rivolta delle masse di immigrati – si basano su scenari ipotetici ma verosimili…”.

Ho già ordinato la mia copia e, una volta letto, mi ripropongo di parlarne qui ma due amici di cui mi fido, mi hanno garantito che potrebbe rivelarsi “Il campo dei santi” del nuovo millennio, destinato cioé a essere bollato di catastrofismo xenofobo, salvo essere rivalutato in futuro, quando la realtà sarà divenuta drammaticamente simile alla finzione. Il problema è che “Il campo dei santi” è del 1973, ha come me 44 anni. E, diciamo, che ha cominciato ad essere paurosamente profetico dopo circa 25, sul finire degli anni Novanta. Noi, cari amici, non avremo tutto questo arco temporale per cercare di fermare il corso degli eventi, qui ormai si parla di mesi e non di anni prima che certi eventi accadano. Non siamo più alla logica del “se” ma del “quando”, quindi – per quanto troviate bizzarre e cospirative le tesi che ho espresso in questo articolo – vi invito comunque a rifletterci su. Ci vuole davvero poco, ai nostri tempi, per veder mutare la realtà, quasi senza nemmeno capire come sia stato possibile: il cambio di paradigma in atto a sinistra sull’immigrazione ci mostra come qualcosa sia scattato, pressoché di colpo, a mutare gli equilibri. Talmente in maniera urgente da portare anche a figuracce come quella di Renzi o al tweet della Boldrini: io ci ho riso e scritto su ma non c’è nulla da ridere in realtà.

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Per quanto politicamente patetici siano certi personaggi, prima di arrivare a sputtanarsi pubblicamente in quel modo, ci avrebbero pensato due volte, usato altri toni, scelto mutamenti meno radicali: c’è qualcosa in arrivo, un evento che ormai è alle porte e che non si limiterà a bussare o suonare il campanello. Cercherà di abbattere, di sfondare. Proprio come i Black bloc, simbolicamente. E allora cercheremo polizia e Stato, controllo e paura: gli stessi che hanno reso possibile la nascita e lo sviluppo di quelle enclave cancerose delle nostre società che ci si rivolteranno contro, rafforzando ancora di più il ruolo autoritario dello Stato. Alla luce di tutto questo, la vittoria e l’istituzione del potere totale nel paradiso delle banlieue di uno come Emmanuel Macron, vi pare ancora un processo figlio solo della disaffezione verso i partiti tradizionali e dell’astensione? O, magari, qualcos’altro?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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